lunedì 2 febbraio 2026

Ho seguito Escher ad Ancona

 

Ad Ancona, il 29 aprile 1936, Escher scopre la chiesa romanica di Santa Maria della Piazza e per disegnarla chiede ospitalità ai gentili abitanti di un appartamento al terzo piano della casa di fronte. A novembre, questa veduta diventerà la xilografia Ancona. In questa stampa si vedono alcune minuscole figure umane, quattro sul sagrato della chiesa e una accanto al campanile; accade raramente che MCE inserisca figure umane nelle sue opere e quando lo fa, di solito sono piccole rispetto ai soggetti naturali o architettonici, e isolate le une dalle altre. [...] 

 Ventitré ottobre Ventidue

La chiesa di Santa Maria della Piazza ritratta da MCE si trova al limite esterno del centro storico di Ancona, di fronte alla Porta della Dogana che la separa dalla stazione marittima. Le sue origini risalgono all'epoca paleocristiana. Sulla piccola piazza che le dà il nome, nel XII secolo si svolgeva il mercato cittadino, per cui a quel tempo la chiesa era chiamata Santa Maria del mercato. Prima ancora, quando tra XI e XII secolo venne riedificata in stile romanico, si trovava vicino a una zona paludosa ed era perciò conosciuta come Santa Maria del Canneto. Danneggiata gravemente da un terremoto nel 1690, fu in seguito ristrutturata modificandone le forme: tra l'altro, una finestra rettangolare fu inserita al posto del rosone. Il suo aspetto attuale è tornato a essere almeno in parte quello del XII secolo, grazie ai lavori di restauro successivi al terremoto del 1972.

MCE vide una versione intermedia, dovuta a un primo parziale recupero delle forme originarie compiuto nel 1929.

Dietro la chiesa, una via in salita è intitolata a Ciriaco Pizzecolli, mercante, umanista, viaggiatore e collezionista. [...] 

Ciriaco Pizzecolli ritratto da Benozzo Gozzoli (Palazzo Medici-Riccardi, Firenze)

Ciriaco Pizzecolli è il più celebre dei cittadini della repubblica di Ancona, anche se entrambi, il viaggiatore e la sua città natale, godono di una fama inferiore a quella che meritano. Nato nel 1391 in una famiglia di commercianti e naviganti, a soli nove anni fu portato dal nonno materno, anche lui di nome Ciriaco, a Venezia e Padova. Nel 1403 i due Ciriaco, nonno e nipote, intrapresero un lungo viaggio nel Regno di Napoli, toccando il Sannio, la Campania, la Puglia, la Lucania e la Calabria. Pizzecolli partì per la prima volta da solo nel 1412, imbarcato come scrivano su una nave diretta verso Oriente, che lo portò ad Alessandria d'Egitto, nelle isole dell'Egeo, in Asia Minore e in Sicilia. Tornato a casa, si dedicò agli affari pubblici ma anche alla letteratura.

Un'opera dell'artista anconetano Valeriano Trubbiani lo ritrae, ventenne, intento a disegnare e prendere appunti. Realizzato nel 1991 e parte di una serie di dodici tavole che ripercorrono la vita di Pizzecolli, il disegno di Trubbiani si intitola Cum vulpe Cyriacus delineat Sanctam Mariam Arundineti: Ciriaco è seduto di fronte alla chiesa di Santa Maria della Piazza, circondata da un canneto come nel Medioevo. La facciata dell'edificio è lambita dalle acque del mare, le sue arcatelle sono riempite da canne, il portale è sostituito da un'inferriata e alla finestra in alto si affacciano due occhi e un becco. In primo piano, una volpe fissa l'osservatore; arriva dallo scoglio che le è intitolato al porto, spiega l'autore.

A partire dal 1417 Ciriaco riprese il mare. Studiò il latino e il greco da autodidatta. Il commercio smise di essere per lui lo scopo dei viaggi, divenne l'attività che gli permetteva di andare alla ricerca dei monumenti greci e romani che voleva resuscitare dall'oblio. Sostenendo di aver avuto una visione in cui il dio Mercurio lo avrebbe incitato a viaggiare per riscoprire i monumenti antichi, esplorò la Dalmazia, l'Epiro, Atene, il Peloponneso, Rodi, Creta, Cipro, il Monte Athos, la Macedonia, la Tracia, Costantinopoli, Roma e il Lazio, l'Egitto, la Siria, il Libano. Durante i viaggi, redigeva descrizioni dei monumenti che trovava, corredate da disegni di sua mano. Soprannominato pater antiquitatis dai colleghi umanisti, è stato poi definito “fondatore dell'archeologia”, ma forse sarebbe meglio dire “del collezionismo di antichità”. In ogni caso, fu lui a far conoscere ai suoi contemporanei l'aspetto del Partenone, dell'oracolo di Delfi, delle Piramidi e della Sfinge.

