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giovedì 16 luglio 2026

Ho seguito Escher a Barbarano Romano

 

Dal 21 aprile al 5 maggio del 1927, MCE visita Viterbo e i siti archeologici etruschi di Tarquinia, Barbarano e Norchia, in compagnia di Jetta e del suocero. I luoghi etruschi erano diventati meta del turismo colto europeo soprattutto dopo la pubblicazione, nel 1848, di The Cities and Cemeteries of Etruria dell'esploratore inglese George Dennis. [...] 

Tredici febbraio Ventidue

A poche decine di chilometri di distanza da Norchia in direzione sud-est, sempre sulla riva del Biedano, su un'altra lingua di terra che termina a testa di vipera, elevata rispetto ai corsi d'acqua che la lambiscono, sorge Barbarano Romano. Così la rappresentò Escher in un'altra sua litografia del 1929; la guida Baedeker gliel'aveva presentata come «circondata da pascoli deserti». Anche in questa località si trova un'importante necropoli etrusca, quella di San Giuliano. 

Tombe a portico

Il visitatore incontra però un diverso approccio ai beni ambientali e culturali: già negli anni Ottanta l'Amministrazione comunale si adoperò affinché venissero tutelati attraverso la creazione del Parco Regionale Marturanum, dal nome dell'antica città edificata nella zona. L'attuale sindaco Rinaldo Marchesi, poi, sta ottenendo consistenti fondi che vengono convogliati verso il patrimonio culturale del paese. Ogni mattina sono aperti il centro visite del Parco, presso il Museo Naturalistico “Francesco Spallone”, e il Museo delle Necropoli Rupestri, quest'ultimo grazie alla presenza delle volontarie dell'Associazione Barbarano Cultura. Sono entrambi ottime introduzioni all'esplorazione della zona e forniscono una buona carta dei sentieri. Le tombe più antiche della necropoli di Barbarano risalgono al periodo orientalizzante della storia etrusca (VII secolo a.C.), precedenti quindi quelle di Norchia, che appartengono al periodo ellenistico (IV-III secolo a.C.). Una buona parte della necropoli fu scavata dal re di Svezia Gustavo negli anni Cinquanta, per cui Mauk e Jetta non la poterono vedere.

La tomba più rappresentativa è quella del Cervo, così chiamata perché al suo esterno è visibile un bassorilievo che raffigura una scena di lotta tra un cervo e un lupo. 

Un intervento di recupero svolto nel 2015 dal Parco Regionale Marturanum, che ha adottato il bassorilievo come simbolo, permette di apprezzare pienamente la struttura “a dado” visibile anche a Norchia: il tufo viene scavato dall'alto, in modo che la tomba risulti staccata dalla parete per tre lati, mentre il quarto, la facciata, è ricavato dalla parete della scarpata. 


Una tecnica di costruzione che si avvicina a quella delle chiese etiopi di Lalibela.

(Da Ho seguito Escher. In viaggio con l'artista in Italia, Spagna, Corsica, Tunisia, Malta,

i libri di Mompracem, Firenze 2024)

Lalibela, Etiopia

Ho seguito Escher sarà presentato

venerdì 31 luglio 2026
alle ore 17,45
Barbarano Romano (VT)
piazzetta dei poeti a braccio
con Raimondo Fortuna
presidente Associazione Barbarano Cultura




sabato 25 maggio 2024

Ho seguito Escher

 

La straordinaria produzione artistica di Maurits Cornelis Escher ha le sue radici nei viaggi compiuti negli anni Venti e Trenta. Il giovane grafico olandese ha esplorato l’Italia centrale e meridionale, la Spagna, la Corsica, la Tunisia, Malta. Spesso, seguendo a sua volta percorsi tracciati da precedenti viaggiatori.

Il suo modo di viaggiare era stagionale, come quello di un uccello migratore; quasi sempre in compagnia di amici, come lui artisti; in treno, a piedi, con i muli, in corriera; dalla costa o dalla città verso l'interno, sempre verso l'alto, verso paesi remoti e immancabilmente costruiti sopra un cocuzzolo.

