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mercoledì 18 settembre 2024

Ho seguito Escher in Calabria

 

Nei mesi che trascorre a casa, Escher digerisce e metabolizza le provviste raccolte precedentemente in viaggio. Il mondo verso cui viaggiare e la tana a cui tornare sono entrambi necessari ed esistono per opposizione reciproca. Quando le riserve si esauriscono, è tempo di ripartire. Il 28 aprile del 1930 MCE si rimette in viaggio: questa volta la meta è la Calabria.

La compagnia del viaggio precedente [in Abruzzo] si ingrandisce: a Escher, Haas-Triverio e Schiess si aggiunge Jean Rousset, un giovane francese studioso di storia e appassionato di fotografia.

Da Roma, via Napoli e Paola, il gruppo raggiunge in treno Pizzo, nella Calabria occidentale; sulla costa tirrenica, i quattro amici si fermano a Tropea e Scilla. Da Reggio risalgono la costa ionica alternando tratti in treno, lungo il mare, a esplorazioni dell'interno compiute a dorso di mulo o a piedi. Prima di partire, MCE ha pesato lo zaino e annotato nella sua agenda che sulle spalle avrà 12,5 chilogrammi.

Il viaggio dura quasi un mese e si conclude il 24 maggio a Rocca Imperiale; fra l'ottobre 1930 e il febbraio 1931, MCE lo trasformerà in tredici stampe, di cui sei xilografie e sette litografie.  

[...]

Quattro marzo Ventidue

Interrompo il tragitto verso Scilla a Cinquefrondi, per incontrare Giorgio Castella: autore di Lotte e libertà. Storie di donne e uomini antifascisti, sta lavorando alla biografia di un partigiano calabrese, Sebastiano Giampaolo “Fiore”, morto in Piemonte, in Valle Maira. Nel corso di una lunga passeggiata, Giorgio mi racconta la sua esperienza di “calabrese a Milano”, alternando le esperienze di impegno sociale come sindacalista a quelle di comparsa alla Scala, in una Aida e una Carmen. Mi accompagna poi a Maropati, a quattro chilometri da Cinquefrondi, suo paese natale, a vedere le case in cui vissero Sergio Franco, un altro partigiano calabrese ucciso in Piemonte, a Serravalle Langhe, e lo scrittore Fortunato Seminara, l'autore di Le baracche, Il vento nell'uliveto e La masseria.

[...]

Giorgio Castella a Maropati





Il 26 maggio del 1930, Escher annota sulla sua agenda il calcolo delle distanze percorse durante il viaggio in Calabria: 1.709 chilometri in treno, 213 in autobus, 10 in carrozza e più o meno 100 a piedi, per un totale di 2.022 chilometri. 

(Da Ho seguito Escher. In viaggio con l'artista in Italia, Spagna, Corsica, Tunisia, Malta,

i libri di Mompracem, Firenze 2024)


Dopo Scilla, Escher e i suoi amici si fermano a Reggio Calabria, Melito di Porto Salvo, Pentedattilo, Palizzi, Gerace, Stilo, Monasterace, Squillace, Catanzaro, Crotone, Santa Severina, Cariati, Rossano, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano, Trebisacce, Rocca Imperiale. 




La fiumara di Stilo

Il treno delle Ferrovie della Calabria alla stazione di Catanzaro Lido

Santa Severina


Cariati







Morano

Rocca Imperiale







Ho seguito Escher anche:

-  a Orvieto

- in Abruzzo


- a Ravello

sabato 25 maggio 2024

Ho seguito Escher

 

La straordinaria produzione artistica di Maurits Cornelis Escher ha le sue radici nei viaggi compiuti negli anni Venti e Trenta. Il giovane grafico olandese ha esplorato l’Italia centrale e meridionale, la Spagna, la Corsica, la Tunisia, Malta. Spesso, seguendo a sua volta percorsi tracciati da precedenti viaggiatori.

Il suo modo di viaggiare era stagionale, come quello di un uccello migratore; quasi sempre in compagnia di amici, come lui artisti; in treno, a piedi, con i muli, in corriera; dalla costa o dalla città verso l'interno, sempre verso l'alto, verso paesi remoti e immancabilmente costruiti sopra un cocuzzolo.