I viaggi di Ciriaco Pizzecolli
(da P. Calvino, Viaggiatori, carte, città,
in L. Ronga - G.Gentile - A. Rossi - G. Digo, Intrecci 1, Editrice La Scuola, Brescia 2024)

Sostenitore dell'alleanza tra Occidentali e Bizantini promossa dal cardinale Bessarione per contrastare l'espansione dell'Impero ottomano, mise il suo lavoro al servizio di questo progetto politico, con l'obiettivo di divulgare l'idea di un patrimonio culturale comune, da difendere contro l'avanzata turca. Le opere d'arte diventarono le sue reliquie, simboli di una comune civiltà, la “tradizione classica”, da far scoprire agli occidentali, affinché questi ultimi si appassionassero alla causa della difesa dell'Impero bizantino che ne custodiva l'eredità. Lo storico e geografo Giorgio Mangani ha evidenziato nel suo saggio Ciriaco d'Ancona e l'invenzione della tradizione classica che nei suoi scritti Pizzecolli rappresentò il mondo antico come favoloso e ideale, e attribuì ai propri lavori (scoperte archeologiche, disegni, trascrizioni di epigrafi) una attendibilità assoluta, superiore a quella degli antichi manoscritti, secondo il principio per cui mentre un testo può contenere errori o manipolazioni, un oggetto non può mentire. La narrazione dei propri viaggi e ritrovamenti, in cui mescolava passato e presente, fu per Ciriaco una tecnica retorica per sostenere l'operazione a cui partecipò: la trasformazione dell'antichità classica in un modello culturale e, allo stesso tempo, un bene economico. Donando a nobili e magnati alcuni reperti o loro copie, diede a essi un valore anche economico, trasformandoli in merci pregiate perché accompagnate dai suoi resoconti che ne certificavano l'origine. I resti della classicità divennero, a un tempo, sacri e costosi; in questo modo, sostenne la strategia dell'Impero bizantino di utilizzare i materiali archeologici come doni nelle relazioni diplomatiche, al posto delle reliquie cristiane.

Si racconta che negli ultimi anni della sua vita Ciriaco Pizzecolli si intrattenesse spesso con l'anziano filosofo Gemisto Pletone a considerare malinconicamente la vanità della gloria terrena, e che abbia compiuto un viaggio anche nei Paesi Bassi. La data della sua morte non è certa: le fonti oscillano tra il 1452 e il 1455. Nel 1453 Costantinopoli cadde in mano agli Ottomani ed ebbe fine l'Impero bizantino. I sei volumi dei Commentarii, in cui aveva raccolto gran parte delle sue annotazioni e trascrizioni epigrafiche, entrarono a far parte della biblioteca degli Sforza e con essa andarono distrutti nel 1514 nell'incendio del Palazzo Ducale di Pesaro, o forse furono successivamente venduti e dispersi. Altri suoi manoscritti furono inceneriti nel 1532, quando, durante l'invasione di Ancona, le truppe del papa diedero alle fiamme l'archivio cittadino.

Forse ispirato dai viaggi di Ciriaco Pizzecolli, conosciuto anche come Ciriaco d'Ancona, e dalla storia della comunità ebraica di Ancona, nel 1997 lo studioso britannico David Selbourne ha pubblicato The City of Light: The Hidden Journal of the Man Who Entered China Four Years Before Marco Polo, presentando il racconto come la traduzione, dall'italiano vernacolare all'inglese, di un manoscritto di Jacob d'Ancona, colto mercante ebreo che avrebbe raggiunto la Cina nel 1271. Lasciata la sua città nel 1270, Jacob toccò nel suo itinerario Zara, Ragusa, Creta, Rodi, Damasco, Baghdad, per poi navigare nel Golfo Persico e lungo le coste dell'India occidentale, nell'Oceano Indiano fino a Singapore e infine nei mari cinesi, per giungere alla città di Zaitun, metropoli costiera della Cina meridionale. Poche settimane dopo la pubblicazione del libro, alcuni studiosi hanno messo in dubbio l'esistenza del manoscritto, citando gli anacronismi presenti nella presunta traduzione. Il manoscritto non è mai stato reso pubblico e Selbourne ha sostenuto che il proprietario desidera mantenere l'anonimato.

(Da Ho seguito Escher. In viaggio con l'artista in Italia, Spagna, Corsica, Tunisia, Malta,

i libri di Mompracem, Firenze 2024)


Sulle vicende di Ciriaco Pizzecolli consiglio la lettura di Il vescovo e l'antiquario di Giorgio Mangani (il lavoro editoriale, Ancona 2016), da cui traggo le seguenti citazioni:

da p. 12:

