Ad Ancona, il 29 aprile 1936, Escher scopre la chiesa romanica di Santa Maria della Piazza e per disegnarla chiede ospitalità ai gentili abitanti di un appartamento al terzo piano della casa di fronte. A novembre, questa veduta diventerà la xilografia Ancona. In questa stampa si vedono alcune minuscole figure umane, quattro sul sagrato della chiesa e una accanto al campanile; accade raramente che MCE inserisca figure umane nelle sue opere e quando lo fa, di solito sono piccole rispetto ai soggetti naturali o architettonici, e isolate le une dalle altre. [...]
Ventitré ottobre Ventidue
La chiesa di Santa Maria della Piazza ritratta da MCE si trova al limite esterno del centro storico di Ancona, di fronte alla Porta della Dogana che la separa dalla stazione marittima. Le sue origini risalgono all'epoca paleocristiana. Sulla piccola piazza che le dà il nome, nel XII secolo si svolgeva il mercato cittadino, per cui a quel tempo la chiesa era chiamata Santa Maria del mercato. Prima ancora, quando tra XI e XII secolo venne riedificata in stile romanico, si trovava vicino a una zona paludosa ed era perciò conosciuta come Santa Maria del Canneto. Danneggiata gravemente da un terremoto nel 1690, fu in seguito ristrutturata modificandone le forme: tra l'altro, una finestra rettangolare fu inserita al posto del rosone. Il suo aspetto attuale è tornato a essere almeno in parte quello del XII secolo, grazie ai lavori di restauro successivi al terremoto del 1972.
MCE vide una versione intermedia, dovuta a un primo parziale recupero delle forme originarie compiuto nel 1929.
Dietro la chiesa, una via in salita è intitolata a Ciriaco Pizzecolli, mercante, umanista, viaggiatore e collezionista. [...]
Ciriaco Pizzecolli è il più celebre dei cittadini della repubblica di Ancona, anche se entrambi, il viaggiatore e la sua città natale, godono di una fama inferiore a quella che meritano. Nato nel 1391 in una famiglia di commercianti e naviganti, a soli nove anni fu portato dal nonno materno, anche lui di nome Ciriaco, a Venezia e Padova. Nel 1403 i due Ciriaco, nonno e nipote, intrapresero un lungo viaggio nel Regno di Napoli, toccando il Sannio, la Campania, la Puglia, la Lucania e la Calabria. Pizzecolli partì per la prima volta da solo nel 1412, imbarcato come scrivano su una nave diretta verso Oriente, che lo portò ad Alessandria d'Egitto, nelle isole dell'Egeo, in Asia Minore e in Sicilia. Tornato a casa, si dedicò agli affari pubblici ma anche alla letteratura.
Un'opera dell'artista anconetano Valeriano Trubbiani lo ritrae, ventenne, intento a disegnare e prendere appunti. Realizzato nel 1991 e parte di una serie di dodici tavole che ripercorrono la vita di Pizzecolli, il disegno di Trubbiani si intitola Cum vulpe Cyriacus delineat Sanctam Mariam Arundineti: Ciriaco è seduto di fronte alla chiesa di Santa Maria della Piazza, circondata da un canneto come nel Medioevo. La facciata dell'edificio è lambita dalle acque del mare, le sue arcatelle sono riempite da canne, il portale è sostituito da un'inferriata e alla finestra in alto si affacciano due occhi e un becco. In primo piano, una volpe fissa l'osservatore; arriva dallo scoglio che le è intitolato al porto, spiega l'autore.
A partire dal 1417 Ciriaco riprese il mare. Studiò il latino e il greco da autodidatta. Il commercio smise di essere per lui lo scopo dei viaggi, divenne l'attività che gli permetteva di andare alla ricerca dei monumenti greci e romani che voleva resuscitare dall'oblio. Sostenendo di aver avuto una visione in cui il dio Mercurio lo avrebbe incitato a viaggiare per riscoprire i monumenti antichi, esplorò la Dalmazia, l'Epiro, Atene, il Peloponneso, Rodi, Creta, Cipro, il Monte Athos, la Macedonia, la Tracia, Costantinopoli, Roma e il Lazio, l'Egitto, la Siria, il Libano. Durante i viaggi, redigeva descrizioni dei monumenti che trovava, corredate da disegni di sua mano. Soprannominato pater antiquitatis dai colleghi umanisti, è stato poi definito “fondatore dell'archeologia”, ma forse sarebbe meglio dire “del collezionismo di antichità”. In ogni caso, fu lui a far conoscere ai suoi contemporanei l'aspetto del Partenone, dell'oracolo di Delfi, delle Piramidi e della Sfinge.
