lunedì 5 settembre 2016

Lviv, Europa


L'esplorazione delle regioni che furono parte dell'impero absburgico mi ha portato quest'anno in Galizia, acquisita dall'imperatrice Maria Teresa nel 1772 con la prima spartizione della Polonia. Oggi è divisa fra Polonia e Ucraina. Ebbe come capitale Leopoli, che, come tutte le città di questa parte dell'Europa centro-orientale, ora ha un altro nome: Lviv. Anzi, più di uno, perché polacchi e russi la chiamano Lvov.



“Qui hanno vissuto uomini di talento e di genio, che hanno popolato la città di forme sorprendenti scaturite dalla loro fantasia”, scrive Yuriy Nykolychyn (potete acquistare il suo Lviv presso la libreria che si trova nella via Shevska; la preziosa guida di Ruben Atoyan, invece, è in vendita nella libreria della via Teatralna, all'incrocio con la Staroyevreiska – la “vecchia via ebraica”).
“Poiché ogni edificio qui è impregnato di una idea umana elevata, la sua sola visione fa lavorare il cervello del passante in modo più intenso; dopo qualche ora a passeggio fra le vie di Lviv si comincia ad essere consapevoli delle capacità umane”. Incamminiamoci, dunque, e ricordiamoci di “ringraziare coloro che hanno manifestato la forza del loro spirito allo scopo di elevare la vita delle persone al di sopra della soddisfazione dei bisogni fisiologici”. Non viaggio nelle terre un tempo absburgiche per un nostalgico desiderio di un mondo passato, ma perché in queste città vissero persone intelligenti e sensibili, le cui creazioni – artistiche, culturali, politiche – possono risuonare in noi e renderci persone migliori.
Forse era questa una delle intenzioni degli architetti e degli artisti che, dal Rinascimento alla Secessione, hanno disseminato statue e bassorilievi sugli edifici del centro storico di Lviv. La città fu fondata alla metà del XIII secolo dal principe Danylo Halytskyi e dedicata al figlio Lev, perciò il leone è il suo simbolo e numerosi sono i leoni in pietra che si incontrano. Quello che si trova nella via Ruska 4 tiene in bocca un grappolo d'uva, e si dice che sorvegli gli osti affinché non truffino i clienti. Ride, e si dice che sia ubriaco, quello che si trova nella piazza Kathedralna 2. Al numero 14 di piazza Rynok, c'è un leone di San Marco: è sulla facciata del rinascimentale palazzo dove nel XVI secolo risiedevano i mercanti veneziani.
Palazzo Gecner, piazza Rynok 28: una serie di bassorilievi - a beneficio del passante che voglia percorrere la via della saggezza - illustra massime filosofiche tratte dalle Lettere a Lucilio di Seneca. Spesso si incontrano le divinità della mitologia classica: Venere e Marte, Amore e Psiche al 4 della via Krakivska, Crono al 20 della Virmenska (la via degli Armeni), Mercurio (che protegge l'ottocentesco palazzo delle ferrovie). I busti dei personaggi che hanno dato vita alla letteratura polacca classica si trovano al 9 della via Teatralna, al termine della quale si apre la piazza dedicata al più famoso del gruppo, Mickiewicz. Su di essa si affaccia l'Hotel George, che accoglie i viaggiatori provenienti da ogni continente con le sculture allegoriche di Europa, Asia, Africa e America (e con un bassorilievo raffigurante san Giorgio). Nella via dedicata a Les Kurbas, i bassorilievi delle maschere teatrali ci indicano il luogo in cui – secondo Nykolychyn - “il teatro aiuta a vivere, a resistere al grigiore della vita, e incita all'amore”. Lo stesso effetto produce la via Akademika Bohomoltsia, dove si concentrano i migliori edifici in stile Art Nouveau della città. Il monumento posto al centro di una piazzetta della via Pidvalna è dedicato a Ivan Fedorovych, il primo tipografo ucraino, che oggi invita i passanti al mercatino dei libri usati.