Stephen Greenblatt ha identificato nella meraviglia la dimensione cognitiva con la quale la cultura europea occidentale ha percepito e rappresentato l’impatto con le civiltà profondamente diverse con le quali è venuta storicamente in contatto. Fu attraverso la meraviglia che si rese possibile un primo approccio cognitivo con quei mondi sconosciuti, capace di stabilire una relazione, in assenza di riferimenti culturali, indipendentemente dalle categorie morali e religiose di provenienza. Questo approccio era fondato prevalentemente sull’immaginazione ed era connesso, secondo Greenblatt, alla sospensione momentanea delle categorie tradizionali dell’osservatore o protagonista dell’impatto interculturale. La meraviglia agiva quindi in maniera simile alla relazione costruita dal dono. Cioè sospendendo momentaneamente il principio di realtà perché il meccanismo del dono potesse sviluppare la costruzione del rapporto che esso intendeva agganciare. Questa meraviglia poteva agire, tuttavia, secondo Greenblatt, in forme differenti: quella praticata dai racconti di viaggio medievali come quelli di John de Mandeville, esprimeva solo uno straniamento culturale; quella degli scopritori dei nuovi mondi, come Colombo, dell’età coloniale rivela invece una ambizione alla assimilazione e alla appropriazione delle culture incontrate. Ciriaco impiega entrambe le modalità di questo meccanismo, a seconda delle sue necessità. La modalità con cui egli si relaziona con il mondo turco, nonostante lo scontro di civiltà teorizzato e percepito, è più simile a quella tardomedievale di Mandeville che a quella coloniale di Colombo. Nel racconto di Mandeville, il mondo esotico dei popoli che vivono “al di là della terrasanta” era rappresentato con una miscela di differenza e familiarità, con una “fusione dell’io con l’altro e ironica trasformazione dell’altro nell’io” (Greenblatt). Tutto era strano ed era normalmente strano; il rapporto tra il soggetto e l’oggetto era luido come nell’atteggiamento di Ciriaco. L’assenza di ambizione alla assimilazione culturale e alla sottomissione coloniale rendeva la relazione interculturale nei termini di uno straniamento generico. Dove, invece, il meraviglioso interviene, nell’antropologia di Ciriaco, per costruire nuovi mondi in termini persuasivi, usando le “parole per fare cose”, come sostenevano i teorici degli speech acts, è nella attribuzione di fascino ai documenti della tradizione classica, alle antichità, trasformandoli in attestati mobili di una sovranità occidentale da difendere o da riconquistare. La preferenza attribuita alla dimensione verticale, storica e antiquaria di questo meraviglioso lo carica della capacità di “restaurare il tempo antico” e di reclamarne la proprietà in forme simili a quelle utilizzate per legittimare i pretesi diritti occidentali sulle terre dei nuovi mondi colonizzati. Nel caso di Colombo e di Cortes, la scrittura era stata determinante per sottomettere quelle culture, nel caso di Ciriaco, nel XV secolo, la trascrizione e la riproduzione dei documenti dell’antico heritage agì nello stesso modo, ma dentro il “campo” dell’Occidente, creando per esso una identità e una autorità precedentemente non percepite. Lo stesso risultato aveva ottenuto la circolazione delle sacre reliquie cristiane, creando cioè, nell’alveo dell’impero romano, una “comunità immaginata” che sostituì radicalmente le diverse, precedenti religioni etniche locali.


da p. 75 e seguenti:

Nella Vita di Francesco Scalamonti, come avviene nell’agiografia cristiana, Ciriaco viene rappresentato come precoce poeta-lavoratore, sempre impegnato nei viaggi e nei contatti con le più eminenti personalità dei luoghi visitati, che lo accolgono sempre benevolmente, naturalmente nel suo ruolo di agente del progetto di salvataggio della classicità e di sostegno dell’unione delle chiese latina e greca; una specie di cavaliere di una crociata culturale rivolta a mettere in salvo un patrimonio considerato il fondamento dell’identità europea. Nel presentare la propria documentata bozza di biografia, Scalamonti presenta Ciriaco soprattutto come un viaggiatore, emulo del grande Tolomeo, dando il via a un ritratto che avrà molto successo. L’accento è posto sulla constatazione che Ciriaco è stato in grado di recarsi sui luoghi e di raccogliere di persona i documenti e le informazioni relative all’antichità classica. Il modo con il quale viene ritratto è un omaggio a una tradizione retorica che utilizzava l’effetto emotivo della esperienza diretta, ma secondo una interpretazione molto diversa da quella moderna. L’essere stato fisicamente nei luoghi era soprattutto un effetto retorico che corroborava la trattazione, non tanto un modo per renderla attendibile in relazione alla percezione diretta. O meglio, quello che interessava era la capacità di costruire un discorso che fosse attendibilmente anche un percorso geografico da utilizzare come struttura della narrazione. Ancora nel XVI secolo, il cosmografo francese André Thevet rivendicherà la sua presenza fisica nei luoghi trattati, pur avendo utilizzato per la sua opera soprattutto documentazioni libresche. Il percorso, il viaggio, la descrizione di una carta erano infatti, sin dall’antichità, dei modelli retorici per trattare di argomenti diversi: storici, etnograici, mitologici. Così era stata strutturata la Geografia di Strabone, autore del I secolo, un libro che Ciriaco possedeva. L’opera di Strabone raccoglieva le informazioni, le curiosità, le storie connesse ai luoghi utilizzando il percorso o la mappa; una mappa virtuale che l’autore teneva davanti a sé nello scrivere e il lettore doveva immaginare, se non l’aveva anche lui. La geografia era concepita nell’antichità come una forma retorica per costruire dei discorsi descrittivi strutturati in una sequenza geografica, tanto da essere considerata una ars brevis, cioè una specie di enciclopedia. Il modello era stato rilanciato, proprio con questa funzione, dai protoumanisti come Petrarca e Boccaccio che avevano scritto testi geografici di questo genere.