Ho ripercorso gli itinerari dell’artista, alla ricerca dei luoghi e degli incontri che sono stati decisivi nella sua vita. Volevo verificare l’impressione che ci accomunasse un modo di sentire e di viaggiare. A muovermi sono stati la curiosità per le tracce del passato, la disponibilità all’imprevisto e alla divagazione, e, più di tutto, l’interesse per le persone che ci aprono le porte di altri mondi. Il risultato è questo libro:



Ho seguito Escher è pubblicato e venduto da i libri di Mompracem.
Si trova nelle librerie (anche online).


Prossime presentazioni:

venerdì 31 luglio 2026
alle ore 17,45
piazzetta dei poeti a braccio
Barbarano Romano (VT)


Una breve biografia di M.C. Escher si trova qui.

Viaggi di Escher (1922-1936)


Anno

Meta

Località

Compagni

Opere

1922

(5 aprile – 12 giugno)

Italia

Firenze, Empoli, Poggibonsi, San Gimignano, Volterra, Siena, Orvieto, Assisi, Urbino, Calmazzo, Rimini, Ravenna, Venezia, Padova, Milano

Bas Kist e Jan van der Does de Willebois (a Firenze), Lex van der Does de Willebois (fino a San Gimignano)

San Gimignano


1922

(13 settembre – 6 novembre)

Spagna

Alicante, Tarragona, Barcellona, Madrid, Granada, Siviglia

Fiet van der Does de Willebois, Aad van Stolk (fino a Alicante)


1922-23

(11 novembre – fine febbraio)

Italia

Genova, Pisa, Siena


Tetti di Siena,

Serenata a Siena,

San Gimignano

1923

(1 marzo – fine giugno)

Campania

Napoli, Pompei, Ravello



1923

(fine giugno – 27 agosto)

Toscana

Siena



1923

(6 settembre - ?)

Italia

Siena, Orvieto, Assisi, Ravenna

genitori


1924

(16 giugno - ?)

(ottobre)

Francia

Annecy



Chartres

Jetta Umiker



Jetta Umiker




La Cattedrale sommersa

1924

(novembre)

Lazio

Frascati, Vitorchiano

Jetta Umiker

Ritratto di G. Escher-Umiker.

Vitorchiano nel Cimino

1926

(maggio)

Lazio

Palestrina, Capranica, Tivoli, Genazzano



1927

(14-15 aprile)

Lazio

Anticoli Corrado



1927

(21 aprile – 5 maggio)

Lazio

Viterbo, Tarquinia, Barbarano, Norchia

Jetta Umiker, Arturo Umiker

Barbarano

1927-28

(dicembre - gennaio)

Tunisia

Sidi Bou Said, Kairouan

Rudolf Bonnet, Nina Umiker

Torre di Babele

1928

(10-19 aprile)

Abruzzo

Ascoli Piceno, Loreto, Ortona, Fara San Martino, Sulmona


Fara San Martino

1928

(23 maggio – 25 giugno)

Corsica

Bastia, Calvi, Corte, Ota, Evisa, Bonifacio

Arturo Umiker

Bonifacio, Cittadella di Calvi, Corte

1929

(12 maggio – 10 giugno)

Abruzzo e Molise

Goriano Sicoli, Cocullo, Castrovalva, Villalago, Scanno, Villetta Barrea, Opi, Pescasseroli, Barrea, Alfedena, Pizzone, Castel San Vincenzo, Cerro al Volturno, Forlì del Sannio, Castel di Sangro, Pettorano sul Gizio, Sulmona

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess

Goriano Sicoli, Genazzano, Cerro al Volturno, Strada di Scanno, Castrovalva, Il ponte, Opi, Natura morta con specchio, Belvedere


1930

(28 aprile – 25 maggio)

Calabria

Pizzo, Tropea, Scilla, Reggio Calabria, Melito, Pentedattilo, Palizzi, Stilo, Catanzaro, Monasterace, Squillace, Crotone, Santa Severina, Cariati, Rossano, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano, Trebisacce, Rocca Imperiale

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess, Jean Rousset

Palizzi, Morano, Pentedattilo (3), Fiumara di Stilo, Cattolica di Stilo, Scilla (2), Tropea, Santa Severina, Rocca Imperiale, Rossano, Sogno

1931

(giugno)

Campania

Ravello, Positano, Atrani, Maiori, Minori, Amalfi

Jetta Umiker

Vicolo coperto a Atrani, Case diroccate di Atrani, Ravello e la costa dI Amalfi, Costa di Amalfi (2), San Cosimo (2), Fattoria di Ravello, Turello, Carrubo, Atrani (visto da Pontone), Porta Maria dell'Ospidale, San Giovanni in Campidoglio, Leone della fontana nella piazza di Ravello, Case di Positano,