Fedorovych è uno dei molti “ponti” che ho incontrato durante questo viaggio. Chiamo così i personaggi che hanno reso culturalmente più ricco il passaggio da una città all'altra, anticipandolo o completandolo. Per esempio, a Lviv lo storico tipografo pubblicò nel 1574 gli Atti degli Apostoli, primo libro in lingua ucraina, un esemplare del quale vedrò tre giorni dopo nel museo del libro di Kiev.
Fin dal primo giorno di viaggio sono stato accompagnato dai “ponti”, i quali talvolta non si presentano subito come tali, forse per lasciarmi il successivo piacere del collegamento inaspettato. Per citane qualcuno: a Venezia ho “incontrato” Max Ernst alla Fondazione Peggy Guggenheim e l'ho ritrovato a Krakow in una mostra; a Vienna è Schiele il “ponte” rispetto a precedenti viaggi - come del resto Freud, Moser, Hundertwasser e altri - mentre Rilke e Lou von Salomé - “presenti” in due diversi musei - mi ricordano che quando a Kiev andrò ai monasteri delle grotte lo farò sulle loro orme; sempre a Vienna, la casa di Wittgenstein mi riporta alla lettura di Danubio di Magris, e c'è una mostra dedicata a Kiesler, la cui città natale è Chernivtsi, una delle mie mete in Ucraina; a Krakow, una delle opere di Max Ernst (uno dei surrealisti per cui Kiesler studiò l'allestimento di una esposizione) appartiene a Peter Shamoni, l'autore del film su Hundertwasser appena visto a Vienna (come il Trittico del Giudizio di Bosch, da cui forse Ernst ha preso spunto).



Questi innumerevoli ponti, come nella biblioteca de Il nome della rosa, finiscono per formare un labirinto; in una sala del Museo etnografico di Krakow, una didascalia cita Cszeslaw Milosz: “Un labirinto. Costruito ogni giorno con le parole, i suoni della musica, le pennellate dei dipinti, le sculture e le forme dell'architettura. Così antico e affascinante da visitare che chiunque vi entri, non ha più bisogno del mondo esterno; e fortificato, poiché è stato costruito in contrapposizione al mondo”. Una definizione dell'arte e della cultura, penso, verso le quali siamo sospinti da “un bisogno di ordine, ritmo e forma, le tre parole con cui combattiamo il caos e il nulla”.

Un labirinto dovrebbe per definizione spaventare, ma questo è invece assai attraente, perché perdersi al suo interno porta, in apparente contraddizione, al massimo dei guadagni: serenità interiore e piacere intellettuale. Questa è l'Europa in cui mi piace viaggiare.

sabato 16 gennaio 2016

Salvatore Rizzuti, lo scultore di Caltabellotta


Salvatore Rizzuti ha donato trentatré delle sue opere al Museo Civico di Caltabellotta, sua città natale. L'aggettivo che meglio le descrive è: potenti. Vale per le sculture di Rizzuti quanto scrisse Henry Moore: «Esiste una differenza funzionale tra la bellezza di espressione e la potenza di espressione. Mentre la prima non ha altro scopo che di piacere ai sensi, nella seconda si ritrova una vitalità spirituale in grado di suscitare un coinvolgimento ben più profondo, non limitato a una sensualità di superficie.»1

Quando, nel 1982, gli venne chiesto di realizzare un'opera che commemorasse i Vespri siciliani, Rizzuti decise di rappresentare la violenza subita dai siciliani da parte dell'invasore Carlo d'Angiò, senza tacere il ruolo del papa Clemente IV regista dell'operazione (ideata dal suo predecessore Urbano IV). Nell'opera, quindi, la Sicilia è la donna al centro del gruppo, violentata da Carlo mentre il papa la tiene bloccata incatenandole i polsi.


La cattiva maestra, del 1986, rimanda all'intervista rilasciata nel 1993 da Karl Popper (inizialmente intitolata Against television, verrà pubblicata in Italia l'anno successivo appunto con il titolo Cattiva maestra televisione).