Nel caso di Ciriaco, però, sul codice retorico del viaggio veniva innestato un lavoro che la tradizione retorica non aveva conosciuto, cioè l’attenzione per ritrovare sui luoghi i resti fisici dei monumenti e delle storie che venivano raccontate nei libri, spesso correggendo i testi antichi, elaborando in maniera critica e sistematica i dati della tradizione con quelli della esperienza. Nel XV secolo lo studio della geografia era praticato, come ha notato Patrick Gautier Dalché, con due diverse intenzioni: raccogliere dati per comprendere meglio i classici ed emendare le informazioni antiche alla luce delle nuove informazioni ad uso pratico. Si può dire che Ciriaco praticasse la geografia storica con entrambe le curiosità: per ritrovare le tracce del passato sui luoghi moderni in quanto agente di un progetto politico di rilancio della tradizione antica, ma anche per emendare i testi in quanto antiquario alla ricerca dei resti antichi, spesso perduti persino nei nomi. Viaggi e relazioni personali sono quindi gli ingredienti di questa biografia, costruita sui documenti che Scalamonti poteva utilizzare ad Ancona in quel periodo. Il carattere retorico del viaggiatore, secondo una modalità fondata sulla curiosità e l’ansia di conoscere dell’Ulisse dantesco – la Commedia di Dante era stato uno dei primi libri del cuore di Ciriaco – emerge subito nella biografia, in modi che somigliano a quelli delle vite dei santi.

Ciriaco aveva appena nove anni ed era già in preda a un’ansia di vedere il mondo “fatali quidam sorte et divino quodam aflante numine” (come costretto dal destino e da una sorta di divina ispirazione), come scrive Scalamonti nella Vita, citando un verso di Tibullo, che era in realtà una interpolazione del maestro di Ciriaco, Tommaso Seneca.

Il percorso di Ciriaco è costruito in realtà a tavolino, sulla Geografia di Strabone. In questo modo il suo viaggio nell’esotico geografico assume anche il carattere di un viaggio nel tempo creando una atmosfera sospesa e onirica, come è sua abitudine.

Presentare incontri e scoperte come se avvenissero per caso è una caratteristica dello stile di Ciriaco. È probabile che le frequentazioni romane di Ciriaco siano state meno casuali di quel che la Vita vuole rappresentare.


da p. 88 e seguenti:

Edward Bodnar, il più autorevole studioso di Pizzecolli, editore delle sue lettere, Francesco Pall e Roberto Weiss hanno interpretato i nuovi viaggi di Ciriaco, successivi al 1431, data di elezione di Eugenio IV, come un lavoro di intelligence nei luoghi sensibili che saranno interessati dalla crociata del 1444 e, soprattutto, di costante relazione con le più importanti imprese commerciali attive nel Peloponneso e nell’Egeo al fine di monitorare e sostenere la loro collaborazione alla offensiva antiturca in programma.

Una architettura di pensiero che non era fondata, come quella moderna, sulla verità, fosse essa religiosa o scientiica, quanto sulla difesa dall’oblìo. Alétheia (verità) voleva dire, come è noto, assicurare la memoria di fatti o persone, non pretendere una certezza simile a quella del positivismo contemporaneo. In questo culto della tradizione, Ciriaco costruisce per i suoi interlocutori e corrispondenti un mondo volutamente favoloso ed onirico, quello della tradizione classica fino a quel momento rimasto solo coltivazione hobbistica di ricchi collezionisti. I suoi modi sono eleganti, affettati e cortesi, pomposi e irreali: costruiscono un mondo utopico, sottolineato dal carattere corsivo del linguaggio adottato, che funzionava come veicolo di legittimazione di una tradizione culturale alla ricerca di un nuovo ruolo, parcheggiandosi provvisoriamente in uno spazio ancora intermedio.

La caratteristica del suo stile è di mettere a confronto continuamente il presente con il passato.

Costruita sull’impianto dell’arte della memoria locativa, dunque, la geografia fu, per tutta la tarda antichità e il medioevo, prevalentemente un modo per impiegare le immagini al fine di utilizzare la loro energia emotiva per memorizzare storie e informazioni. Nelle classificazioni delle biblioteche, carte geografiche e libri di geografia venivano repertoriati insieme alle cronologie e alle enciclopedie. Questo impiego delle immagini ai fini della memorizzazione aveva un motivo pratico: la memoria di una cultura a prevalente tradizione orale si aiutava con le emozioni che le immagini producevano interiormente. Le emozioni funzionavano come un collante. Ciò significava però che una sequenza di immagini, oltre a favorire la memorizzazione di un discorso, implicasse anche un orientamento persuasivo. Il percorso, rappresentato figurativamente o immaginato attraverso la lettura di un testo, diventava la forma più efficace di costruzione e istruzione delle coscienze. In questo modo furono pensati i vari Itineraria e viaggi religiosi medievali, ma anche i mappamondi di Hertford e Hereford (del XIV secolo, entrambi circolari con Gerusalemme al centro, collocati nelle chiese) o l’atlante del viaggio dall’Inghilterra a Gerusalemme di Matthew Paris (XII sec.) vennero utilizzati per compiere dei pellegrinaggi virtuali, a mente, senza muoversi da casa propria, ma considerati equivalenti a quelli fatti realmente.