Sogno, Metamorfosi, Metamorfosi II, Relatività, Cascata, Metamorfosi III

1932

(22 aprile – 20 maggio)

Sicilia

Palermo, Corleone, Cefalù, Tindari, Milazzo, Lipari, Taormina, Giarre, Randazzo, Bronte, Cesarò, Troina, Cerami, Nicosia, Sperlinga, Enna, Calascibetta, Gangi, Petralia Sottana, Caltavuturo, Sclafani, Calatafimi, Segesta, Castellammare, Monreale

Giuseppe Haas-Triverio

Gangi, Tempio di Segesta, Castelmola, Cattedrale di Cefalù, Abitazioni rupestri vicino a Sperlinga, Randazzo e il Monte Etna, Il Monte Etna vicino a Bronte, Caltavuturo nelle Madonie, Chiostro di Monreale, Sclafani, Cesarò e il Monte Etna, Colata di lava del 1928,

1933

(2-30 maggio)

Corsica

Calvi, Piana, Porto, Corte, Nonza, Bastia

Giuseppe Haas-Triverio, Robert Schiess

Pineta di Calvi, Chiesa di Corte, Calvi: il borgo dei pescatori, Golfo di Porto, Vecchio ulivo, Rimorchiatore nel vecchio porto di Bastia, Calanchi , Calanchi di Piana, Nonza, Su e giù

1934

(luglio - agosto)

Belgio

Sint-Idesbald, Gand Bruges, Tournai

Jetta Umiker

San Bavone (Gand), Cattedrale di Tournai

1935

(9-31 maggio)

Sicilia e Malta

Palermo, Trapani, Selinunte Castelvetrano, Sciacca, Caltabellotta, Agrigento, Ragusa, Siracusa, La Valletta

Giuseppe Haas-Triverio

Senglea (Malta), Selinunte, Balconata, Galleria di stampe

1936

(26 aprile – 28 giugno)

Italia, Malta, Spagna

Trieste, Fiume, Venezia, Ancona, Bari, Catania, Giarre, Nunziata, La Valletta, Messina, Genova, Marsiglia, Barcellona, Valencia, Cuenca, Sagunto, Alicante, Elche, Cartagena, Almeria, Granada, Guadix, Ronda, Cordova, Siviglia, Savona, Livorno, Pisa, Napoli

Jetta Umiker (da Genova a Savona)

Casa nella lava vicino a Nunziata, Mercantile, Venezia, Ancona, Catania, Marsiglia, Torre pendente (Pisa), Piano di Sant'Andrea (Genova), Natura morta e strada, Oblò



Ho seguito Escher:

-  a Orvieto

- in Abruzzo


- a Ravello

- in Calabria




- a Malta

- a Genova

- ad Ancona

- a Savona



lunedì 25 marzo 2024

Pavese a Brancaleone

 

Il 15 maggio 1935, Cesare Pavese fu arrestato a Torino insieme con altri intellettuali antifascisti del movimento Giustizia e Libertà. Condannato a tre anni di confino in Calabria, lo scrittore piemontese scese alla stazione di Brancaleone il 4 agosto.

I primi giorni li trascorse all'albergo Roma, a poche decine di metri dalla stazione.

Una targa accanto alla porta ricorda che occupò una delle stanze al primo piano.


Penso al destino dei nomi nella vita delle persone: Roma è il nome della locanda del suo confino, Roma è il nome dell'albergo dove dà fine a tutti i suoi confini. (Vito Teti, Il senso dei luoghi, p. 439)

Il bar Roma di Brancaleone fotografato da Mario Dondero negli anni Sessanta

L'albergo è chiuso da tempo. Le porte serrate accentuano la sensazione di lontananza nel tempo degli avvenimenti che sono venuto a ricostruire. Penso alla distanza che mi separa dal periodo in cui lessi per la prima volta i libri di Pavese: trenta-trentacinque anni, ma mi sembra più lontano, quasi come se fosse più vicino alle vicende dello scrittore che al presente. Forse perché nel mondo presente non ritrovo più quello dei miei vent'anni, mentre allora gli anni Trenta e Quaranta mi sembravano ancora vivi nella società e nella cultura in cui mi muovevo.