Nel 2014, in occasione della donazione, Rizzuti scrisse: «Penso che l'artista non possa e non debba sfuggire al senso dell'universale, per cui ogni luogo è buono e opportuno; ogni luogo è centro del mondo; nel caso specifico Caltabellotta è il centro del mondo, poiché in ogni luogo in cui ci si trova si irradia la percezione del mondo; non a caso gli umanisti del Rinascimento compresero e codificarono questo concetto meglio che in qualsiasi altro tempo.»

A dieci anni, aveva creato questo fucile giocattolo:


Quale sarà stato il rapporto fra la lettura dei fumetti di Tex Willer e il profondo senso della giustizia che lo scultore manifesterà nelle sue opere? Questo valore si era già formato in lui e perciò il giovanissimo Salvatore prediligeva l'eroe di Bonelli o, viceversa, il ranger ha rappresentato un modello da imitare?



1 Sulla scultura, Abscondita, Milano 2002, p. 17.

lunedì 11 gennaio 2016

Il Cretto di Burri




Nel 1981 Ludovico Corrao, sindaco della nuova Gibellina, invita Alberto Burri a visitare la città. Negli anni precedenti Corrao aveva chiamato altri artisti a realizzarvi le loro opere. Per gli anni Settanta, una duplice utopia: disseminare l'arte nelle vite quotidiane delle persone, scegliendo come arte quella contemporanea.

Burri ricorda: «Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l'idea: ecco, io qui mi sento che potrei fare qualcosa.»1

Negli anni Settanta, Burri aveva realizzato una serie di opere in caolino e vinavil che, per via della cottura o dell'essiccazione, presentavano una superficie fessurata. Le chiamò Cretti; le ultime erano di grandi dimensioni, fino a quindici metri di lato. Presso i ruderi di Gibellina maturò il progetto del Grande Cretto.

Nel 1984 le macerie della case distrutte dal terremoto vennero ammucchiate e livellate in blocchi alti circa un metro e mezzo, tenuti insieme da reti metalliche. Corrao ottenne per l'operazione l'intervento dell'esercito. Sui blocchi venne colato cemento liquido bianco; ampie fenditure, larghe un paio di metri, li separano uno dall'altro.


Se fotografato solo in parte e dall'alto, il Grande Cretto è un cretto come gli altri; visto da lontano insieme con il paesaggio circostante, è una pietra sepolcrale posta sul prato di un cimitero.


Non ci si avvicina ad essa, però, per leggere i nomi dei defunti, ci si entra camminando nelle fenditure. Si capisce, in tal modo, che queste non sono fessurazioni casuali come quelle prodotte nei piccoli cretti dalla cottura; sono le vie di un paese, un tempo percorse dai suoi abitanti. Il visitatore è trasportato nei luoghi per eccellenza della vita sociale e allo stesso tempo costretto a constatare che la vita non vi scorre più.


Ancor più delle rovine dei non lontani templi di Selinunte e Segesta, i blocchi bianchi e grigi2 di cemento rendono percepibile l'assenza, la scomparsa di chi in quei luoghi ha vissuto.


Qui altre foto del Grande Cretto.

1 Tratto da Gibellina Arte Contemporanea, Ali&no editrice 2014, p. 28.

2 I lavori venero interrotti nel 1989, e terminati nel 2015: perciò, il diverso colore delle due parti.

lunedì 7 dicembre 2015

Mitsuo Aida, Il nostro debito verso gli altri







Poiché ci sono i dipendenti,
ci possono essere i dirigenti.
Poiché ci sono i subalterni,
ci possono essere i superiori.
Poiché ci sono gli studenti,
ci possono essere gli insegnanti.
A ogni esame, poiché ci sono i bocciati,
ci sono i promossi.
Poiché ci sono i loro sostenitori,
le stelle e gli eroi possono splendere sotto le luci della ribalta.
Poiché ci sono persone che comprano,
le merci possono essere vendute.
Poiché ci sono persone che vendono,
le merci possono essere comprate.