Ho ripercorso gli itinerari dell’artista, alla ricerca dei luoghi e degli incontri che sono stati decisivi nella sua vita. Volevo verificare l’impressione che ci accomunasse un modo di sentire e di viaggiare. A muovermi sono stati la curiosità per le tracce del passato, la disponibilità all’imprevisto e alla divagazione, e, più di tutto, l’interesse per le persone che ci aprono le porte di altri mondi. Il risultato è questo libro:



Ho seguito Escher è pubblicato e venduto da i libri di Mompracem.
Si trova nelle librerie (anche online).


Prossime presentazioni:

venerdì 31 luglio 2026
alle ore 17,45
piazzetta dei poeti a braccio
Barbarano Romano (VT)


Una breve biografia di M.C. Escher si trova qui.

Viaggi di Escher (1922-1936)


Anno

Meta

Località

Compagni

Opere

1922

(5 aprile – 12 giugno)

Italia

Firenze, Empoli, Poggibonsi, San Gimignano, Volterra, Siena, Orvieto, Assisi, Urbino, Calmazzo, Rimini, Ravenna, Venezia, Padova, Milano

Bas Kist e Jan van der Does de Willebois (a Firenze), Lex van der Does de Willebois (fino a San Gimignano)

San Gimignano


1922

(13 settembre – 6 novembre)

Spagna

Alicante, Tarragona, Barcellona, Madrid, Granada, Siviglia

Fiet van der Does de Willebois, Aad van Stolk (fino a Alicante)


1922-23

(11 novembre – fine febbraio)

Italia

Genova, Pisa, Siena


Tetti di Siena,

Serenata a Siena,

San Gimignano

1923

(1 marzo – fine giugno)

Campania

Napoli, Pompei, Ravello



1923

(fine giugno – 27 agosto)

Toscana

Siena



1923

(6 settembre - ?)

Italia

Siena, Orvieto, Assisi, Ravenna

genitori


1924

(16 giugno - ?)

(ottobre)

Francia

Annecy



Chartres

Jetta Umiker



Jetta Umiker




La Cattedrale sommersa

1924

(novembre)

Lazio

Frascati, Vitorchiano

Jetta Umiker

Ritratto di G. Escher-Umiker.

Vitorchiano nel Cimino

1926

(maggio)

Lazio

Palestrina, Capranica, Tivoli, Genazzano



1927

(14-15 aprile)

Lazio

Anticoli Corrado



1927

(21 aprile – 5 maggio)

Lazio

Viterbo, Tarquinia, Barbarano, Norchia

Jetta Umiker, Arturo Umiker

Barbarano

1927-28

(dicembre - gennaio)

Tunisia

Sidi Bou Said, Kairouan

Rudolf Bonnet, Nina Umiker

Torre di Babele

1928

(10-19 aprile)

Abruzzo

Ascoli Piceno, Loreto, Ortona, Fara San Martino, Sulmona


Fara San Martino

1928

(23 maggio – 25 giugno)

Corsica

Bastia, Calvi, Corte, Ota, Evisa, Bonifacio

Arturo Umiker

Bonifacio, Cittadella di Calvi, Corte

1929

(12 maggio – 10 giugno)

Abruzzo e Molise

Goriano Sicoli, Cocullo, Castrovalva, Villalago, Scanno, Villetta Barrea, Opi, Pescasseroli, Barrea, Alfedena, Pizzone, Castel San Vincenzo, Cerro al Volturno, Forlì del Sannio, Castel di Sangro, Pettorano sul Gizio, Sulmona

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess

Goriano Sicoli, Genazzano, Cerro al Volturno, Strada di Scanno, Castrovalva, Il ponte, Opi, Natura morta con specchio, Belvedere


1930

(28 aprile – 25 maggio)

Calabria

Pizzo, Tropea, Scilla, Reggio Calabria, Melito, Pentedattilo, Palizzi, Stilo, Catanzaro, Monasterace, Squillace, Crotone, Santa Severina, Cariati, Rossano, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano, Trebisacce, Rocca Imperiale

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess, Jean Rousset

Palizzi, Morano, Pentedattilo (3), Fiumara di Stilo, Cattolica di Stilo, Scilla (2), Tropea, Santa Severina, Rocca Imperiale, Rossano, Sogno

1931

(giugno)

Campania

Ravello, Positano, Atrani, Maiori, Minori, Amalfi

Jetta Umiker

Vicolo coperto a Atrani, Case diroccate di Atrani, Ravello e la costa dI Amalfi, Costa di Amalfi (2), San Cosimo (2), Fattoria di Ravello, Turello, Carrubo, Atrani (visto da Pontone), Porta Maria dell'Ospidale, San Giovanni in Campidoglio, Leone della fontana nella piazza di Ravello, Case di Positano,