Mi commuovo ascoltando Carmine Verduci, che con i suoi colleghi della Pro Loco dimostra una profonda passione per la storia di Brancaleone e una notevole capacità organizzativa nel valorizzarla e farla conoscere. Non immaginavo che lontano dal Piemonte gli scritti di Pavese potessero suscitare sentimenti e progetti. Invece scopro che hanno addirittura spinto un mecenate locale, l'avvocato Tonino Tringali, a ristrutturare e aprire gratuitamente al pubblico la dimora in cui Pavese visse il periodo del confino, che così è diventata un piccolo museo circondato da un giardino che in estate ospita incontri culturali.



Sono gli spazi che lo scrittore descrisse alla sorella Maria in una lettera, il 19 agosto 1935: un cortiletto e il mare, in mezzo ai quali passa la ferrovia. Il passaggio dei treni, cinque o sei volte al giorno, rinnovava a Pavese la nostalgia. Uno scorcio di mare si può ancora vedere dal “basso” in cui alloggiava lo scrittore, pare perché sia stata vietata la costruzione in quel tratto di altri edifici.

La stanza di Pavese è stata riarredata con mobili del suo tempo, sulla base dei ricordi di un signore che nel 1936 era uno studente e veniva dal confinato a ripetizioni di latino e greco.



Qui Carmine Verduci mi racconta chi erano nella realtà i personaggi che compaiono ne Il carcere, il romanzo breve che lo scrittore, nel 1939, compose a partire dall'esperienza del confino. L'unica persona a cui non venne cambiato il nome fu Concetta Delfino, che viveva in uno dei palazzi vicini e ispirò il personaggio di Concia.

Brancaleone è uno di quei paesi che venivano scelti dal regime fascista come luoghi di confino e isolamento, dove mandarci per punizione gli oppositori, e nello stesso tempo da artisti e viaggiatori come luoghi di ispirazione. In alcuni casi, come per Pavese o per Carlo Levi e Altiero Spinelli, diventarono luoghi di ispirazione anche per i confinati.

Nella dimora di Pavese è esposta una copia della dichiarazione rilasciata dall'ufficiale sanitario di Brancaleone il 20 febbraio 1936: il dottor Romano Gustavo certifica «di aver visitato il Professore in lettere Pavese Cesare, confinato politico e residente in questo Comune, e di averlo trovato affetto da asma bronchiale». A suo parere, «le continue preoccupazioni e i disagi morali cui va incontro il Pavese per le sue condizioni di confinato politico, accrescono ed acuiscono maggiormente la sua malattia»; ne conclude che «per migliorare abbia bisogno del ritorno alla tranquillità di animo soprattutto e possibilmente vicino al paese natio».

A Brancaleone, Pavese scrisse anche alcune poesie che poi confluirono nella raccolta Lavorare stanca, però la sua opera che ho in mente mentre ascolto Carmine è Il mestiere di vivere, lo zibaldone che qui iniziò a tenere il 6 ottobre 1935, proprio con una riflessione sulle sue ultime poesie. Il mestiere di vivere mi ha accompagnato in molte notti degli anni universitari: ci trovavo l'impegno di un uomo che si sforzava di conoscere se stesso, scontrandosi con i propri fallimenti e con l'immagine ideale di sé a cui tendeva. Mi chiedevo quanto di quell'immagine rimane in noi, nonostante le esperienze, a offuscare un'analisi realistica di sé. Il 10 novembre 1935, Pavese annota: «Se figura c'è nelle mie poesie, è la figura dello scappato di casa che ritorna con gioia al paesello, dopo averne passate d'ogni colore e tutte pittoresche, pochissima voglia di lavorare, molto godendo di semplicissime cose, sempre largo e bonario e reciso nei suoi giudizi, incapace di soffrire a fondo, contento di seguir la natura e godere una donna, ma anche contento di sentirsi solo e disimpegnato pronto ogni mattina a ricominciare: i Mari del Sud insomma». Fu per brani come questo che Pavese e i suoi personaggi diventarono, per me, figure duplici: dei simili, perché in parte mi riconoscevo nelle sue descrizioni, e dei modelli, per assomigliare ai quali avrei dovuto modificare qualcosa di me. Per la fretta di raggiungere i modelli, però, mi sono spesso convinto di essere già cambiato a sufficienza, anche se non era così.

Usciti dalla dimora di Pavese, Carmine ed io incontriamo in strada un signore che è il figlio di Oreste Politi, un notabile di Brancaleone con cui il confinato strinse amicizia e su cui basò il personaggio di Giannino Catalano de Il carcere. Grazie al legame con Politi, Pavese ottenne dal maresciallo del paese una certa libertà, per cui poteva anche recarsi a Bovalino, a più di venti chilometri di distanza, dove conobbe e frequentò Mario La Cava, suo coetaneo e anch'egli scrittore. Il signor Politi ci spiega che fu un trattamento eccezionale, «perché qui a quel tempo erano tutti fascisti, tranne pochi, come il dottor De Angelis che era socialista».