E poiché ci sono quelli
che leggono il mio goffo lavoro pieno di scarabocchi infantili,
io posso essere uno scrittore.

Nessuno al mondo può vantarsi
di non dovere la propria esistenza a qualcun altro.
Tutto ciò che sappiamo,
tutto ciò che facciamo,
e tutto ciò che abbiamo realizzato nelle nostre vite,
esiste grazie agli altri.


Mitsuo Aida (1924-1991), calligrafo e poeta giapponese, ha pubblicato Il nostro debito verso gli altri nel 1987. La presente traduzione in italiano è stata eseguita a partire dalla versione inglese di Tim Jensen, contenuta in The here and now. The Art, Ideas and Poetry of Mitsuo Aida, Diamond 1996.





domenica 15 novembre 2015



Ne ho seminate, di speranze, e ora raccolgo caciocavalli; ne ho fatti di castelli in aria, e pùnfete, ho battuto con il corpo in terra! […] Ho calato la secchia nel pozzo delle voglie amorose e m'è rimasto il manico in mano; ho steso il bucato dei disegni miei e mi vi è piovuto sopra a cielo aperto.
[Giambattista Basile (1575-1632), Lo cunto de li cunti]




Le occasionali delusioni non sono sufficienti, tuttavia, a far desistere noi sognatori. Ci sostiene la convinzione che la felicità sia più vicina di quanto sembri, vicina quanto il tavolino di un caffè al quale ci si siede con un amico.
Così si rianimano in noi le speranze, come accade in Qualche piccola pergola, una poesia di Giuseppe Conte contenuta nella raccolta dall'eloquente titolo Ferite e rifioriture (Mondadori, 2006):

Portami ancora, vita,
portami ancora, ti prego,
qualche piccola pergola
qualche grappolo d'uva
- c'era sul terrazzino
dalla panchina azzurra
della casa di quand'ero bambino
in via Carducci 3 -
regalamele tu
domestiche vendemmie
da cui poi ricavare
il vino di un sorriso.
Di quel sorriso schietto,
intimidito e tutto
luce candida e vera
che solo mi rassicura.
Portamelo tu ancora.
Di quello non mi privare.


venerdì 21 agosto 2015

La Via Francigena da Aosta a Lucca


L'incontro con chi viaggia a piedi stimola la generosità?
La pratica del dono ai pellegrini è diffusa e istituzionalizzata in Giappone (si veda il mio post); ora che i viandanti sulla Via Francigena stanno diventando sempre più numerosi e la Via stessa più conosciuta, anche in Italia capita al camminatore di essere il destinatario di gesti di gentilezza o di ricevere dei piccoli doni. 
Ci sono i volontari che si occupano dell'accoglienza dei pellegrini presso strutture comunali o parrocchiali, e lo fanno con notevole attenzione (un esempio per tutti è la custode dell'abbazia di S. Albino a Mortara, che tiene una fetta di anguria fresca pronta per tutti i viaggiatori schiantati dall'afa padana). Poi ci sono le persone che, dalla Val d'Aosta all'Emilia, incoraggiano il viandante con un augurio o un'offerta:



  
A Tromello (PV) questo signore apre ai pellegrini le porte e il frigorifero di un circolo parrocchiale invisibile dall'esterno e regala a tutti una spilla e un attestato di passaggio:

  
Camminando da Camaiore a Lucca, sono sbucato da un sentiero sulla piazzetta del paesino di Montemagno. Un bar con due tavolini sul marciapiede, ad uno dei quali erano sedute tre persone. Il più corpulento dei tre mi apostrofa: "Pellegrino sulla via Francigena?" Rispondo di sì e vengo invitato a bere qualcosa. Il signore si chiama Giuseppe ed è un sostenitore della tesi che il denaro sia l'origine di tutti i mali. Progetta di aprire un ostello dal quale i soldi siano banditi. Quando ci stiamo salutando, sbuca Roberto, un camminatore di Como con cui avevo condiviso sentieri, ostelli e cene nei tre giorni precedenti. Altra bella persona. Giuseppe offre un succo di frutta anche a lui e la conversazione si ripete.
Infine ripartiamo, Roberto ed io. E' un mondo piccolo e marginale, quello che abbiamo abitato per qualche settimana, quasi una riserva indiana in cui si possono fare begli incontri. Ma c'è.

