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mercoledì 16 ottobre 2024

Ho seguito Escher e ho incontrato Giuseppe Haas-Triverio

 

Ricostruendo e ripercorrendo i viaggi compiuti da M.C. Escher, ho incontrato un altro personaggio, determinante per le scelte dell'artista olandese: il pittore e incisore svizzero Giuseppe Haas-Triverio.

I due si sono conosciuti, per caso, nel maggio del 1922 a Siena, durante il primo viaggio di Escher, allora ventiquattrenne. Erano entrambi ospiti nella pensione Saccaro della signora Giuseppa Alessandri, in via Sallustio Bandini 29.

L'edificio in cui si trovava la pensione Saccaro, fotografato nel 2021

Si ritrovano anni dopo a Roma, dove Escher si è stabilito nel 1925, perché si dedicavano alla xilografia e frequentavano l'ambiente degli incisori che pubblicavano le loro opere sulle riviste «L'Eroica» e «La Diana».

Nasce un'amicizia che porta i due giovani artisti a viaggiare insieme in Abruzzo (1929), Calabria (1930), Sicilia (1932), Corsica (1933) e ancora in Sicilia e a Malta (1935).

Di nove anni più vecchio di MCE, Giuseppe era nato come Joseph Haas a Sachseln, nel cantone Obvaldo. Dopo la scuola elementare, fu apprendista pittore di piatti a Root, vicino a Lucerna, frequentò una scuola di pittura a Zurigo, dove imparò a imitare il legno e il marmo, si spinse nelle sue escursioni sul lago di Costanza, in Svevia e in Baviera.

Nel maggio del 1911 giunge a Roma e trova un impiego come decoratore al Grand Hotel Plaza, in via del Corso, di cui era proprietario il barone svizzero Pfiffer. Intanto intraprende la sua carriera artistica: studia presso i pittori di Anticoli Corrado, impara da autodidatta a intagliare il legno e nel 1918 espone per la prima volta in una mostra a Roma. Nel 1919 sposa una biellese, Secondina Triverio, e modifica il proprio nome: da quel momento si presenta come Giuseppe Haas-Triverio e firma le sue xilografie con il monogramma “GHT” o “HT”. La moglie è ritratta in due dei migliori dipinti a olio di GHT, Mia moglie e sua madre in Piemonte e Alla casa in riva al lago

A Roma, Giuseppe e Secondina abitano a Monteverde, lo stesso quartiere in cui vivono M.C. Escher e la moglie Jetta. Dopo la sua prima personale allestita al Circolo Svizzero nel 1920, GHT espone in numerose mostre, fra cui quelle della Corporazione fascista: probabilmente vide in questa sede le opere di Giacomo Balla e le fece conoscere a MCE, che ne fu influenzato.

A gennaio del 1924 Alessandro Roccavilla annuncia sulla «Rivista Biellese» che la testata si è «procurata pel nuovo anno la collaborazione di Haas Triverio, il valentissimo artista, oriundo svizzero, che, accasatosi felicemente nel Biellese, della regione diveniva ammiratore entusiasta e prezioso riproduttore». In effetti l'articolo è corredato da xilografie di GHT di vedute biellesi: il Battistero, le chiese di S. Sebastiano, S. Gerolamo e S. Grato di Sordevolo.

Nei numeri seguenti le opere grafiche di GHT diventano presenze fisse; campanili e contadini sono i suoi soggetti preferiti. Un anno dopo, sulla stessa rivista, un articolo di Piero Scarpa loda Giuseppe Haas-Triverio e presenta alcune xilografie romane dell'artista. Sul numero di settembre del 1925, Francesco Carandini recensisce la Terza Esposizione di Belle Arti in corso a Biella; fra gli artisti presenti c'è anche Haas-Triverio, di cui si descrive la tecnica: GHT tira le sue xilografie a mano, senza l'aiuto di un torchio, posando il foglio in successione sui vari cliché che ha preparato, calcandolo delicatamente con la mano e strofinandolo abilmente con appositi strumenti di osso.

Alcune delle xilografie pubblicate sulla «Rivista Biellese» adornano il calendario del 1926 che il periodico regala ai suoi lettori; per alcuni mesi dello stesso anno, altre opere di GHT compaiono sulla rivista, poi la collaborazione si interrompe.

Due anni più tardi, nel 1928, una xilografia di GHT viene scelta per la copertina della pubblicazione turistica Il Biellese, stampata in 10.000 copie dalla tipografia Ferrara per l'Associazione Pro Biella e Biellese.

Nel 1933 una xilografia di GHT, Inverno oropeo, viene scelta per la copertina del numero di gennaio di un'altra rivista, l'«Illustrazione Biellese», nata l'anno precedente. Il periodico conteneva, tra l'altro, una rubrica intitolata “I biellesi nel mondo”, nella quale venivano pubblicati resoconti di viaggi in Paesi lontani. Un'altra xilografia di GHT, Favaro, compare sulla copertina del numero di maggio del 1934.

Il 1935 è per gli Escher l'anno di un radicale cambiamento. Rispetto ai primi anni Venti, l'epoca dei primi viaggi e del matrimonio, l'Italia è diventata, dirà il grafico olandese molto tempo dopo, «un altro mondo»: questa volta, però, in senso negativo.