Sogno, Metamorfosi, Metamorfosi II, Relatività, Cascata, Metamorfosi III

1932

(22 aprile – 20 maggio)

Sicilia

Palermo, Corleone, Cefalù, Tindari, Milazzo, Lipari, Taormina, Giarre, Randazzo, Bronte, Cesarò, Troina, Cerami, Nicosia, Sperlinga, Enna, Calascibetta, Gangi, Petralia Sottana, Caltavuturo, Sclafani, Calatafimi, Segesta, Castellammare, Monreale

Giuseppe Haas-Triverio

Gangi, Tempio di Segesta, Castelmola, Cattedrale di Cefalù, Abitazioni rupestri vicino a Sperlinga, Randazzo e il Monte Etna, Il Monte Etna vicino a Bronte, Caltavuturo nelle Madonie, Chiostro di Monreale, Sclafani, Cesarò e il Monte Etna, Colata di lava del 1928,

1933

(2-30 maggio)

Corsica

Calvi, Piana, Porto, Corte, Nonza, Bastia

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess

Pineta di Calvi, Chiesa di Corte, Calvi: il borgo dei pescatori, Golfo di Porto, Vecchio ulivo, Rimorchiatore nel vecchio porto di Bastia, Calanchi , Calanchi di Piana, Nonza, Su e giù

1934

(luglio - agosto)

Belgio

Sint-Idesbald, Gand Bruges, Tournai

Jetta Umiker

San Bavone (Gand), Cattedrale di Tournai

1935

(9-31 maggio)

Sicilia e Malta

Palermo, Trapani, Selinunte Castelvetrano, Sciacca, Caltabellotta, Agrigento, Ragusa, Siracusa, La Valletta

Giuseppe Haas-Triverio

Senglea (Malta), Selinunte, Balconata, Galleria di stampe

1936

(26 aprile – 28 giugno)

Italia, Malta, Spagna

Trieste, Fiume, Venezia, Ancona, Bari, Catania, Giarre, Nunziata, La Valletta, Messina, Genova, Marsiglia, Barcellona, Valencia, Cuenca, Sagunto, Alicante, Elche, Cartagena, Almeria, Granada, Guadix, Ronda, Cordova, Siviglia, Savona, Livorno, Pisa, Napoli

Jetta Umiker (da Genova a Savona)

Casa nella lava vicino a Nunziata, Mercantile, Venezia, Ancona, Catania, Marsiglia, Torre pendente (Pisa), Piano di Sant'Andrea (Genova), Natura morta e strada, Oblò



Ho seguito Escher:

-  a Orvieto

- in Abruzzo


- a Ravello

- in Calabria




- a Malta

- a Genova

- ad Ancona

- a Savona



mercoledì 16 febbraio 2022

Per necropoli dalla Sicilia alla Tuscia

 

Hisn al-Giran è un'espressione araba che letteralmente significa “la fortezza delle grotte” e si riferisce a una tipologia di villaggi rupestri berberi, ancora frequenti in alcune zone del Nordafrica e situati in luoghi impervi. Il cronista arabo Ibn al-Athīr, riferisce che nell’anno 841 una Hisn al-Giran situata nel territorio di Enna, costituita da una quarantina di ambienti, venne saccheggiata in occasione di una gualdana musulmana. Nato sulle rive del Tigri e vissuto fra il XII e il XIII secolo, Ibn al-Athīr fu storico e biografo, autore de Il libro perfetto sulla storia, un compendio in forma annalistica della storia universale dalla creazione ai tempi dell'autore; la parte che riguarda la Sicilia e la Spagna fu tradotta in francese da Fagnan alla fine dell'Ottocento. L'episodio della Hisn al-Giran ennese venne ripreso dall’arabista palermitano Michele Amari nella sua Storia dei Musulmani di Sicilia pubblicata fra il 1854 e il 1872. Negli stessi anni Amari si impegnò nella vita politica italiana, prima come diffusore delle idee mazziniane, poi come ministro di Garibaldi nella Sicilia del 1860 e infine come ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia dal 1862 al 1864. Razionalista e positivista, sostenne la laicità dello Stato e l'importanza delle virtù civili.