giovedì 7 agosto 2014

La Via Francigena da Canterbury ad Aosta


Ho camminato lungo la Via Francigena da Canterbury a Besançon nel 2012 e da Besançon ad Aosta nel 2014. Per avere informazioni sul percorso, su dove dormire e dove mangiare ho utilizzato la guida di Riccardo Latini La Via Francigena da Canterbury alle Alpi (Ed. Terre di mezzo, € 20) e, poiché è stata pubblicata nel 2011, segnalo alcuni aggiornamenti (in corsivo dove dormire); complessivamente valida, la guida contiene tuttavia alcuni errori nelle indicazioni del percorso: generalmente il pellegrino può correggerli da sé aiutandosi con la segnaletica locale, mentre per alcuni casi trovrete di seguito la correzione. Il problema più frequente è la contraddizione fra carte e testo: quando capita, seguite le carte.
In alternativa, potete procurarvi la LightFoot Guide to the Via Francigena (http://pilgrimagepublications.com).

IINGHILTERRA
Canterbury: Kipps Hostel, 40 Nunnery Fields
Dover: The Castle Inn (Dover Backpackers), Russell St

FRANCIA
Guînes: chiedere all'Office du Tourisme la mappa del tratto Guînes-Licques
Quercamps: il bar è chiuso
Helfaut: 2 campeggi, L'Hermitage e Les Genêts
Arras: ostello e campeggio sono chiusi; in alternativa, camping La Paille Haute a Boiry Notre Dame, raggiungibile da Arras con il bus 51
Mesnil-en-Arrouaise: il bar è chiuso
Cartigny: il negozio di alimentari è chiuso
Saint-Gobain: in alternativa al percorso proposto, si può raggiungere direttamente Laon camminando sulla D7 (bella strada nella foresta, senza traffico), evitando Saint-Nicolas-aux-Bois e Suzy
Villers-Franqueux: i negozi sono chiusi
Saint-Thierry: negozi chiusi per ferie in estate
Reims: sconto per i pellegrini al Centre International de Séjour


Châlons-en-Champagne: l'indirizzo dell'Auberge de jeunesse è Avenue Patton 4
Corbeil : dopo 3,5 km, al bivio bisogna tenere la sinistra per giungere a Donnement
Dienville: camping Le Colombier
Baroville: difficile trovare il “sentiero rettilineo” che attraversa la foresta di Clairvaux, in alternativa imboccare la D170 (tranquilla, nella foresta) che dopo 5 km si immette nella D396, sulla quale si può proseguire fino a Clairvaux
Châteauvillain: la Mairie mette a disposizione un rifugio gratuito nei locali dell'ex-biblioteca


Langres: Abri du pélerin (nella parrocchia cattolica, 5 €, presentarsi fra le 17 e le 19 o rivolgersi all'Office du Tourisme)
Champlitte: rifugio per pellegrini (10 €) presso Monsieur Pascal Henriot, rue de la Vieille Route
Trépot: il negozio di alimentari è aperto solo al mattino e il ristorante è chiuso il lunedì
Lods: non ci sono negozi, per informazioni rivolgersi all'ufficio turistico (Accueil) gestito da Monsieur François, nella via centrale del paese
Mouthier-Haute-Pierre: il camping Les Oyes è aperto (sulla D67 fra Lods e Mouthier-Haute-Pierre)
Ouhans: l'Hotel Des Sources de la Loue è stato chiuso, c'è un meublè di fronte
Sombacour: ci sono un bar-ristorante e una panetteria
La Cluse-et-Mijoux: all'uscita dal paese, si cammina lungo la N57 su marciapiede fino alla località la Tuilerie, poi c'è un tratto senza marciapiede fino alla località la Gauffre; pericoloso il lato sinistro in corrispondenza della curva a sinistra, meglio il lato destro. A la Gauffre, dopo il bar-ristorante si svolta a sinistra sulla D6