Lasciato il signor Politi, saluto Carmine, che mi consiglia di salire ancora alla parte antica del paese, a tre chilometri dalla Marina. Anticamente Brancaleone Superiore si chiamava Sperlinga, o Sperlonga, per le grotte di cui è ricco. Già nel 1783, in seguito a un terremoto, alcune famiglie lo lasciarono per trasferirsi nell'attuale Brancaleone Marina; un nuovo esodo ci fu dopo il terremoto del 1908 e l'abbandono si completò negli anni Cinquanta. Oggi le sue case diroccate fanno parte di un parco archeologico, dove si possono visitare alcune grotte abitate in epoca medievale da monaci basiliani, provenienti dall'Armenia e dalla Cappadocia. La più interessante è la grotta-chiesa detta “dell'albero della vita”, dalla presenza di un pilastro centrale. Intorno ci sono rocce scavate da ampie cavità ovoidali e stratificazioni di antichi fondali marini: sono le «rocce rosse lunari» di cui Pavese scrive, la sera del 10 ottobre 1935, nel suo zibaldone.










Per vedere la Brancaleone dei tempi di Pavese, si può guardare in Rete uno splendido cortometraggio, Il confino di Cesare Pavese, realizzato nel 1967 dal regista Giuseppe Taffarel, con testo di Davide Lajolo, fotografia di Giovanni Raffaldi e musica di Franco Potenza:

https://www.youtube.com/watch?v=wZxYi6xwvR0


sabato 3 settembre 2022

Pluralità linguistica in Calabria

 

Lungro è uno dei centri principali della comunità arbëreshë, ovvero i discendenti degli albanesi che si stabilirono nella penisola italiana a partire dal XV secolo, per sfuggire all'invasione dell'impero bizantino da parte degli Ottomani. Dall'Abruzzo alla Sicilia, sono almeno centomila le persone che parlano la lingua arbëreshë.

Fra di loro, Anna Stratigò, musicista e cantante, che a Lungro gestisce la Casamuseo del Risorgimento: un edificio risalente al Cinquecento, da allora dimora di una quindicina di generazioni della famiglia Stratigò.

Il nome fa riferimento alla storia di un avo di Anna, il poeta Vincenzo, nato a Lungro nel 1822; antiborbonico e poi mazziniano, nel 1859 organizzò con altri rivoluzionari lungresi una sommossa contro le autorità borboniche, l'anno successivo si unì ai volontari di Garibaldi e partecipò alla battaglia del Volturno. Dopo l'unificazione dell'Italia rimase deluso dall'azione dei governi nazionali e, pur continuando la carriera militare, si dedicò agli studi di economia, politica, storia e geografia, fondò scuole serali e aderì al movimento socialista.

La casa di Anna Stratigò riunisce i suoi cimeli risorgimentali con altri ritratti e documenti di familiari, dall'antenato che nel Settecento insegnò all'Accademia di Cosenza fino alla madre di Anna, che comparve sulla copertina di un numero del mensile «i Grandi Viaggi» del 1956, dedicato alla Calabria.


Il tratto caratteristico dei lungresi, mi spiega Anna, è la socialità, che si esprime in varie forme: qui ha attecchito l'usanza di interrompere nel pomeriggio le attività per riunirsi a bere il mate, forse introdotto dai garibaldini provenienti dall'Argentina; la popolazione arbëreshë si ritrova volentieri per suonare e cantare, in particolare in occasione del carnevale, quando si formano gruppi di suonatori che vanno di casa in casa e a ogni sosta si beve vino e si mangia pane e salame.



A Guardia Piemontese si parla il guardiolo, unico caso di lingua occitana nell'Italia meridionale, perché qui si insediarono, fin dal XIII secolo, gruppi di valdesi perseguitati in Francia e in Piemonte dai sovrani cattolici. La Calabria attraeva i valdesi per la fama di Gioacchino da Fiore e per la tolleranza religiosa, eredità dell'epoca di Federico II di Svevia: nella regione convivevano ebrei, arabi, greci e cattolici. La situazione mutò drammaticamente a metà del Cinquecento, sotto il regno di Filippo II di Spagna, che perseguitò i protestanti aprendo i suoi domini alla fanatica ferocia dell'Inquisizione, guidata da uno dei più sanguinari esseri umani della storia, il cardinale Ghislieri. La notte del 5 giugno 1561 le truppe cattoliche uccisero così tanti valdesi nel borgo di Guardia che il sangue versato nelle vie giunse a oltrepassare la porta principale del paese, oggi chiamata Porta del sangue.