Calascibetta

Nel 2011 Hisn al-Giran è stata scelta come nome dell'associazione culturale fondata a Calascibetta, a un paio di chilometri da Enna, da un gruppo di giovani laureati, liberi professionisti e studenti universitari. L'espressione si adatta bene, infatti, al Villaggio Bizantino di Vallone Canalotto, un luogo che per tipologia di insediamento e di ambienti rilevati dagli archeologi ricorda quello citato da Ibn al-Athīr.


Il sito è curato dall'associazione, che propone una densa escursione con l'archeologo Gianluca Rosso, guida ambientale escursionistica: un'esplorazione storica, antropologica e naturalistica. Si tratta di un luogo che riassume millenni di presenza umana: dapprima vennero scavati i siti funerari preistorici, man mano allargati dai fruitori successivi, greci, romani, bizantini e arabi (di cui si può ammirare un qanat, capolavoro di ingegneria idraulica, ancora in funzione). Per secoli, poi, sono stati i pastori a sfruttare le grotte che un tempo erano state necropoli e chiese. Il nucleo principale è stato utilizzato da una comunità fino agli anni Sessanta del secolo scorso, l'antica chiesa è stata abitata da una famiglia fino agli anni Ottanta. I barbagianni e gli allocchi ci vivono ancora.


Nella Tuscia, l'altopiano tufaceo è attraversato da solchi profondissimi scavati dai fiumi. Qui gli etruschi scavarono e modellarono le ripide scarpate per realizzare i loro imponenti monumenti sepolcrali. Anche qui i vani delle necropoli e delle sepolture sono stati nei secoli riutilizzati, almeno nei luoghi più accessibili. Quelli più impervi sono stati riscoperti dal fervore archeologico internazionale un secolo fa. A Norchia, una magnifica necropoli etrusca che attirava i viaggiatori europei sta nuovamente sparendo, abbandonata all'incuria umana e al vigore della natura.

Trovarla è già una caccia al tesoro, gratificante per chi ama questo genere di giochi ma che di certo non favorisce l'arrivo di visitatori. A partire da Vetralla ci si può affidare alle indicazioni delle bariste e dei loro disponibili clienti. Lungo il tragitto (sulla SS 1 bis, ovvero l'Aurelia bis), un paio di cartelli illudono il viaggiatore, ma la strada asfaltata a cui guidano termina in uno spiazzo dove si trovano rifiuti abbandonati invece che indicazioni. A questo punto, si dubita di aver sbagliato strada. A me è andata bene, perché sono arrivati proprio in quel momento tre visitatori esperti del luogo, dai quali ho saputo che si deve puntare verso un rudere che si scorge in lontananza, camminando su una stradina sterrata che conduce all'ingresso della necropoli (dotato di pannello informativo).

Da quel punto, si possono seguire le tacche bianche e rosse di un sentiero, che attraversa la necropoli e scende a un fosso dal quale si possono ammirare la grandiosità dell'opera etrusca, degna di un sito precolombiano dello Yucatan, ma anche constatare l'avanzata della vegetazione che la sta ricoprendo.

Il sentiero risale sulla sponda opposta e conduce a un'altura tra i fiumi Pile e Biedano, dove si trovano i ruderi medievali di un castello (quelli che danno la direzione all'inizio dell'esplorazione) e i resti della chiesa di San Pietro, risalente al dodicesimo secolo. Di quest'ultima resta in piedi parte dell'abside, a cui si accede da un'apertura sagomata sulla forma umana.


Oltre alle pareti e alla facciata, è crollato anche il pavimento, per cui ci si ritrova nella cripta, che ora costituisce con l'abside un unico fondale. A qualche decina di metri, si incontra una quercia che in passato avrà garantito ombra e riparo ai frequentatori della chiesa.