Al centro di questo sistema persuasivo stava il viaggio (il racconto del viaggio) come veicolo di enargheía emotiva ed effetto di credibilità.

Ciò che legava i diversi pezzi, come da manuale, era l’emozione. Essa traspare nelle lettere e in tutti gli atteggiamenti retorici di Ciriaco.

Questa propensione di Ciriaco all’emozione è registrabile anche nel tono entusiasta ed esagerato con il quale egli racconta nelle sue lettere la bellezza dei luoghi attraverso il filtro delle metafore mitologiche.

Le sacre reliquie avevano avuto il potere di resuscitare i morti, come narrava la storia del ritrovamento della croce compiuta dall’ebreo Giuda Ciriaco e dalla regina Elena; le antichità classiche restituivano le biografie e gli exempla di un antico mondo idealizzato che andava imitato, resuscitato come patrimonio collettivo del presente, da difendere nello scontro di civiltà in atto.


Per ulteriori approfondimenti:

De Certeau, M., L’invention du quotidien, Paris, 1980

Greenblatt, S., Meraviglia e possesso. Lo stupore di fronte al Nuovo Mondo, Bologna, Il Mulino, 1994

Veyne, P., I greci hanno creduto ai loro miti?, Bologna, Il Mulino, 2005



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mercoledì 5 novembre 2025

Ho seguito Escher a Malta

 

Il 9 maggio 1935 Maurits Cornelis Escher e Giuseppe Haas-Triverio partono per Palermo; si spostano poi a Trapani, visitano Selinunte, Castelvetrano, Sciacca e Caltabellotta; proseguono per Agrigento, Ragusa e Siracusa. La guida Baedeker dell'Italia meridionale contiene la descrizione di una escursione a Malta, e forse per questo motivo a Siracusa i due viaggiatori si imbarcano su un mercantile e trascorrono due giorni sull'isola, all'epoca colonia britannica.

Escher e Haas-Triverio si sistemarono a lavorare sulle mura meridionali della città di La Valletta che si affacciano sul Grand Harbour, il porto principale della città. Dai disegni di quei giorni di fine maggio del 1935, nacque poi in ottobre una litografia a tre colori in cui compaiono la città di Senglea, la motonave Verdi della compagnia di navigazione Adria e un particolare delle fortificazioni di La Valletta. Sulla Verdi, a fine maggio, ritornarono a Palermo.

Insieme con Vittoriosa (in maltese Birgu) e Cospicua (Bormla), Senglea (L-Isla) è una delle “Tre città” fortificate che sorgono su altrettanti promontori a sud-est di La Valletta. Il suo fondatore eponimo fu il cavaliere Claude de la Sengle, dal 1553 al 1557 Gran Maestro dell'Ordine degli Ospitalieri di san Giovanni di Gerusalemme. Dal 1530, per decisione dell'imperatore Carlo V, l'ordine religioso cavalleresco dei gerosolimitani esercitava la sovranità sull'arcipelago maltese.

Ventiquattro dicembre Ventuno

A Birgu trovo un falegname al lavoro, nei pressi del più antico ospedale costruito dai Cavalieri di Malta, e qualche traccia di architettura normanna: una casa in Triq it-Tramuntana, nel quartiere Collacchio, con la facciata abbellita da una bifora duecentesca; al suo interno è conservato un dipinto che rappresenta la scena successiva a quella raffigurata da Caravaggio a La Valletta: una sorridente Salomè mostra su un vassoio la testa di Giovanni Battista.


L-Isla non è, almeno in gran parte, la Senglea che Escher e Haas-Triverio videro nel 1935, perché la città fu quasi completamente rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale dai bombardamenti italiani e tedeschi. Nella centrale Triq Iz-Zewg Mini c'è la casa del bibliotecario «de fama» don Mauro Inguanez, famoso anche perché svolse i suoi compiti nell'abbazia di Montecassino nel periodo dei bombardamenti degli Alleati, riuscendo a mettere in salvo molti preziosi manoscritti. Al fondo della via, nel punto più settentrionale delle fortificazioni di Senglea, è posta una piccola torre di guardia, sulle cui pareti esterne sono stati inseriti due altorilievi: un orecchio e un occhio. La torretta compare, minuscola, nella xilografia Senglea di MCE, in alto a destra.

A inizio Novecento, Senglea era il quartiere dell'intellighenzia maltese; oggi per strada incontro soltanto pochi anziani, che entrano ed escono dai negozi rimasti. Mi fermo a fotografare uno di questi ultimi, l'emporio “Old store” in Triq il-Vitorja.