Gli anni vissuti in Italia da Escher coincidono con l'ascesa del fascismo, dalla sciagurata decisione del re Vittorio Emanuele III di affidare il potere esecutivo a Mussolini alla incosciente preparazione delle guerre che porteranno migliaia di giovani italiani a uccidere e morire in Etiopia e Spagna, tra il 1935 e il 1936. Un'Italia dominata dalla sua parte peggiore: i prepotenti, gli arrivisti, i razzisti, i clericali, stretti intorno a un regime che in una dozzina di anni vede crescere il consenso alle sue politiche violente. A opporsi è, come sempre in Italia, una ristretta minoranza. La maggioranza pensa a come approfittare della situazione o a quale gerarca sottomettersi per ottenere dei meschini favori, a danno ovviamente di qualcun altro, di cui non importa nulla perché non è un membro della propria famiglia o del proprio clan. La vita diventa sempre più difficile per chi ha conservato la propria umanità, anche per chi non si occupa di politica, per un artista, per uno straniero.

In questo clima matura la decisione degli Escher di lasciare Roma e l'Italia. Chissà se, sulla decisione di lasciare l'Italia, per l'artista olandese avrà pesato anche la delusione probabilmente provata per la vicinanza di Giuseppe Haas-Triverio agli ambienti fascisti. Comunque sia, i due amici decidono di compiere ancora un viaggio insieme, nuovamente in Sicilia, di cui nel 1932 avevano esplorato solo una parte. Forse Escher ha in mente di salutare, così, l'Italia e il suo amico Giuseppe nel modo migliore, oppure vive l'esperienza quasi come un ultimo appuntamento con l'amante che si è deciso di lasciare per sempre.

Da gennaio 1936 la rivista l'«Illustrazione Biellese» viene pubblicata «sotto gli auspici della Sezione di Biella dell'Istituto Fascista di Cultura» e in seguito «del Fascio di Combattimento di Biella». La collaborazione di GHT continua con le xilografie per le copertine dei numeri di febbraio (Chiesa di S. Sebastiano – Biella) e aprile (L'antica porta del Vernato) nel 1936, di marzo (Mercato della frutta a Biella) e settembre-ottobre (Donna biellese) nel 1937, di febbraio (Testa di vecchio) e aprile nel 1938, di gennaio nel 1939, di marzo nel 1940. Abbandonati i paesaggi e i ritratti di volti biellesi, l'ultima copertina GHT la dedica a Mussolini e alla cultura fascista. Nel numero di agosto-settembre 1941 l'«Illustrazione Biellese» elogia GHT con un articolo a firma di Raffaele Biordi: Giuseppe Haas Triverio e le sue xilografie. Intanto, dopo che l'Italia è entrata in guerra, GHT è tornato a vivere a Sachseln.

Biella non lo dimentica completamente: nel 1949 la «Rivista Biellese» gli dedica un articolo per il suo sessantesimo compleanno, e ancora nel 1953 la galleria Cornice, in piazza Fiume, allestisce una mostra delle sue xilografie.

Si può leggere in Rete una biografia di Giuseppe Haas-Triverio e, nello stesso sito, vedere alcune sue incisioni, dipinti e disegni.


Ho seguito Escher è pubblicato e venduto da i libri di Mompracem.
Si trova nelle librerie (anche online).





Ho seguito Escher:

-  a Orvieto

- in Abruzzo


- a Ravello

- in Calabria




- a Malta

- a Genova

- ad Ancona

- a Savona


sabato 25 maggio 2024

Ho seguito Escher

 

La straordinaria produzione artistica di Maurits Cornelis Escher ha le sue radici nei viaggi compiuti negli anni Venti e Trenta. Il giovane grafico olandese ha esplorato l’Italia centrale e meridionale, la Spagna, la Corsica, la Tunisia, Malta. Spesso, seguendo a sua volta percorsi tracciati da precedenti viaggiatori.

Il suo modo di viaggiare era stagionale, come quello di un uccello migratore; quasi sempre in compagnia di amici, come lui artisti; in treno, a piedi, con i muli, in corriera; dalla costa o dalla città verso l'interno, sempre verso l'alto, verso paesi remoti e immancabilmente costruiti sopra un cocuzzolo.

Ho ripercorso gli itinerari dell’artista, alla ricerca dei luoghi e degli incontri che sono stati decisivi nella sua vita. Volevo verificare l’impressione che ci accomunasse un modo di sentire e di viaggiare. A muovermi sono stati la curiosità per le tracce del passato, la disponibilità all’imprevisto e alla divagazione, e, più di tutto, l’interesse per le persone che ci aprono le porte di altri mondi. Il risultato è questo libro:



Ho seguito Escher è pubblicato e venduto da i libri di Mompracem.
Si trova nelle librerie (anche online).


Prossime presentazioni:

venerdì 31 luglio 2026
alle ore 17,45
piazzetta dei poeti a braccio
Barbarano Romano (VT)


Una breve biografia di M.C. Escher si trova qui.