A poche decine di chilometri di distanza da Norchia in direzione est, sempre sulla riva del Biedano, su un'altra lingua di terra che termina a testa di vipera, elevata rispetto ai corsi d'acqua che la lambiscono, sorge Barbarano Romano. Anche in questa località si trova un'importante necropoli etrusca, quella di San Giuliano. Il visitatore incontra un diverso approccio ai beni ambientali e culturali: già negli anni Ottanta l'Amministrazione comunale si adoperò affinché venissero tutelati attraverso la creazione del Parco Regionale Marturanum, dal nome dell'antica città edificata nella zona. L'attuale sindaco Rinaldo Marchesi, poi, sta ottenendo consistenti fondi che vengono convogliati verso il patrimonio culturale del paese. Ogni mattina sono aperti il centro visite del Parco, presso il Museo Naturalistico "Francesco Spallone", e il Museo delle Necropoli Rupestri (il secondo grazie alla presenza delle volontarie dell'Associazione Barbarano Cultura). Sono entrambi ottime introduzioni all'esplorazione della zona e forniscono una buona carta dei sentieri.

Le tombe più antiche risalgono al periodo orientalizzante della storia etrusca (VII secolo a.C.), precedenti quindi quelle di Norchia, che appartengono al periodo ellenistico (IV-III secolo a.C.). Del VI secolo a.C. sono le tombe definite “palazzine” e quelle “a portico”.


La tomba più rappresentativa è quella del Cervo, così chiamata perché al suo esterno è visibile un bassorilievo che raffigura una scena di lotta tra un cerco e un lupo. 

Un intervento di recupero svolto nel 2015 dal Parco Regionale Marturanum (che ha adottato il bassorilievo come simbolo) permette di apprezzare pienamente la struttura “a dado” visibile anche a Norchia: il tufo viene scavato dall'alto, in modo che la tomba risulti staccata dalla parete per tre lati (mentre il quarto, la facciata, è ricavato dalla parete della scarpata). Una tecnica che si avvicina quella delle chiese etiopi di Lalibela.


Anche a San Giuliano si trova una chiesa medievale, omonima, coeva del San Pietro di Norchia.

Nell'area archeologica, tra Barbarano e Caiolo, si sviluppano 14 sentieri ben segnalati. Per visitare tutti i punti di interesse, si possono percorrere in quest'ordine, partendo dall'area attrezzata di Caiolo: 12-10-9-11-8-6-4-67-9-13-14.




venerdì 5 maggio 2017

Uomini in cammino, macchine in scena





L'associazione Dèi Camminanti di Vicopisano organizza da tre anni una festa che raduna persone che amano i cammini, di ogni genere. Inevitabile che il borgo toscano sia diventato un luogo in cui è molto alta la probabilità di incontrare persone di valore. Questo, d'altra parte, è uno dei motivi principali per cui ci si mette in cammino. Quando, poi, l'incontro è inaspettato, il piacere è ancora maggiore.

Così è accaduto, una domenica mattina di aprile, all'amico Ferruccio e a me: annullato all'ultimo momento il previsto incontro con uno scrittore, decidiamo di visitare il centro storico di Vicopisano; quando stiamo per partecipare ad una visita guidata al palazzo del Pretorio, ci viene suggerito di impiegare i minuti di attesa della guida dando un'occhiata ad una piccola mostra ospitata in due stanze al pianterreno del palazzo. Si tratta di macchine di scena per il teatro, ci dicono.

L'uomo che ci accoglie è Luciano Minestrella, che è l'autore delle macchine e dei modelli esposti e l'animatore della Mirabilis Teatro societas di Magliano Sabina, in provincia di Rieti. Non è quindi un abitante di Vicopisano, ma si capisce subito perché sia qui: il borgo in cui ci troviamo venne fortificato per conto di Firenze da Filippo Brunelleschi e la torre che si trova a pochi metri di distanza porta il suo nome; i primi modelli che Luciano ci illustra sono tratti da progetti di Brunelleschi, da lui rintracciati nelle opere di Vasari. Dopo gli studi universitari in Filosofia, infatti, Luciano ha compiuto un lavoro di ricerca e studio del Rinascimento italiano, e delle botteghe artigianali fiorentine nel Quattrocento, che lo ha condotto ad interessarsi al teatro scenografico. Nelle sue opere teatrali – ci spiega - “la scenografia diviene una presenza significativa, non è semplicemente l'ambiente entro il quale il racconto si muove, ma una simbiosi con il racconto stesso e in alcuni casi un divenire il racconto stesso”. E aggiunge: “Iniziai a progettare e costruire grandi macchine sceniche affidando ad esse il racconto di storie antiche e della vita del tempo presente”.