Torno a La Valletta e continuo a fotografare vecchi negozi, che qui si trovano ancora, consapevole di vivere fuori tempo, sempre in ritardo, nato nel momento sbagliato per poter essere nel posto giusto. Il mio immaginario si è costruito in un passato che è sempre più lontano, che per forza non ritrovo nella vita quotidiana, ma che talvolta si presenta in una vecchia vetrina o nella sala non ammodernata di un ristorante, e in quel momento la rarità lo fa risplendere. Vedere e toccare cose di altri tempi mi fa sentire in sintonia con ciò che è intorno a me. Subito dopo, tornato nel presente, mi sento spaesato.

Fra gli appunti che ho trascritto sul taccuino di questo viaggio prima di partire, ce n'è uno che presi a Udine nel 2010, quando visitati la mostra “Il mondo di Escher” e notai una frase che MCE scrisse nel proprio diario il 19 gennaio 1945: «Quale realtà è davvero più potente: quella del presente, istantaneamente percepibile e assorbita dai nostri sensi, oppure il ricordo delle esperienze precedenti? Il presente è davvero più reale del passato? Io non mi sento in grado di rispondere a queste domande».

Dieci anni dopo il soggiorno a Malta, nel luglio del 1945, Escher tornò a lavorare sui disegni di Senglea per realizzare la litografia Balconata. Scelse come materiale di partenza un particolare della città fortificata, l'area che nella litografia del 1935 comprende la cupola di destra e gli edifici sottostanti, fino agli scogli, e nella parte centrale della vista operò una dilatazione. Il centro della figura è ingrandito quattro volte rispetto agli angoli, come se fosse gonfiato e noi vedessimo la deformazione provocata da una bolla. Il particolare maggiormente ingrandito è un balcone, che dà il titolo all'opera, mentre le finestre e le scale che si trovano intorno le vediamo solo più obliquamente.

Dopo altri undici anni, a maggio del 1956, MCE utilizzò nuovamente i bozzetti di Senglea nella preparazione di un'altra litografia, Galleria di stampe. Questa volta, oltre alle case della città fortificata e alle rocce della costa, compare anche la nave presente in Senglea, Malta e la dilatazione è ad anello, senza un inizio né una fine, tecnica che provoca nell'osservatore l'impressione che l'immagine sia travolta da un vortice. Gli edifici che nella parte in alto a sinistra vediamo in una stampa, a sua volta all'interno della galleria, sul lato destro sono in primo piano e inglobano l'ingresso della galleria: stampe e case sono contemporaneamente le une dentro le altre.

In Lo specchio magico di M.C. Escher Bruno Ernst spiega dettagliatamente i procedimenti matematici con cui MCE ha realizzato le dilatazioni di Balconata e Galleria di stampe, e riporta una dichiarazione dell'autore a proposito della seconda opera: «Forse, aspiro principalmente alla meraviglia e cerco anche, principalmente, di risvegliare la meraviglia nell'osservatore del mio lavoro».

Venticinque dicembre Ventuno

Il più illustre personaggio nato a La Valletta è Corto Maltese, ma poiché le sue gesta verranno cantate da Hugo Pratt soltanto a partire dal 1967, Escher non le poteva conoscere.

Nella capitale maltese il gentiluomo di fortuna nacque il 10 luglio 1887. Da bambino vi frequentò la scuola ebraica, nella parte settentrionale della penisola su cui sorge la città, vicino al forte dedicato a Sant’Elmo, patrono dei naviganti. Gli fu maestro il rabbino Ezra Toledano, il quale anni prima era stato un amante di sua madre.

Fu dal porto di La Valletta che all'inizio del 1904 Corto Maltese si imbarcò come marinaio sul tre alberi Vanità Dorata: aveva sedici anni e fu l'inizio dei suoi viaggi.

L’unica traccia rimasta del quartiere ebraico è un toponimo: Jews' Sally Port. Al tempo degli assedi ottomani era una piccola apertura nelle fortificazioni, che veniva usata per le sortite delle truppe. Oggi è un’ampia porta di transito fra la zona della città interna alle mura e il lungomare che si affaccia sulla baia di Sant’Elmo.

Ci si arriva da Triq San Nikola, via frequentata dai viaggiatori perché vi si trova “Gigi’s”, l’unico supermercato di La Valletta. Per un paio di giorni ho alloggiato nel quartiere di Sant’Elmo, in un’antica casa di Triq il-Merkanti, che forse non è lontana dall’edificio in cui si trovava la scuola ebraica. O magari è proprio quello. Oppure potrebbe addirittura essere la casa in cui nacque Corto.

Gli ebrei maltesi di fine Ottocento erano discendenti di quelli immigrati a partire dal 1798, prima nel breve periodo del dominio napoleonico e poi durante il protettorato britannico, iniziato nel 1800... 