Viaggi di Escher (1922-1936)


Anno

Meta

Località

Compagni

Opere

1922

(5 aprile – 12 giugno)

Italia

Firenze, Empoli, Poggibonsi, San Gimignano, Volterra, Siena, Orvieto, Assisi, Urbino, Calmazzo, Rimini, Ravenna, Venezia, Padova, Milano

Bas Kist e Jan van der Does de Willebois (a Firenze), Lex van der Does de Willebois (fino a San Gimignano)

San Gimignano


1922

(13 settembre – 6 novembre)

Spagna

Alicante, Tarragona, Barcellona, Madrid, Granada, Siviglia

Fiet van der Does de Willebois, Aad van Stolk (fino a Alicante)


1922-23

(11 novembre – fine febbraio)

Italia

Genova, Pisa, Siena


Tetti di Siena,

Serenata a Siena,

San Gimignano

1923

(1 marzo – fine giugno)

Campania

Napoli, Pompei, Ravello



1923

(fine giugno – 27 agosto)

Toscana

Siena



1923

(6 settembre - ?)

Italia

Siena, Orvieto, Assisi, Ravenna

genitori


1924

(16 giugno - ?)

(ottobre)

Francia

Annecy



Chartres

Jetta Umiker



Jetta Umiker




La Cattedrale sommersa

1924

(novembre)

Lazio

Frascati, Vitorchiano

Jetta Umiker

Ritratto di G. Escher-Umiker.

Vitorchiano nel Cimino

1926

(maggio)

Lazio

Palestrina, Capranica, Tivoli, Genazzano



1927

(14-15 aprile)

Lazio

Anticoli Corrado



1927

(21 aprile – 5 maggio)

Lazio

Viterbo, Tarquinia, Barbarano, Norchia

Jetta Umiker, Arturo Umiker

Barbarano

1927-28

(dicembre - gennaio)

Tunisia

Sidi Bou Said, Kairouan

Rudolf Bonnet, Nina Umiker

Torre di Babele

1928

(10-19 aprile)

Abruzzo

Ascoli Piceno, Loreto, Ortona, Fara San Martino, Sulmona


Fara San Martino

1928

(23 maggio – 25 giugno)

Corsica

Bastia, Calvi, Corte, Ota, Evisa, Bonifacio

Arturo Umiker

Bonifacio, Cittadella di Calvi, Corte

1929

(12 maggio – 10 giugno)

Abruzzo e Molise

Goriano Sicoli, Cocullo, Castrovalva, Villalago, Scanno, Villetta Barrea, Opi, Pescasseroli, Barrea, Alfedena, Pizzone, Castel San Vincenzo, Cerro al Volturno, Forlì del Sannio, Castel di Sangro, Pettorano sul Gizio, Sulmona

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess

Goriano Sicoli, Genazzano, Cerro al Volturno, Strada di Scanno, Castrovalva, Il ponte, Opi, Natura morta con specchio, Belvedere


1930

(28 aprile – 25 maggio)

Calabria

Pizzo, Tropea, Scilla, Reggio Calabria, Melito, Pentedattilo, Palizzi, Stilo, Catanzaro, Monasterace, Squillace, Crotone, Santa Severina, Cariati, Rossano, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano, Trebisacce, Rocca Imperiale

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess, Jean Rousset

Palizzi, Morano, Pentedattilo (3), Fiumara di Stilo, Cattolica di Stilo, Scilla (2), Tropea, Santa Severina, Rocca Imperiale, Rossano, Sogno

1931

(giugno)

Campania

Ravello, Positano, Atrani, Maiori, Minori, Amalfi

Jetta Umiker

Vicolo coperto a Atrani, Case diroccate di Atrani, Ravello e la costa dI Amalfi, Costa di Amalfi (2), San Cosimo (2), Fattoria di Ravello, Turello, Carrubo, Atrani (visto da Pontone), Porta Maria dell'Ospidale, San Giovanni in Campidoglio, Leone della fontana nella piazza di Ravello, Case di Positano,

Sogno, Metamorfosi, Metamorfosi II, Relatività, Cascata, Metamorfosi III

1932

(22 aprile – 20 maggio)

Sicilia

Palermo, Corleone, Cefalù, Tindari, Milazzo, Lipari, Taormina, Giarre, Randazzo, Bronte, Cesarò, Troina, Cerami, Nicosia, Sperlinga, Enna, Calascibetta, Gangi, Petralia Sottana, Caltavuturo, Sclafani, Calatafimi, Segesta, Castellammare, Monreale

Giuseppe Haas-Triverio

Gangi, Tempio di Segesta, Castelmola, Cattedrale di Cefalù, Abitazioni rupestri vicino a Sperlinga, Randazzo e il Monte Etna, Il Monte Etna vicino a Bronte, Caltavuturo nelle Madonie, Chiostro di Monreale, Sclafani, Cesarò e il Monte Etna, Colata di lava del 1928,

1933

(2-30 maggio)

Corsica

Calvi, Piana, Porto, Corte, Nonza, Bastia

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess

Pineta di Calvi, Chiesa di Corte, Calvi: il borgo dei pescatori, Golfo di Porto, Vecchio ulivo, Rimorchiatore nel vecchio porto di Bastia, Calanchi , Calanchi di Piana, Nonza, Su e giù

1934

(luglio - agosto)

Belgio

Sint-Idesbald, Gand Bruges, Tournai

Jetta Umiker

San Bavone (Gand), Cattedrale di Tournai

1935

(9-31 maggio)

Sicilia e Malta

Palermo, Trapani, Selinunte Castelvetrano, Sciacca, Caltabellotta, Agrigento, Ragusa, Siracusa, La Valletta