Le forme brunelleschiane su cui lavorò inizialmente (per prima, com'è ovvio, la cupola e, quindi, la sfera e la semisfera) vennero rielaborate nel 2000 per uno spettacolo dedicato alla Natività. Buio in sala. Gli spettatori siedono intorno al palcoscenico posto al centro del teatro, sul quale c'è una sfera di legno, composta da due semisfere sovrapposte. Il loro punto di contatto è all'altezza degli occhi degli spettatori: la prima luce che li colpisce proviene dall'interno della sfera all'inizio dello spettacolo, quando la semisfera superiore viene lentamente sollevata. Poi si accende una seconda luce, proveniente dall'alto, e così la semisfera che si solleva proietta un'ombra via via più ampia che arriva a comprendere sotto di sé tutti gli spettatori.



Cominciamo a capire che le macchine non sono quinte o fondali, ma sono gli elementi principali dell'opera teatrale, quelli a cui è affidato il compito di trasmettere allo spettatore una conoscenza. O meglio, di risvegliare una conoscenza, perché la spiegazione di Luciano assume toni platonici: conoscere è ricordare ciò che è in noi innato. Come certi archetipi, sottolinea: la sfera o l'uovo che si aprono e la luce che squarcia per la prima volta il buio sono da sempre i simboli dell'origine nelle culture indoeuropee. “Le macchine sceniche rappresentano la pulsione vitale della storia da narrare, sono il corpo che si prende lo spazio dove esprimersi in un movimento costante. E il suo movimento non è la ripetizione meccanica di un gesto, ma il ritmo vitale che spoglia della materia fredda quell'oggetto e lo eleva a soggetto narrante”.

Innate, secondo Luciano, sono anche le capacità manuali; quando un individuo che ne è dotato ha la fortuna di nascere in un luogo abitato da persone che si dedicano da generazioni alle corrispondenti attività professionali, ecco che le potenzialità si realizzano. Mi trattengo dall'interrompere l'artista per fargli notare che da platonico sta diventando aristotelico. La sua fortuna, prosegue, è stata quella di nascere a Magliano Sabina, dove ha potuto crescere immerso nel patrimonio tecnico e artistico degli artigiani del paese. Ha imparato a lavorare il legno, con il quale costruisce le sue macchine, e ha capito che l'ideatore di un congegno non può delegare ad altri la sua costruzione perché, in quel caso, non potrebbe infondergli ciò che, attraverso la macchina, la propria anima vuole comunicare ad altri. La macchina sarebbe inerte, nessuno stimolo vitale raggiungerebbe lo spettatore e l'anamnesi non avverrebbe. La macchina, ridotta a pura materia, susciterebbe un piacere limitato ai sensi. Estetismo invece di filosofia. “Il teatro, invece, dev'essere fatto con le stesse mani dei suoi operatori, un teatro dove la materia diventa azione”.



Queste considerazioni piacerebbero a Giordano Bruno, che nel suo De la causa, principio e uno elabora il concetto di Vita-materia. Bruno nega che la materia sia “potenza pura, nuda, senza atto, senza virtù e perfezione”. Essa, invece, contiene “l'avvio di tutte le forme, sicché da esso tutte le produce e le emette”. La materia è, dunque, principio infinito di vita infinita e la morte non è che mutazione delle sue accidentali composizioni. La struttura fondamentale dell'essere, ad ogni livello, è la vicissitudine, cioè la continua trasmutazione, senza la quale la vita si arresterebbe. Dal concetto di Vita-materia consegue l’omogeneità di tutti gli esseri, poiché non vi è differenza per quanto riguarda la materia che li costituisce. Che cosa, dunque differenzia l’uomo dagli animali? Esclusa la materia, non rimane che la forma, cioè la struttura corporea. Bruno individua, perciò, nella mano la peculiarità che caratterizza l'uomo e la sua civiltà. L'uso congiunto di intelletto e mano conduce alla virtù attraverso il lavoro, le invenzioni, la curiosità, la fatica.



A Bruno, sostenitore dell'infinità dei mondi, sarebbe forse piaciuta anche Contaminazioni, un'opera di Luciano Minestrella ispirata ai versi di Alfred Tennyson:



Venite amici,

che non è mai troppo tardi

per scoprire un nuovo mondo.

Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte.