Sostenitore dell'alleanza tra Occidentali e Bizantini promossa dal cardinale Bessarione per contrastare l'espansione dell'Impero ottomano, mise il suo lavoro al servizio di questo progetto politico, con l'obiettivo di divulgare l'idea di un patrimonio culturale comune, da difendere contro l'avanzata turca. Le opere d'arte diventarono le sue reliquie, simboli di una comune civiltà, la “tradizione classica”, da far scoprire agli occidentali, affinché questi ultimi si appassionassero alla causa della difesa dell'Impero bizantino che ne custodiva l'eredità. Lo storico e geografo Giorgio Mangani ha evidenziato nel suo saggio Ciriaco d'Ancona e l'invenzione della tradizione classica che nei suoi scritti Pizzecolli rappresentò il mondo antico come favoloso e ideale, e attribuì ai propri lavori (scoperte archeologiche, disegni, trascrizioni di epigrafi) una attendibilità assoluta, superiore a quella degli antichi manoscritti, secondo il principio per cui mentre un testo può contenere errori o manipolazioni, un oggetto non può mentire. La narrazione dei propri viaggi e ritrovamenti, in cui mescolava passato e presente, fu per Ciriaco una tecnica retorica per sostenere l'operazione a cui partecipò: la trasformazione dell'antichità classica in un modello culturale e, allo stesso tempo, un bene economico. Donando a nobili e magnati alcuni reperti o loro copie, diede a essi un valore anche economico, trasformandoli in merci pregiate perché accompagnate dai suoi resoconti che ne certificavano l'origine. I resti della classicità divennero, a un tempo, sacri e costosi; in questo modo, sostenne la strategia dell'Impero bizantino di utilizzare i materiali archeologici come doni nelle relazioni diplomatiche, al posto delle reliquie cristiane.
Si racconta che negli ultimi anni della sua vita Ciriaco Pizzecolli si intrattenesse spesso con l'anziano filosofo Gemisto Pletone a considerare malinconicamente la vanità della gloria terrena, e che abbia compiuto un viaggio anche nei Paesi Bassi. La data della sua morte non è certa: le fonti oscillano tra il 1452 e il 1455. Nel 1453 Costantinopoli cadde in mano agli Ottomani ed ebbe fine l'Impero bizantino. I sei volumi dei Commentarii, in cui aveva raccolto gran parte delle sue annotazioni e trascrizioni epigrafiche, entrarono a far parte della biblioteca degli Sforza e con essa andarono distrutti nel 1514 nell'incendio del Palazzo Ducale di Pesaro, o forse furono successivamente venduti e dispersi. Altri suoi manoscritti furono inceneriti nel 1532, quando, durante l'invasione di Ancona, le truppe del papa diedero alle fiamme l'archivio cittadino.
Forse ispirato dai viaggi di Ciriaco Pizzecolli, conosciuto anche come Ciriaco d'Ancona, e dalla storia della comunità ebraica di Ancona, nel 1997 lo studioso britannico David Selbourne ha pubblicato The City of Light: The Hidden Journal of the Man Who Entered China Four Years Before Marco Polo, presentando il racconto come la traduzione, dall'italiano vernacolare all'inglese, di un manoscritto di Jacob d'Ancona, colto mercante ebreo che avrebbe raggiunto la Cina nel 1271. Lasciata la sua città nel 1270, Jacob toccò nel suo itinerario Zara, Ragusa, Creta, Rodi, Damasco, Baghdad, per poi navigare nel Golfo Persico e lungo le coste dell'India occidentale, nell'Oceano Indiano fino a Singapore e infine nei mari cinesi, per giungere alla città di Zaitun, metropoli costiera della Cina meridionale. Poche settimane dopo la pubblicazione del libro, alcuni studiosi hanno messo in dubbio l'esistenza del manoscritto, citando gli anacronismi presenti nella presunta traduzione. Il manoscritto non è mai stato reso pubblico e Selbourne ha sostenuto che il proprietario desidera mantenere l'anonimato.