Nell'edificio accanto a essa, si trova il Centro di Cultura “Gian Luigi Pascale”, sede del Museo Valdese, ristrutturato e riaperto nel 2011 con i fondi dell'otto per mille della chiesa valdese, che ne finanzia da allora le attività.

Oltre alla tragica storia dei valdesi di Calabria, il responsabile del Museo Valdese, Fiorenzo Tundis, mi illustra anche la loro eccellenza nell'arte della tessitura: affinché questo patrimonio culturale non si perdesse, Fiorenzo Tundis ha coinvolto l'ultima signora esperta ancora attiva in paese e con lei ha aperto un laboratorio di taglio, cucito e di tessitura, dove si insegna a realizzare nuovi esemplari di abiti tradizionali e a utilizzare varie fibre naturali, fra le quali quelle della ginestra.





Il Museo della lingua greca di Calabria, aperto nel 2016 a Bova, è intitolato al glottologo tedesco Gerhard Rohlfs, colui che negli anni Trenta dimostrò che la lingua grecanica parlata in Calabria aveva origine magno-greca e non era, come sostenuto dai linguisti italiani del tempo, frutto della conquista bizantina in epoca medievale. A partire dal ritrovamento di termini di origine dorica persistenti nella parlata delle zone esplorate, Rohlfs smontò la tesi, tanto cara agli accademici dell'epoca fascista, che i Romani avessero completamente latinizzato l'Italia meridionale. Non si curò degli attacchi dei pedanti glottologi fascisti, a cui rispose che «soltanto chi abbia visitato personalmente a dorso di asino su sentieri impraticabili paesi così remoti come Roghudi, Rocaforte, Bova, Africo, Pentedattilo, potrà comprendere perché precisamente in questa zona la lingua greca abbia potuto resistere tanto tempo».


Rohlfs viaggiò estesamente in Italia, in Grecia e nella regione dei Pirenei; già nel 1914, ventiduenne, attraversò l'Italia dal Piemonte alla Puglia; nel 1921 compì il primo viaggio in Calabria, dove tornò negli anni successivi, fino al 1933, e si spinse anche nei paesi grecanici dell'Abruzzo e della Sicilia. Nel 1940 andò in Corsica; riprese gli studi in Calabria e Sicilia nel 1948, ritornando più volte nelle due regioni, l'ultima nel 1983.

Se la concezione archeologica del proprio lavoro Rohlfs la manifesta fin dal titolo del suo libro principale, Scavi linguistici della Magna Grecia, il suo metodo risulta evidente dalle fotografie in mostra nel museo di Bova, che lo ritraggono seduto a un tavolino, all'esterno di case e bettole, in compagnia di uomini anziani, donne e bambini, intento a riportare la conversazione sul proprio quaderno. “U tedescu” aveva capito che le persone che intervistava avrebbero comunicato più volentieri se coinvolte in un rituale quasi magico, e lui lo inscenava, conciliando nobiltà e affabilità.

La scoperta della popolazione calabrese di lingua greca da parte di studiosi e linguisti, tuttavia, è ancora precedente e risale al 1820, quando in provincia di Reggio Calabria giunse il giovane tedesco Karl Witte. Fu lui, attraverso un articolo che pubblicò l'anno successivo, a far conoscere l'esistenza di questa area ellenofona.

La storia della lingua greca di Calabria, però, non si svolge soltanto all'indietro e nelle sue ultime sale il Museo “Gerhard Rohlfs” dà spazio ai poeti grecanici del Novecento: Bruno Casile, Agostino Siviglia e soprattutto Mastr'Angelo Maesano. Il soprannome di Mastro venne a quest'ultimo dalla professione di muratore; nato nel 1915 e segnato dalle esperienze della guerra e del campo di concentramento, è stato considerato un esempio di saggezza. Sua è Vienimi vicino, la poesia per molti più emblematica della cultura grecanica, i cui primi versi, tradotti in italiano, sono: «Tu ragazza che vieni dalla montagna / e io ragazzo che vengo dalla marina, / ora che sei diventata grande / io voglio sposarti. / Vieni, vienimi vicino, / perché io sono solo. / Il fiume scende dai monti / e scende giù in marina, / anche i pesci sono assetati / e vengono a bere l'acqua dolce».