Giuseppe Haas-Triverio

Senglea (Malta), Selinunte, Balconata, Galleria di stampe

1936

(26 aprile – 28 giugno)

Italia, Malta, Spagna

Trieste, Fiume, Venezia, Ancona, Bari, Catania, Giarre, Nunziata, La Valletta, Messina, Genova, Marsiglia, Barcellona, Valencia, Cuenca, Sagunto, Alicante, Elche, Cartagena, Almeria, Granada, Guadix, Ronda, Cordova, Siviglia, Savona, Livorno, Pisa, Napoli

Jetta Umiker (da Genova a Savona)

Casa nella lava vicino a Nunziata, Mercantile, Venezia, Ancona, Catania, Marsiglia, Torre pendente (Pisa), Piano di Sant'Andrea (Genova), Natura morta e strada, Oblò



Ho seguito Escher:

-  a Orvieto

- in Abruzzo


- a Ravello

- in Calabria




- a Malta

- a Genova

- ad Ancona

- a Savona



giovedì 9 febbraio 2023

Fermata Aliano

 

Da più di trent'anni desideravo vedere i luoghi in cui Carlo Levi fu confinato e ambientò Cristo si è fermato a Eboli, uno dei libri che più amo.

Carlo Levi, già costretto al confino in Basilicata dal maggio del 1935 perché appartenente al movimento antifascista Giustizia e Libertà, dopo tre mesi fu trasferito ad Aliano, che nel libro diventa Gagliano per imitazione della pronuncia locale:

«Sono arrivato a Gagliano un pomeriggio di agosto, portato in una piccola automobile sgangherata. Avevo le mani impedite, ed ero accompagnato da due robusti rappresentanti dello Stato, dalle bande rosse ai pantaloni e dalle facce inespressive. […] salutati i miei custodi che si affrettarono a ripartire, rimasi solo in mezzo alla strada. Mi accorsi allora che il paese non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno ad un'unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglione di due burroni, e poi risaliva e ridiscendeva tra due altri burroni, e terminava nel vuoto. La campagna che mi pareva di aver visto arrivando, non si vedeva più; e da ogni parte non c'erano che precipizi di argilla bianca».



Il paese di Aliano pare ricambiare l'affetto che per tutta la vita Levi gli rivolse, scegliendolo anche come luogo per il proprio funerale e per la propria sepoltura.


Allo scrittore e pittore torinese è stato dedicato un Parco letterario, grazie al quale si possono visitare una pinacoteca, un museo della civiltà contadina (che espone le maschere cornute del carnevale locale) e la casa in cui egli trascorse il periodo del confino.

La pinacoteca ospita una trentina di dipinti di Carlo Levi, realizzati tra gli anni Cinquanta e Settanta, tra i quali Raccolta delle olive ad Alassio e Ulivo, appropriati in una zona in cui la coltura principale è appunto l'ulivo. Sono esposte anche le litografie della serie Cristo si è fermato a Eboli che Levi commissionò a Francesco Esposito. Di questo artista calabrese, nativo di San Costantino Albanese e titolare di una stamperia a Torino, mi aveva parlato Anna Stratigò quando la incontrai a Lungro.

«La nuova casa aveva il vantaggio di essere in fondo al paese, fuori dagli sguardi continui del podestà e dei suoi accoliti: avrei potuto, finalmente, passeggiare senza urtarmi ad ogni passo nelle solite persone, con i soliti discorsi».

«L'alloggio era quasi vuoto: il padrone e lo zoppo suo amico mi fornirono le suppellettili necessarie. Io ci portai le cose che mi ero fatte arrivare in quei giorni: il mio cavalletto grande e la poltrona, suo necessario complemento: l'uno per dipingere e l'altra per guardare i quadri a mano a mano che li faccio: mi sono entrambi indispensabili, e mi ci sono affezionato: mi hanno sempre seguito in tutti i miei viaggi qua e là per il mondo».

La casa del confino di Carlo Levi è un'abitazione signorile costruita nel 1905, dotata di una terrazza che il pittore utilizzava per dipingere.


Aliano ricorda, con una piazza, un monumento e un circolo culturale, anche Nicola Panevino, giudice e partigiano fucilato dalle SS il 23 marzo 1945 a Cravasco, in provincia di Genova.

A Torino, la memoria dell'opera di Carlo Levi è curata dall'Associazione Lucana in Piemonte Carlo Levi, che ha sede presso la Fondazione Giorgio Amendola.


Venti maggio Ventitré

Firenze.

Dopo una passeggiata con gli amici Paolo e Elena, a San Miniato e poi per viale Galileo, viale Machiavelli e i Giardini di Boboli, di fronte a Palazzo Pitti incontriamo una lapide che ricorda il periodo fiorentino di Carlo Levi:



lunedì 3 febbraio 2020

Ferrovie storiche da Pistoia e Prato




Dal binario 1 della stazione di Pistoia partono i treni per Porretta Terme. Viaggiano sulla “Porrettana”, linea inaugurata nel 1864, costruita per collegare Bologna a Pistoia ovvero unire la rete dell'Italia settentrionale con quella toscana attraverso l'Appennino tosco-emiliano. Distrutta dai tedeschi durante la ritirata dalla linea Gotica, venne rapidamente ricostruita e riaperta già nel 1947. Attualmente il collegamento è spezzato in due tratte e chi parte da Pistoia deve cambiare a Porretta Terme per raggiungere Bologna. La prima tratta richiede 50 minuti di viaggio e permette di godere dal treno del piacere, non frequentemente accessibile in Italia, di salire di quota in un ambiente montano e osservare paesaggi notevoli.