(Da Ho seguito Escher. In viaggio con l'artista in Italia, Spagna, Corsica, Tunisia, Malta,
i libri di Mompracem, Firenze 2024)
Sulle vicende di Ciriaco Pizzecolli consiglio la lettura di Il vescovo e l'antiquario di Giorgio Mangani (il lavoro editoriale, Ancona 2016), da cui traggo le seguenti citazioni:
da p. 12:
Stephen Greenblatt ha identificato nella meraviglia la dimensione cognitiva con la quale la cultura europea occidentale ha percepito e rappresentato l’impatto con le civiltà profondamente diverse con le quali è venuta storicamente in contatto. Fu attraverso la meraviglia che si rese possibile un primo approccio cognitivo con quei mondi sconosciuti, capace di stabilire una relazione, in assenza di riferimenti culturali, indipendentemente dalle categorie morali e religiose di provenienza. Questo approccio era fondato prevalentemente sull’immaginazione ed era connesso, secondo Greenblatt, alla sospensione momentanea delle categorie tradizionali dell’osservatore o protagonista dell’impatto interculturale. La meraviglia agiva quindi in maniera simile alla relazione costruita dal dono. Cioè sospendendo momentaneamente il principio di realtà perché il meccanismo del dono potesse sviluppare la costruzione del rapporto che esso intendeva agganciare. Questa meraviglia poteva agire, tuttavia, secondo Greenblatt, in forme differenti: quella praticata dai racconti di viaggio medievali come quelli di John de Mandeville, esprimeva solo uno straniamento culturale; quella degli scopritori dei nuovi mondi, come Colombo, dell’età coloniale rivela invece una ambizione alla assimilazione e alla appropriazione delle culture incontrate. Ciriaco impiega entrambe le modalità di questo meccanismo, a seconda delle sue necessità. La modalità con cui egli si relaziona con il mondo turco, nonostante lo scontro di civiltà teorizzato e percepito, è più simile a quella tardomedievale di Mandeville che a quella coloniale di Colombo. Nel racconto di Mandeville, il mondo esotico dei popoli che vivono “al di là della terrasanta” era rappresentato con una miscela di differenza e familiarità, con una “fusione dell’io con l’altro e ironica trasformazione dell’altro nell’io” (Greenblatt). Tutto era strano ed era normalmente strano; il rapporto tra il soggetto e l’oggetto era luido come nell’atteggiamento di Ciriaco. L’assenza di ambizione alla assimilazione culturale e alla sottomissione coloniale rendeva la relazione interculturale nei termini di uno straniamento generico. Dove, invece, il meraviglioso interviene, nell’antropologia di Ciriaco, per costruire nuovi mondi in termini persuasivi, usando le “parole per fare cose”, come sostenevano i teorici degli speech acts, è nella attribuzione di fascino ai documenti della tradizione classica, alle antichità, trasformandoli in attestati mobili di una sovranità occidentale da difendere o da riconquistare. La preferenza attribuita alla dimensione verticale, storica e antiquaria di questo meraviglioso lo carica della capacità di “restaurare il tempo antico” e di reclamarne la proprietà in forme simili a quelle utilizzate per legittimare i pretesi diritti occidentali sulle terre dei nuovi mondi colonizzati. Nel caso di Colombo e di Cortes, la scrittura era stata determinante per sottomettere quelle culture, nel caso di Ciriaco, nel XV secolo, la trascrizione e la riproduzione dei documenti dell’antico heritage agì nello stesso modo, ma dentro il “campo” dell’Occidente, creando per esso una identità e una autorità precedentemente non percepite. Lo stesso risultato aveva ottenuto la circolazione delle sacre reliquie cristiane, creando cioè, nell’alveo dell’impero romano, una “comunità immaginata” che sostituì radicalmente le diverse, precedenti religioni etniche locali.