Le linee che descrivono lo scafo di una nave fuoriescono da uno strato di mare composto di scaglie di solfato di rame, l'albero maestro è piegato, la sua cima poggia ai piedi della polena, le sue funi diventano strumenti di traino del ponte dove un grande timone, a forma di calotta di un globo, delinea le rotte da seguire per raggiungere la terra designata”.


Ferruccio ed io abbiamo ormai rinunciato alla visita guidata del palazzo e passiamo nella seconda stanza, dove Luciano ci mostra una delle sue macchine a grandezza naturale: un Ippogrifo, bicefalo e senza zampe, utilizzato per uno spettacolo ispirato all'Orlando furioso. Teste e ali sono montate su un carro, le cui due ruote sono collegate con una cinghia di trebbiatrice ad un ingranaggio; questo fa muovere avanti e indietro, alternate, le due teste, una con la bocca più aperta e una più chiusa, in modo da creare, come in un cartone animato, l'effetto del cavallo ansimante per la corsa.





I confini tra sogno e realtà sono così labili in Ariosto... Le difficoltà di chi usa materia, che è qualcosa che ha un suo peso che può facilmente generare pesantezza, che ha un suo volume che ancor più facilmente può divenire ingombrante, nell'esprimere il volo nel territorio della fantasia è tanta. Noi ci abbiamo provato e in questo volo pindarico abbiamo trasportato il nostro bagaglio culturale che affonda le sue radici in una cultura agreste e di lavoro manuale. L'Ippogrifo è nato come esigenza di dare una immagine tangibile al concetto di fantasia, doveva essere quell'elemento di presenza costante nello spettacolo, elemento generatore delle varie fasi del racconto teatrale. L'Ariosto era il riferimento letterario. Copiare fedelmente l'esposizione ariostesca era come riesumare una salma, qualcosa che era ormai lontano, un sogno che aveva intrapreso il lungo cammino verso l'infinito, da dove non si fa più ritorno. E volevamo allora dare a questo sogno una vita nuova per percorrere le vie tracciate dal predecessore. Ne sono passati di secoli, di scoperte nuove si è arricchito l'uomo... ed è forse un caso allora che il nostro Ippogrifo ha come elemento del suo esistere parte del carro di Elia con cui Astolfo salì sulla luna? Se dovessimo esprimere i sentimenti che genera in noi, artefici di questa macchina scenica, l'Ippogrifo, diremmo solo che su questo carro percorriamo ogni giorno quel tratto di vita che dà colore e calore alla nostra umile esistenza”.



Nel suo lavoro, Luciano toglie la maggior quantità possibile di materia, a partire da quella ornamentale. Lo spettatore non deve essere distratto dal compiacimento del senso della vista, ma essere messo in condizione di cogliere l'essenziale attraverso il movimento di quella porzione di materia che costituisce la macchina. Il legno è povero, leggero. Nell'Ippogrifo ci sono le bocche, perché per galoppare bisogna respirare. Ci sono le ali, perché per andare a vivere nei nostri sogni ci vuole un sostegno. C'è la cinghia della trebbiatrice, perché per volare ci vogliono radici forti. Il minimo di materia, quindi, e il massimo di forma, di essenza. Nel metodo di Luciano risuona la stessa tensione verso la perfezione che anima la filosofia aristotelica: tutto ciò che esiste si trasforma, e lo fa per raggiungere la propria forma, l'essenza; la forma pura, cioè la perfezione, il punto di arrivo finale di tutte le trasformazioni della materia, non può esistere nel mondo reale perché tutti gli esseri sono composti di materia e forma indissolubilmente legate; la perfezione, tuttavia, è ciò verso cui tutto ciò che si trasforma tende, è ciò che innesca e muove il divenire attirando verso di sé gli esseri; come la persona amata, la quale, pur immobile o addirittura ideale, attrae l'amante senza dover fare nulla. Nemmeno esistere nella realtà.






sabato 17 settembre 2016

Un pellegrinaggio resistente, laico e europeista. Deviazioni dalla Via Francigena fra Lucca e Roma.