Lasciata Pistoia, il treno entra nella valle Ombrone e dopo pochi minuti le viste si fanno attraenti. Affacciarsi al finestrino per ammirare il panorama fu fatale, il 18 settembre 1923, a un viaggiatore inglese, William Pearson, che cadde per l'apertura accidentale della porta dello scompartimento. Soccorso da un gruppo di operai che lavoravano sulla ferrovia, venne portato alla vicina villa dei conti Corsini, nella frazione San Felice. Ricoverato all'ospedale di Pistoia, vi morì una settimana più tardi per le lesioni spinali subite. Pearson fu cremato e le ceneri vennero poste in una tomba nel cimitero comunale. La giornalista fiorentina Francesca Cecconi ha indagato su William Pearson: originario di Liverpool, si trasferì in India nel 1907; lavorò inizialmente come insegnante di scienze naturali, quindi conobbe il poeta Rabindranath Tagore, di cui divenne il segretario personale. Cecconi ha pubblicato nel numero 25 della rivista Erodoto108 i risultati della sua indagine, che l'ha condotta a scoprire anche che nel 1935 Tagore venne a Capostrada, in provincia di Pistoia, in visita ai coniugi che si erano presi cura di William Pearson dal 18 al 25 settembre 1923: Angelo, medico condotto, e Mary, inglese e infermiera. Si trattò di una visita privata, di cui non c'è traccia nei giornali dell'epoca; Cecconi ne ha trovato le tracce, una serie di fotografie, letteralmente in fondo a un baule dimenticato in una polverosa soffitta.

La “Porrettana” è ricca di soluzioni ingegneristiche di pregio: 35 sono i ponti e viadotti, e 47 gallerie fra cui le due a tornante fra Piteccio e Castagno, purtroppo invisibili durante il viaggio.

                                             Viadotto di Piteccio prima del 1900 (foto Alinari)

La terza fermata, dopo Pistoia Ovest e Corbezzi, è Castagno di Piteccio, dove si trova una stazione minuscola e circondata dal bosco. Un cartello avvisa i viaggiatori che si trovano già a 500 metri di altitudine rispetto ai 65 di Pistoia.


Dopo la stazione di San Mommè, una galleria permette al treno di passare dalla valle dell'Ombrone a quella del Reno. Si sbuca dal traforo a Pracchia, dove si raggiunge il punto più alto del percorso.


Fino al 1965, partiva da Pracchia un'altra linea ferroviaria, la Ferrovia Alto Pistoiese, diretta a San Marcello Pistoiese e Mommiano. La stazione e la sua ampia zona dei binari suscitano oggi una sensazione di abbandono e di nostalgia per un'epoca di intensi traffici passeggeri e merci. Iniziata la discesa, il treno entra in Emilia e costeggia per tratti abbastanza lunghi il Reno. La costruzione di una ferrovia provoca spesso la nascita di centri abitati: è il caso di Molino del Pallone e Ponte della Venturina.




Ultima stazione: Porretta Terme.

Nella piazza Santa Maria della Pietà di Prato, di fronte all’omonima chiesa, si può vedere il monumento che la città ha dedicato a Gaetano Magnolfi.

                                         (foto di Massimiliano Galardi)

Nato a Prato nel 1786, divenne intorno ai quarant'anni uno dei maggiori imprenditori pratesi del suo tempo. Nel 1830, ottenuta l'approvazione del granduca Leopoldo II, fondò la Cassa di risparmio cittadina e da quel momento si dedicò a numerose attività filantropiche: la direzione delle scuole di carità per ragazze di umile estrazione, la creazione del primo asilo femminile della Toscana (ispirato dal lavoro di Ferrante Aporti), la costruzione di un orfanotrofio. Quest'ultimo, inaugurato nel 1837 in locali annessi alla sua abitazione, venne trasferito l'anno successivo nell’ex convento della Pietà, già soppresso dal granduca Pietro Leopoldo nel 1786.
Leopoldo II sovvenzionò la ristrutturazione dell'edificio e dispose che dal patrimonio ecclesiastico della città si traesse ogni anno una somma per finanziare l'orfanotrofio, ma per alcuni anni i costi vennero per la maggior parte coperti da Magnolfi stesso. Una lapide posta nel corridoio d'ingresso dell'ex convento ricorda che nel 1841, una delegazione degli scienziati italiani riuniti a congresso a Firenze, si recò a Prato per esprimere stima e ammirazione a Magnolfi.
Nel 1845, Magnolfi e un gruppo di imprenditori chiesero a Leopoldo II l'autorizzazione a costruire una ferrovia che collegasse Firenze a Pistoia. Il filantropo fece inserire nell'atto costitutivo della società anonima della strada ferrata “Maria Antonia”, creata per concessione del granduca allo scopo di gestire la ferrovia, una clausola che obbligava la società a corrispondere annualmente all'orfanotrofio una rendita di trentamila lire. Inoltre, nei locali dell'ex convento si allestì un'officina per la fabbricazione e la manutenzione del materiale rotabile.
La tratta Firenze-Prato venne inaugurata il 2 febbraio 1848, alla presenza del granduca. Non altrettanto celere fu la società anonima nel versare le somme dovuto all'orfanotrofio, a cui il denaro giunse solo nel 1852. Magnolfi fu anche costretto ad accettare la chiusura dell'officina.
Dal 2003 l'ex orfanotrofio, attivo fino al 1978, è diventato un centro culturale che si occupa di formazione, produzione e ricerca teatrale e musicale; al suo interno è ospitato un ostello che mette a disposizione dei viaggiatori gli spazi un tempo adibiti a celle del convento.