da p. 75 e seguenti:
Nella Vita di Francesco Scalamonti, come avviene nell’agiografia cristiana, Ciriaco viene rappresentato come precoce poeta-lavoratore, sempre impegnato nei viaggi e nei contatti con le più eminenti personalità dei luoghi visitati, che lo accolgono sempre benevolmente, naturalmente nel suo ruolo di agente del progetto di salvataggio della classicità e di sostegno dell’unione delle chiese latina e greca; una specie di cavaliere di una crociata culturale rivolta a mettere in salvo un patrimonio considerato il fondamento dell’identità europea. Nel presentare la propria documentata bozza di biografia, Scalamonti presenta Ciriaco soprattutto come un viaggiatore, emulo del grande Tolomeo, dando il via a un ritratto che avrà molto successo. L’accento è posto sulla constatazione che Ciriaco è stato in grado di recarsi sui luoghi e di raccogliere di persona i documenti e le informazioni relative all’antichità classica. Il modo con il quale viene ritratto è un omaggio a una tradizione retorica che utilizzava l’effetto emotivo della esperienza diretta, ma secondo una interpretazione molto diversa da quella moderna. L’essere stato fisicamente nei luoghi era soprattutto un effetto retorico che corroborava la trattazione, non tanto un modo per renderla attendibile in relazione alla percezione diretta. O meglio, quello che interessava era la capacità di costruire un discorso che fosse attendibilmente anche un percorso geografico da utilizzare come struttura della narrazione. Ancora nel XVI secolo, il cosmografo francese André Thevet rivendicherà la sua presenza fisica nei luoghi trattati, pur avendo utilizzato per la sua opera soprattutto documentazioni libresche. Il percorso, il viaggio, la descrizione di una carta erano infatti, sin dall’antichità, dei modelli retorici per trattare di argomenti diversi: storici, etnograici, mitologici. Così era stata strutturata la Geografia di Strabone, autore del I secolo, un libro che Ciriaco possedeva. L’opera di Strabone raccoglieva le informazioni, le curiosità, le storie connesse ai luoghi utilizzando il percorso o la mappa; una mappa virtuale che l’autore teneva davanti a sé nello scrivere e il lettore doveva immaginare, se non l’aveva anche lui. La geografia era concepita nell’antichità come una forma retorica per costruire dei discorsi descrittivi strutturati in una sequenza geografica, tanto da essere considerata una ars brevis, cioè una specie di enciclopedia. Il modello era stato rilanciato, proprio con questa funzione, dai protoumanisti come Petrarca e Boccaccio che avevano scritto testi geografici di questo genere.
Nel caso di Ciriaco, però, sul codice retorico del viaggio veniva innestato un lavoro che la tradizione retorica non aveva conosciuto, cioè l’attenzione per ritrovare sui luoghi i resti fisici dei monumenti e delle storie che venivano raccontate nei libri, spesso correggendo i testi antichi, elaborando in maniera critica e sistematica i dati della tradizione con quelli della esperienza. Nel XV secolo lo studio della geografia era praticato, come ha notato Patrick Gautier Dalché, con due diverse intenzioni: raccogliere dati per comprendere meglio i classici ed emendare le informazioni antiche alla luce delle nuove informazioni ad uso pratico. Si può dire che Ciriaco praticasse la geografia storica con entrambe le curiosità: per ritrovare le tracce del passato sui luoghi moderni in quanto agente di un progetto politico di rilancio della tradizione antica, ma anche per emendare i testi in quanto antiquario alla ricerca dei resti antichi, spesso perduti persino nei nomi. Viaggi e relazioni personali sono quindi gli ingredienti di questa biografia, costruita sui documenti che Scalamonti poteva utilizzare ad Ancona in quel periodo. Il carattere retorico del viaggiatore, secondo una modalità fondata sulla curiosità e l’ansia di conoscere dell’Ulisse dantesco – la Commedia di Dante era stato uno dei primi libri del cuore di Ciriaco – emerge subito nella biografia, in modi che somigliano a quelli delle vite dei santi.
Ciriaco aveva appena nove anni ed era già in preda a un’ansia di vedere il mondo “fatali quidam sorte et divino quodam aflante numine” (come costretto dal destino e da una sorta di divina ispirazione), come scrive Scalamonti nella Vita, citando un verso di Tibullo, che era in realtà una interpolazione del maestro di Ciriaco, Tommaso Seneca.
Il percorso di Ciriaco è costruito in realtà a tavolino, sulla Geografia di Strabone. In questo modo il suo viaggio nell’esotico geografico assume anche il carattere di un viaggio nel tempo creando una atmosfera sospesa e onirica, come è sua abitudine.