1943-45: alcuni giovani di Castiglione d'Orcia (SI), fra i quali Giorgio Formichi, sfuggono avventurosamente all'esercito della Repubblica di Salò e si uniscono ai partigiani giellisti della Brigata Maira. Opereranno nella zona di Dronero (CN) fino alla Liberazione.
1970: i partigiani della Brigata Maira costruisco a S. Margherita di Dronero un rifugio intitolato al loro comandante Detto Dalmastro. Negli anni successivi, un gruppo di giovani della sezione ANPI di Formia (LT) inizia a frequentare il rifugio, così come i partigiani della val d'Orcia e i loro familiari.
1987: si sancisce ufficialmente il gemellaggio fra il Rifugio della Margherita e la sezione ANPI di Castiglione d'Orcia.
2012-15: ormai molti partigiani sono mancati, ma nel frattempo alla Margherita è nata un'associazione che si propone di conservarne la memoria e di infondere nuova vita al Rifugio, traducendo nella pratica i valori della Resistenza e della Costituzione. Fra i primi obiettivi, rivitalizzare il legame con gli amici di Castiglione e di Formia. Questi ultimi tornano al Rifugio già nel 2012. Nel 2014 viene a mancare Giorgio Formichi, e l'anno seguente i suoi nipoti (e pronipoti) ritornano dopo lungo tempo alla Margherita, portando con sé una lettera in ricordo di Giorgio scritta dal figlio Maurizio.

2016: cinque soci dell'associazione degli amici del Rifugio si incamminano sulla Via Francigena in direzione di Castiglione d'Orcia (dove arrivano a piedi, partiti chi da Lucca e chi da Siena) e di Formia (che raggiungono in treno da Roma, al termine della camminata).

Non c'è retorica in questi incontri; nessuno partecipa per mettersi in mostra in vista di una carriera politica. C'è la profonda riconoscenza, mista a affetto e ammirazione, per i padri e i nonni che hanno fatto la Resistenza. L'abbiamo sentita forte, una vampa nel petto, alla fine di una cena durante la quale ci siamo scambiati lunghi racconti. I padri e i nonni erano lì con noi, e nessuno si sarebbe stupito se li avesse visti entrare nella stanza e sedersi, in carne e ossa, al nostro tavolo.
Ma non c'è solo memoria, in questi incontri, e neanche soltanto amicizia. C'è la voglia di costruire insieme, la voglia di sentire nel cuore, nella testa e nelle braccia quella cosa grazie alla quale i padri e i nonni fecero quello che fecero: l'unità.

A Formia, gli amici del posto ci portano a concludere nel modo migliore il nostro pellegrinaggio: alle isole di Santo Stefano e Ventotene. A Santo Stefano, i regimi che hanno oppresso l'Italia rinchiudevano chi lottava per la libertà e per la giustizia: i liberali al tempo dei Borboni, gli anarchici nell'età umbertina, i socialisti e i comunisti durante il fascismo. Qui hanno sofferto uomini come Luigi Settembrini, Gaetano Bresci e Sandro Pertini. 


Altri antifascisti vennero confinati a Ventotene, fra i quali Altiero Spinelli. Quest'ultimo lo si definisce da anni un padre dell'Europa, e da qualche mese si invoca il suo Manifesto per rinvigorire la traballante Unione Europea.


Nel Manifesto di Ventotene, però, non si parla di unità europea con la vuota superficialità dei leader politici del nostro tempo. Ci sono analisi e proposte, di cui oggi si tace, che andrebbero urgentemente rilette, confrontate con la situazione politica e economica attuale e discusse.
Innanzitutto, nell'agosto 1941, Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni spiegavano così quanto era avvenuto in Europa negli anni precedenti:

i ceti privilegiati che avevano consentito all'uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell'uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari. D'altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un'unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.

Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. E' salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d'impiego.

Colorni, Rossi e Spinelli proseguivano con proposte chiare e precise in campo economico:

Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione, saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d'iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell'U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività. La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell'unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

A non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un'attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l'esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l'importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E' questo il campo in cui si dovrà procedere senz'altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

B le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl'istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l'azionariato operaio, ecc.;

C i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

D la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l'alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.

Infine, le loro parole su una questione sociale rimasta irrisolta:

la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, di cui cerca approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo andrà senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.


Il testo integrale del Manifesto di Ventotene si può scaricare gratuitamente dal sito del Senato della Repubblica a questo link.


A Ventotene ho ambientato il racconto Sognando l'evasione, inserito nell'antologia Sull'isola, edizione 2020 della collana Pagine in viaggio di Neos Edizioni.


Il racconto sarà presentato

mercoledì 30 novembre 2022
alle 17,30
al circolo TeArt
via Giotto,14
Torino