SVIZZERA
Le indicazioni da seguire possono essere dei seguenti tipi:





Sainte-Croix: l'Auberge de jeunesse è stato chiuso; il b&b Les Replans (www.chasseron.net)
ha anche una camera singola a 40 CHF; agli appassionati di linee ferroviarie storiche segnalo la Sainte-Croix – Yverdon-les-Bains (ferma a Baulmes, www.travys.ch)


Orbe: da vedere gli affreschi nella chiesa di Montcherend (XII sec., attribuiti ad un pellegrino diretto a Santiago di Compostela), 2 km a ovest


Lausanne: sconto per i pellegrini al camping du Vidy (10 CHF) e tessera omaggio per viaggiare gratis sui mezzi pubblici; ristorante etiope Le Nil-Bleu, place de l'Ours
Evionnaz: il bar è chiuso il lunedì
Martigny: il camping TCS, rue du Levant 68, è dotato di un dormitorio (23 CHF, colazione a parte 13 CHF); imboccato il sentiero per Orsières, si attraversano i binari che poi rimarranno sulla vostra destra, seguire le indicazioni per Bovernier; da Martigny c'è un collegamento ferroviario per Sembrancher e Orsières


Bovernier: uscire dal paese camminando lungo la strada fino alla segheria, dopo la quale ricominciano le frecce gialle sulla destra; poco più avanti, cautela nell'attraversare un rio che taglia il sentiero: le sponde cedono facilmente
Orsières: l'Accueil Saint-Bernard (dietro la chiesa) è sempre aperto ed è dotato di cucina, bagno e doccia (una decina di posti, 10 CHF, rivolgersi al parroco nella casa a fianco)
Dranse: il paese è in basso, sul fiume, rispetto a Liddes
Bourg-Saint- Pierre: il pernottamento alla Maison Saint-Pierre costa 25 CHF, ottima alternativa l'Auberge au Petit Vélan (20 CHF il posto in dormitorio, 30 con la colazione e 52 con la mezza pensione)
Col du Gran Saint-Bernard: la mezza pensione all'Hospice costa 48 CHF; per Aosta, seguire il sentiero 103

Per vedere le mie foto della Via Francigena:

lunedì 9 giugno 2014

Un uomo esemplare. Ricordo di Andrej Mironov



Il 4 dicembre scorso, il gruppo biellese di Amnesty International ospitò il giornalista e attivista per i diritti umani russo Andrej Mironov. Chi partecipò alla sua conferenza ebbe l'occasione di conoscere un uomo di rara statura morale. Sessantenne, era stato un dissidente nell'Unione Sovietica degli anni Ottanta e come tale condannato a quattro anni di gulag; negli anni Novanta aveva lavorato come ricercatore specializzato in diritti umani e il suo lavoro l'aveva portato ad occuparsi della guerra in Cecenia, dove si era adoperato per una soluzione pacifica del conflitto in corso. Sgradito per questo motivo agli ambienti governativi, nel 2003, a Mosca, venne aggredito e gravemente ferito; ristabilitosi, aveva ripreso il suo lavoro con Memorial, la più importante organizzazione russa per i diritti umani. Era diventato un punto di riferimento per tutti coloro che in Europa si impegnano per la difesa dei diritti umani. Non era un personaggio celebre come Nelson Mandela o come Vaclav Havel, ma chi lo conosceva trovava in lui la stessa determinazione e ne traeva la stessa ispirazione.
Il 24 maggio scorso Andrej Mironov si trovava in Ucraina e lì è rimasto ucciso insieme al fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, mentre documentavano con altri giornalisti gli scontri fra esercito ucraino e separatisti filorussi.