(Da Ho seguito Escher. In viaggio con l'artista in Italia, Spagna, Corsica, Tunisia, Malta,

i libri di Mompracem, Firenze 2024

in cui l'esplorazione di Malta continua... 

e si ipotizza un incontro tra MC Escher e Corto Maltese... )






Dal 5 al 9 novembre 2025 è in corso a La Valletta il Malta Book Fest, a cui partecipa l'Istituto Italiano di Cultura. Tra gli ospiti, anche i libri di Mompracem.




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martedì 26 agosto 2025

Ho seguito Escher nei Paesi Bassi

 

Arnhem

Nel 1903 i coniugi Escher si trasferiscono da Leeuwarden, dove Maurits è nato cinque anni prima, ad Arnhem. Dalla regione settentrionale della Frisia si spostano insomma in quella centrale della Gheldria, tra Utrecht e la Germania. Il padre porta Maurits con sé in lunghe passeggiate per fotografare la natura dei dintorni. Nel giardino di casa fa costruire un capanno in cui sistema due banchi da falegname, già usati da Eddy e Beer, i figli che Georg Arnold ha avuto da un precedente matrimonio. Affinché Maurits e il fratello maggiore Nol imparino a lavorare il legno chiama un falegname, Van Eldik, che trasmette a Maurits l’amore per il legno. Vicino a casa, inoltre, c’è un ponte ferroviario: i piccoli Escher conoscono la bellezza del passaggio dei treni.

(da  Ho seguito Escher. In viaggio con l'artista in Italia, Spagna, Corsica, Tunisia, Maltai libri di Mompracem, Firenze 2024)

Ad Arnhem, il padre era stato nominato ingegnere capo e direttore del Rijkswaterstaat (la Direzione Generale dei Lavori Pubblici e della Gestione delle Acque), con un ufficio in piazza del Mercato. Mauk aveva all'epoca 5 anni e frequentò, seppur per un breve periodo, la scuola Fröbel in Driekoningenstraat ad Arnhem. Suo padre aveva acquistato una signorile villa ad Arnhem per 21.000 fiorini, l'edificio a est dell'incrocio tra Utrechtseweg e Vijfzinnenstraat, al numero 19 di Utrechtseweg (la vecchia numerazione). Questa villa e la fila di case a est furono distrutte durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1908, all'età di dieci anni, Escher fu iscritto al terzo anno dell'Associazione Scolastica di Arnhem, situata, come oggi, in Brugstraat 6, una scuola privata che preparava i bambini per l'HBS (Scuola Secondaria Superiore) o il Gymnasium (Scuola Secondaria Superiore).
L'edificio si trovava a un buon centinaio di metri dalla casa dei suoi genitori. Fu un periodo in cui la sua immaginazione si sviluppò appieno. Una trentina di metri a nord della scuola si trovava una ricca fonte di fantasie. Dopo la scuola, Mauk si affrettava con il fratello Nol al Diaconessenbrug (Ponte di Ferro) sopra la ferrovia in Brugstraat, dove osservarono con interesse verso est lo scalo ferroviario vicino alla stazione di Arnhem, un groviglio di rotaie, scambi e la tettoia di ferro sopra i binari, con i treni che cambiavano binario.

(da https://heemkunderenkum.nl/de-arnhemse-jaren-van-maurits-cornelis-escher-2/)


I binari della stazione di Arnhem visti dal Diaconessenbrug il 22 luglio 2025


Brugstraat fotografata dal Diaconessenbrug il 22 luglio 2025: nel secondo edificio a sinistra si trovava la scuola elementare frequentata da MC Escher

A quattordici anni, nel 1912, Maurits inizia a frequentare la scuola secondaria superiore di Arnhem. L’insegnante di arte, F.W. Van der Haagen, si interessa a lui e gli insegna la tecnica della linoleografia. Stringe le amicizie che dureranno tutta la vita, con Jan van der Does de Willebois e sua sorella Fiet, Roosje Ingen Housz, Conny Umbgrove e Bas Kist.


L'edificio della Scuola Secondaria Municipale di Arnhem in Schoolstraat 35 (22 luglio 2025)


Le scale interne della Scuola Secondaria Municipale
(foto del museo Escher in Het Palais, Den Haag),
da confrontare con Relatività


Sette gennaio 1917: Maurits e Bas Kist, anche lui interessato alla grafica, visitano lo studio dell’artista di Arnhem Gert Stegeman, pittore e incisore. Qui, in seguito, MCE stampa alcune delle acqueforti che realizza nel 1917, fra le quali una veduta del ponte ferroviario sul Reno a Oosterbeek, un villaggio a cinque chilometri a ovest di Arnhem nel quale gli Escher si sono trasferiti nello stesso anno: il ponte che verrà distrutto nella Seconda guerra mondiale, durante la battaglia di Arnhem del settembre 1944.

Sabelpoort, Arnhem, dove al primo piano si trovava lo studio di Gert Stegeman (22 luglio 2025)

Nella nuova abitazione di famiglia a Osterbeek, Villa Rosande, Maurits trascorre molto tempo discutendo di letteratura con Jan e Bas: fra i loro libri preferiti ci sono Delitto e Castigo di Dostoevskij, Le anime morte di Gogol e i racconti di Edgar Allan Poe. Intanto Maurits e Bas diventano membri della società Artibus Sacrum e partecipano con le loro linoleografie alle mostre annuali.