venerdì 5 maggio 2017

Uomini in cammino, macchine in scena





L'associazione Dèi Camminanti di Vicopisano organizza da tre anni una festa che raduna persone che amano i cammini, di ogni genere. Inevitabile che il borgo toscano sia diventato un luogo in cui è molto alta la probabilità di incontrare persone di valore. Questo, d'altra parte, è uno dei motivi principali per cui ci si mette in cammino. Quando, poi, l'incontro è inaspettato, il piacere è ancora maggiore.

Così è accaduto, una domenica mattina di aprile, all'amico Ferruccio e a me: annullato all'ultimo momento il previsto incontro con uno scrittore, decidiamo di visitare il centro storico di Vicopisano; quando stiamo per partecipare ad una visita guidata al palazzo del Pretorio, ci viene suggerito di impiegare i minuti di attesa della guida dando un'occhiata ad una piccola mostra ospitata in due stanze al pianterreno del palazzo. Si tratta di macchine di scena per il teatro, ci dicono.

L'uomo che ci accoglie è Luciano Minestrella, che è l'autore delle macchine e dei modelli esposti e l'animatore della Mirabilis Teatro societas di Magliano Sabina, in provincia di Rieti. Non è quindi un abitante di Vicopisano, ma si capisce subito perché sia qui: il borgo in cui ci troviamo venne fortificato per conto di Firenze da Filippo Brunelleschi e la torre che si trova a pochi metri di distanza porta il suo nome; i primi modelli che Luciano ci illustra sono tratti da progetti di Brunelleschi, da lui rintracciati nelle opere di Vasari. Dopo gli studi universitari in Filosofia, infatti, Luciano ha compiuto un lavoro di ricerca e studio del Rinascimento italiano, e delle botteghe artigianali fiorentine nel Quattrocento, che lo ha condotto ad interessarsi al teatro scenografico. Nelle sue opere teatrali – ci spiega - “la scenografia diviene una presenza significativa, non è semplicemente l'ambiente entro il quale il racconto si muove, ma una simbiosi con il racconto stesso e in alcuni casi un divenire il racconto stesso”. E aggiunge: “Iniziai a progettare e costruire grandi macchine sceniche affidando ad esse il racconto di storie antiche e della vita del tempo presente”.

Le forme brunelleschiane su cui lavorò inizialmente (per prima, com'è ovvio, la cupola e, quindi, la sfera e la semisfera) vennero rielaborate nel 2000 per uno spettacolo dedicato alla Natività. Buio in sala. Gli spettatori siedono intorno al palcoscenico posto al centro del teatro, sul quale c'è una sfera di legno, composta da due semisfere sovrapposte. Il loro punto di contatto è all'altezza degli occhi degli spettatori: la prima luce che li colpisce proviene dall'interno della sfera all'inizio dello spettacolo, quando la semisfera superiore viene lentamente sollevata. Poi si accende una seconda luce, proveniente dall'alto, e così la semisfera che si solleva proietta un'ombra via via più ampia che arriva a comprendere sotto di sé tutti gli spettatori.



Cominciamo a capire che le macchine non sono quinte o fondali, ma sono gli elementi principali dell'opera teatrale, quelli a cui è affidato il compito di trasmettere allo spettatore una conoscenza. O meglio, di risvegliare una conoscenza, perché la spiegazione di Luciano assume toni platonici: conoscere è ricordare ciò che è in noi innato. Come certi archetipi, sottolinea: la sfera o l'uovo che si aprono e la luce che squarcia per la prima volta il buio sono da sempre i simboli dell'origine nelle culture indoeuropee. “Le macchine sceniche rappresentano la pulsione vitale della storia da narrare, sono il corpo che si prende lo spazio dove esprimersi in un movimento costante. E il suo movimento non è la ripetizione meccanica di un gesto, ma il ritmo vitale che spoglia della materia fredda quell'oggetto e lo eleva a soggetto narrante”.

Innate, secondo Luciano, sono anche le capacità manuali; quando un individuo che ne è dotato ha la fortuna di nascere in un luogo abitato da persone che si dedicano da generazioni alle corrispondenti attività professionali, ecco che le potenzialità si realizzano. Mi trattengo dall'interrompere l'artista per fargli notare che da platonico sta diventando aristotelico. La sua fortuna, prosegue, è stata quella di nascere a Magliano Sabina, dove ha potuto crescere immerso nel patrimonio tecnico e artistico degli artigiani del paese. Ha imparato a lavorare il legno, con il quale costruisce le sue macchine, e ha capito che l'ideatore di un congegno non può delegare ad altri la sua costruzione perché, in quel caso, non potrebbe infondergli ciò che, attraverso la macchina, la propria anima vuole comunicare ad altri. La macchina sarebbe inerte, nessuno stimolo vitale raggiungerebbe lo spettatore e l'anamnesi non avverrebbe. La macchina, ridotta a pura materia, susciterebbe un piacere limitato ai sensi. Estetismo invece di filosofia. “Il teatro, invece, dev'essere fatto con le stesse mani dei suoi operatori, un teatro dove la materia diventa azione”.