Presentare incontri e scoperte come se avvenissero per caso è una caratteristica dello stile di Ciriaco. È probabile che le frequentazioni romane di Ciriaco siano state meno casuali di quel che la Vita vuole rappresentare.
da p. 88 e seguenti:
Edward Bodnar, il più autorevole studioso di Pizzecolli, editore delle sue lettere, Francesco Pall e Roberto Weiss hanno interpretato i nuovi viaggi di Ciriaco, successivi al 1431, data di elezione di Eugenio IV, come un lavoro di intelligence nei luoghi sensibili che saranno interessati dalla crociata del 1444 e, soprattutto, di costante relazione con le più importanti imprese commerciali attive nel Peloponneso e nell’Egeo al fine di monitorare e sostenere la loro collaborazione alla offensiva antiturca in programma.
Una architettura di pensiero che non era fondata, come quella moderna, sulla verità, fosse essa religiosa o scientiica, quanto sulla difesa dall’oblìo. Alétheia (verità) voleva dire, come è noto, assicurare la memoria di fatti o persone, non pretendere una certezza simile a quella del positivismo contemporaneo. In questo culto della tradizione, Ciriaco costruisce per i suoi interlocutori e corrispondenti un mondo volutamente favoloso ed onirico, quello della tradizione classica fino a quel momento rimasto solo coltivazione hobbistica di ricchi collezionisti. I suoi modi sono eleganti, affettati e cortesi, pomposi e irreali: costruiscono un mondo utopico, sottolineato dal carattere corsivo del linguaggio adottato, che funzionava come veicolo di legittimazione di una tradizione culturale alla ricerca di un nuovo ruolo, parcheggiandosi provvisoriamente in uno spazio ancora intermedio.
La caratteristica del suo stile è di mettere a confronto continuamente il presente con il passato.
Costruita sull’impianto dell’arte della memoria locativa, dunque, la geografia fu, per tutta la tarda antichità e il medioevo, prevalentemente un modo per impiegare le immagini al fine di utilizzare la loro energia emotiva per memorizzare storie e informazioni. Nelle classificazioni delle biblioteche, carte geografiche e libri di geografia venivano repertoriati insieme alle cronologie e alle enciclopedie. Questo impiego delle immagini ai fini della memorizzazione aveva un motivo pratico: la memoria di una cultura a prevalente tradizione orale si aiutava con le emozioni che le immagini producevano interiormente. Le emozioni funzionavano come un collante. Ciò significava però che una sequenza di immagini, oltre a favorire la memorizzazione di un discorso, implicasse anche un orientamento persuasivo. Il percorso, rappresentato figurativamente o immaginato attraverso la lettura di un testo, diventava la forma più efficace di costruzione e istruzione delle coscienze. In questo modo furono pensati i vari Itineraria e viaggi religiosi medievali, ma anche i mappamondi di Hertford e Hereford (del XIV secolo, entrambi circolari con Gerusalemme al centro, collocati nelle chiese) o l’atlante del viaggio dall’Inghilterra a Gerusalemme di Matthew Paris (XII sec.) vennero utilizzati per compiere dei pellegrinaggi virtuali, a mente, senza muoversi da casa propria, ma considerati equivalenti a quelli fatti realmente.
Al centro di questo sistema persuasivo stava il viaggio (il racconto del viaggio) come veicolo di enargheía emotiva ed effetto di credibilità.
Ciò che legava i diversi pezzi, come da manuale, era l’emozione. Essa traspare nelle lettere e in tutti gli atteggiamenti retorici di Ciriaco.
Questa propensione di Ciriaco all’emozione è registrabile anche nel tono entusiasta ed esagerato con il quale egli racconta nelle sue lettere la bellezza dei luoghi attraverso il filtro delle metafore mitologiche.
Le sacre reliquie avevano avuto il potere di resuscitare i morti, come narrava la storia del ritrovamento della croce compiuta dall’ebreo Giuda Ciriaco e dalla regina Elena; le antichità classiche restituivano le biografie e gli exempla di un antico mondo idealizzato che andava imitato, resuscitato come patrimonio collettivo del presente, da difendere nello scontro di civiltà in atto.
Per ulteriori approfondimenti:
De Certeau, M., L’invention du quotidien, Paris, 1980
Greenblatt, S., Meraviglia e possesso. Lo stupore di fronte al Nuovo Mondo, Bologna, Il Mulino, 1994
Veyne, P., I greci hanno creduto ai loro miti?, Bologna, Il Mulino, 2005



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