Villa Rosande, Utrechtsweg 62 (22 luglio 2025)

Lo studio di Mauk si trovava all'ultimo piano della torre

Oosterbeek, stazione ferroviaria

Haarlem

A settembre del 1919, Maurits va a vivere a Haarlem, in Olanda settentrionale, per frequentare la Scuola di Architettura e Arti Decorative. La città è un buon centro culturale, sede di molte librerie, di stampatori e della galleria d’arte di J.H de Bois, un appassionato di arte contemporanea e di grafica che vende opere di Kandinskij, Van Gogh, Klimt, Kokoschka, Marc, Ensor e Kollwitz.

Galleria in Warmoesstraat, Haarlem (20 luglio 2025)

La Scuola di Architattura e Arti Decorative frequentata da Escher è stata chiusa il 1 settembre 1926. Fondata nel 1877 e inaugurata il 7 gennaio 1879, aveva inizialmente sede nell'attuale Nassaulaan. Dal 19 settembre 1883 fu trasferita al Padiglione Welgelegen, una residenza di campagna in stile neoclassico situata a sud del centro di Haarlem. Qui la Scuola ebbe a disposizione i locali in precedenza adibiti a rimessa delle carrozze. Intorno al 1920 sorsero problemi finanziari, che portarono alla sua chiusura. Il Padiglione fu in seguito destinato a sede della Provincia dell'Olanda Settentrionale.
Neanche la galleria di J.H de Bois esiste più.

Delft

Alla fine del 1918 Escher visse per alcuni mesi a Delft, in Piet Heinstraat, e frequentò per breve tempo i corsi della Technische Universiteit. Vent'anni dopo, a dicembre del 1938, lo Stato dei Paesi Bassi commissionò a Escher dieci xilografie di Delft in vista della pubblicazione di un libro sulla città. Il compenso venne pattuito in 800 guilder, circa 7.500 euro di oggi. Nell'aprile 1939, Escher (che al tempo viveva a Bruxelles), si stabilì nella casa dei genitori all'Aja e ogni giorno si recava a Delft in tram. Dai disegni realizzati, durante i mesi estivi ricavò dieci xilografie. Il libro in programma non fu mai pubblicato.

(da https://escherinhetpaleis.nl/en/about-escher/escher-today/delft-in-woodcuts)

Ventuno luglio 2025



Lato sud della Nieuwe Kerk, dietro gli alberi cresciuti dal tempo della visita di Escher




In primo piano a sinistra, l'elemento inserito da Escher nella sua incisione



Escher ottiene dal direttore dei Lavori Municipali il permesso di salire sulla torre pendente della Oude Kerk, dalla quale disegna una veduta di Delft. Oggi la torre non è accessibile al pubblico. Quando chiedo alla biglietteria della chiesa se posso salire per fotografare la veduta disegnata da Escher, l'impiegato mi risponde che Escher non era salito sulla torre della Oude Kerk, ma solo su quella della Nieuwe Kerk. L'incisione (che lo stesso impiegato mi vende in forma di cartolina) però lo smentisce, perché in primo piano si vede la balaustra della terrazza della torre della Oude Kerk. Anche la terrazza più alta della Nieuwe Kerk ha una balaustra simile, ma il particolare decisivo nell'opera di Escher mi sembra il canale: ce n'è uno sotto la torre della Oude Kerk, ma non sotto quella della Nieuwe Kerk.

La torre pendente della Oude Kerk

La terrazza dell'Oude Kerk su cui salì Escher


Il negozio in Oosteinde che espone in vetrina le vedute di Delft di Escher


Baarn

Nel maggio 1940, la Germania invade il Belgio e i Paesi Bassi; Bruxelles viene occupata il 17. Dieci giorni dopo, Mauk riceve la notizia della morte di sua madre. Alla fine dell’anno, lui e Jetta decidono di trasferirsi nei Paesi Bassi. Scelgono la cittadina di Baarn, nella provincia di Utrecht, e traslocano il 20 febbraio del 1941. 

Ventitré luglio 2025

La casa in cui si trasferiscono Mauk e Jetta in Nicolaas Beetslaan 20, poi requisita a dicembre del 1943 dall'esercito tedesco

La città di Baarn, in cui Escher visse fino al 1970, ha dedicato all'artista un monumento, posto nel giardino di fronte alla stazione ferroviaria.



Nel cimitero cittadino si trova (non facilmente) la tomba di Escher (zona V, numero 34).

Ingresso del cimitero di Baarn



L'Aja

Dal 2002 la collezione di opere di Escher del Kunstmuseum dell'Aja (oltre 120 opere, una delle più ampie al mondo) è esposta nel palazzo Lange Voorhout, ora conosciuto come Escher in Het Paleis.



Ho seguito Escher anche:

-  a Orvieto

- in Abruzzo


- a Ravello

- in Calabria



- a Malta

- a Genova

- ad Ancona

- a Savona