Queste considerazioni piacerebbero a Giordano Bruno, che nel suo De la causa, principio e uno elabora il concetto di Vita-materia. Bruno nega che la materia sia “potenza pura, nuda, senza atto, senza virtù e perfezione”. Essa, invece, contiene “l'avvio di tutte le forme, sicché da esso tutte le produce e le emette”. La materia è, dunque, principio infinito di vita infinita e la morte non è che mutazione delle sue accidentali composizioni. La struttura fondamentale dell'essere, ad ogni livello, è la vicissitudine, cioè la continua trasmutazione, senza la quale la vita si arresterebbe. Dal concetto di Vita-materia consegue l’omogeneità di tutti gli esseri, poiché non vi è differenza per quanto riguarda la materia che li costituisce. Che cosa, dunque differenzia l’uomo dagli animali? Esclusa la materia, non rimane che la forma, cioè la struttura corporea. Bruno individua, perciò, nella mano la peculiarità che caratterizza l'uomo e la sua civiltà. L'uso congiunto di intelletto e mano conduce alla virtù attraverso il lavoro, le invenzioni, la curiosità, la fatica.



A Bruno, sostenitore dell'infinità dei mondi, sarebbe forse piaciuta anche Contaminazioni, un'opera di Luciano Minestrella ispirata ai versi di Alfred Tennyson:



Venite amici,

che non è mai troppo tardi

per scoprire un nuovo mondo.

Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte.



Le linee che descrivono lo scafo di una nave fuoriescono da uno strato di mare composto di scaglie di solfato di rame, l'albero maestro è piegato, la sua cima poggia ai piedi della polena, le sue funi diventano strumenti di traino del ponte dove un grande timone, a forma di calotta di un globo, delinea le rotte da seguire per raggiungere la terra designata”.


Ferruccio ed io abbiamo ormai rinunciato alla visita guidata del palazzo e passiamo nella seconda stanza, dove Luciano ci mostra una delle sue macchine a grandezza naturale: un Ippogrifo, bicefalo e senza zampe, utilizzato per uno spettacolo ispirato all'Orlando furioso. Teste e ali sono montate su un carro, le cui due ruote sono collegate con una cinghia di trebbiatrice ad un ingranaggio; questo fa muovere avanti e indietro, alternate, le due teste, una con la bocca più aperta e una più chiusa, in modo da creare, come in un cartone animato, l'effetto del cavallo ansimante per la corsa.





I confini tra sogno e realtà sono così labili in Ariosto... Le difficoltà di chi usa materia, che è qualcosa che ha un suo peso che può facilmente generare pesantezza, che ha un suo volume che ancor più facilmente può divenire ingombrante, nell'esprimere il volo nel territorio della fantasia è tanta. Noi ci abbiamo provato e in questo volo pindarico abbiamo trasportato il nostro bagaglio culturale che affonda le sue radici in una cultura agreste e di lavoro manuale. L'Ippogrifo è nato come esigenza di dare una immagine tangibile al concetto di fantasia, doveva essere quell'elemento di presenza costante nello spettacolo, elemento generatore delle varie fasi del racconto teatrale. L'Ariosto era il riferimento letterario. Copiare fedelmente l'esposizione ariostesca era come riesumare una salma, qualcosa che era ormai lontano, un sogno che aveva intrapreso il lungo cammino verso l'infinito, da dove non si fa più ritorno. E volevamo allora dare a questo sogno una vita nuova per percorrere le vie tracciate dal predecessore. Ne sono passati di secoli, di scoperte nuove si è arricchito l'uomo... ed è forse un caso allora che il nostro Ippogrifo ha come elemento del suo esistere parte del carro di Elia con cui Astolfo salì sulla luna? Se dovessimo esprimere i sentimenti che genera in noi, artefici di questa macchina scenica, l'Ippogrifo, diremmo solo che su questo carro percorriamo ogni giorno quel tratto di vita che dà colore e calore alla nostra umile esistenza”.



Nel suo lavoro, Luciano toglie la maggior quantità possibile di materia, a partire da quella ornamentale. Lo spettatore non deve essere distratto dal compiacimento del senso della vista, ma essere messo in condizione di cogliere l'essenziale attraverso il movimento di quella porzione di materia che costituisce la macchina. Il legno è povero, leggero. Nell'Ippogrifo ci sono le bocche, perché per galoppare bisogna respirare. Ci sono le ali, perché per andare a vivere nei nostri sogni ci vuole un sostegno. C'è la cinghia della trebbiatrice, perché per volare ci vogliono radici forti. Il minimo di materia, quindi, e il massimo di forma, di essenza. Nel metodo di Luciano risuona la stessa tensione verso la perfezione che anima la filosofia aristotelica: tutto ciò che esiste si trasforma, e lo fa per raggiungere la propria forma, l'essenza; la forma pura, cioè la perfezione, il punto di arrivo finale di tutte le trasformazioni della materia, non può esistere nel mondo reale perché tutti gli esseri sono composti di materia e forma indissolubilmente legate; la perfezione, tuttavia, è ciò verso cui tutto ciò che si trasforma tende, è ciò che innesca e muove il divenire attirando verso di sé gli esseri; come la persona amata, la quale, pur immobile o addirittura ideale, attrae l'amante senza dover fare nulla. Nemmeno esistere nella realtà.






sabato 17 settembre 2016

Un pellegrinaggio resistente, laico e europeista. Deviazioni dalla Via Francigena fra Lucca e Roma.



1943-45: alcuni giovani di Castiglione d'Orcia (SI), fra i quali Giorgio Formichi, sfuggono avventurosamente all'esercito della Repubblica di Salò e si uniscono ai partigiani giellisti della Brigata Maira. Opereranno nella zona di Dronero (CN) fino alla Liberazione.
1970: i partigiani della Brigata Maira costruisco a S. Margherita di Dronero un rifugio intitolato al loro comandante Detto Dalmastro. Negli anni successivi, un gruppo di giovani della sezione ANPI di Formia (LT) inizia a frequentare il rifugio, così come i partigiani della val d'Orcia e i loro familiari.
1987: si sancisce ufficialmente il gemellaggio fra il Rifugio della Margherita e la sezione ANPI di Castiglione d'Orcia.
2012-15: ormai molti partigiani sono mancati, ma nel frattempo alla Margherita è nata un'associazione che si propone di conservarne la memoria e di infondere nuova vita al Rifugio, traducendo nella pratica i valori della Resistenza e della Costituzione. Fra i primi obiettivi, rivitalizzare il legame con gli amici di Castiglione e di Formia. Questi ultimi tornano al Rifugio già nel 2012. Nel 2014 viene a mancare Giorgio Formichi, e l'anno seguente i suoi nipoti (e pronipoti) ritornano dopo lungo tempo alla Margherita, portando con sé una lettera in ricordo di Giorgio scritta dal figlio Maurizio.

2016: cinque soci dell'associazione degli amici del Rifugio si incamminano sulla Via Francigena in direzione di Castiglione d'Orcia (dove arrivano a piedi, partiti chi da Lucca e chi da Siena) e di Formia (che raggiungono in treno da Roma, al termine della camminata).

Non c'è retorica in questi incontri; nessuno partecipa per mettersi in mostra in vista di una carriera politica. C'è la profonda riconoscenza, mista a affetto e ammirazione, per i padri e i nonni che hanno fatto la Resistenza. L'abbiamo sentita forte, una vampa nel petto, alla fine di una cena durante la quale ci siamo scambiati lunghi racconti. I padri e i nonni erano lì con noi, e nessuno si sarebbe stupito se li avesse visti entrare nella stanza e sedersi, in carne e ossa, al nostro tavolo.
Ma non c'è solo memoria, in questi incontri, e neanche soltanto amicizia. C'è la voglia di costruire insieme, la voglia di sentire nel cuore, nella testa e nelle braccia quella cosa grazie alla quale i padri e i nonni fecero quello che fecero: l'unità.

A Formia, gli amici del posto ci portano a concludere nel modo migliore il nostro pellegrinaggio: alle isole di Santo Stefano e Ventotene. A Santo Stefano, i regimi che hanno oppresso l'Italia rinchiudevano chi lottava per la libertà e per la giustizia: i liberali al tempo dei Borboni, gli anarchici nell'età umbertina, i socialisti e i comunisti durante il fascismo. Qui hanno sofferto uomini come Luigi Settembrini, Gaetano Bresci e Sandro Pertini. 


Altri antifascisti vennero confinati a Ventotene, fra i quali Altiero Spinelli. Quest'ultimo lo si definisce da anni un padre dell'Europa, e da qualche mese si invoca il suo Manifesto per rinvigorire la traballante Unione Europea.


Nel Manifesto di Ventotene, però, non si parla di unità europea con la vuota superficialità dei leader politici del nostro tempo. Ci sono analisi e proposte, di cui oggi si tace, che andrebbero urgentemente rilette, confrontate con la situazione politica e economica attuale e discusse.
Innanzitutto, nell'agosto 1941, Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni spiegavano così quanto era avvenuto in Europa negli anni precedenti:

i ceti privilegiati che avevano consentito all'uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell'uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari. D'altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un'unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.

Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. E' salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d'impiego.

Colorni, Rossi e Spinelli proseguivano con proposte chiare e precise in campo economico:

Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione, saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d'iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell'U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività. La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell'unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

A non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un'attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l'esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l'importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E' questo il campo in cui si dovrà procedere senz'altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

B le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl'istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l'azionariato operaio, ecc.;

C i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

D la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l'alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.

Infine, le loro parole su una questione sociale rimasta irrisolta:

la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, di cui cerca approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo andrà senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.


Il testo integrale del Manifesto di Ventotene si può scaricare gratuitamente dal sito del Senato della Repubblica a questo link.


A Ventotene ho ambientato il racconto Sognando l'evasione, inserito nell'antologia Sull'isola, edizione 2020 della collana Pagine in viaggio di Neos Edizioni.


Il racconto sarà presentato

mercoledì 30 novembre 2022
alle 17,30
al circolo TeArt
via Giotto,14
Torino