Chi, come noi, l'aveva conosciuto è rimasto sgomento. Abbiamo ripensato a quella serata di dicembre, in cui ci aveva entusiasmati: con competenza e lucidità, prima e dopo la conferenza ci aveva raccontato gli ultimi decenni della storia russa e, durante il suo intervento pubblico, aveva preferito non parlare di sé, ma dei giovani russi che stanno trovando il coraggio di manifestare per i propri diritti. Era ottimista, nonostante gli anni trascorsi in un campo di concentramento e le percosse subite, nonostante altri abbiano subito e subiscano lo stesso trattamento. Era ottimista perché, diceva, “abbiamo vinto noi: nonostante tutti i loro sforzi, non sono riusciti a farci cambiare idea, siamo ancora qui a lottare per i diritti umani”. Questa è la convinzione che ci trasmise quella sera e che resta nostra, anche ora che Andrej Mironov non è più con noi.

L'8 settembre il Premio Politkovskaja 2014 è stato conferito a Andrej Mironov:
http://www.memorialitalia.it/2014/09/08/premio-politkovskaja-ad-andy-rocchelli-e-andrej-mironov/

Su Rai Play è disponibile il documentario La disciplina del silenzio. Inchiesta sulla morte di Andrej Mironov e Andrea Rocchelli di Giuseppe Borello e Andrea Sceresini, diviso in prima e seconda parte.

lunedì 26 agosto 2013

Sarajevo, luglio 2013





È l'estate del 1963. All'aeroporto di Ginevra, Jean si imbarca su un volo per Roma. La visiterà per la prima volta, benché siano vent'anni che desideri farlo. Era uno studente universitario quando Roma venne bombardata dagli Alleati prima e straziata dai nazifascisti poi. A Ginevra la guerra arrivava solo attraverso i giornali e i cinegiornali, e non era entrata più di tanto nelle vite quotidiane degli svizzeri. Era diventata, però, l'interesse principale per Jean: aveva partecipato alle manifestazioni studentesche contro la guerra e poi, in cerca di attività più concrete, aveva collaborato con le associazioni (poche) che aiutavano i rifugiati ebrei (pochi). Quelli sono rimasti, da allora, per lui i romani: persone civili in fuga dalla manifestazione più eclatante dell'irrazionalità umana. E gli italiani sono quelli che ha visto in Roma città aperta, in Sciuscià e, più recentemente, in Rocco e i suoi fratelli.
Cosa si aspetta ora da questo viaggio, diciotto anni dopo la fine della guerra? Capire, lui che non l'ha vissuta, cosa sia la guerra? Sentirsela raccontare da chi l'ha combattuta? Saranno diversi questi racconti da quelli dello zio francese che era stato in trincea nella prima guerra mondiale? Capirà perché era scoppiata? Tornerà più saggio anche se, forse, più triste?
Mentre le domande aumentano, l'aereo atterra a Roma. Dopo avere contrattato come ha imparato dai racconti dei viaggiatori, Jean prende un taxi per il centro. Un lusso che a Ginevra non può permettersi, ma anche un tentativo di estorcere le prime informazioni. Stranamente, però, il tassista è taciturno.
Jean trascorre cinque giorni a Roma, alternando le visite dei musei a lunghe passeggiate. Nelle vie del centro non sembra esserci traccia della guerra, così come del fascismo e pure dell'antifascismo. È scoppiata una forma molto concreta di pace, fatta di gente a passeggio o incollata alle vetrine, di ristoranti e gelaterie affollati di turisti stranieri. È arrivato il benessere. Il boom economico, lo chiamano gli italiani. Non ha colpito tutti, però. Non le mendicanti di fronte alle chiese, non gli anziani che cercano di vendere chincaglierie negli androni dei vecchi palazzi.
Per prima cosa, Jean ringrazia i romani per non essersi fatti travolgere, dopo la guerra, da rancori e vendette, e per avere dimostrato che si può cominciare a vivere pacificamente ed essere una città cosmopolita anche dopo una guerra lunga e per di più "civile". Certo, business is business, e conviene essere una capitale del turismo piuttosto che una capitale dell'odio. Tuttavia, non tutti lo fanno. Sarà questo, si chiede, il segreto della pace: il business? Non si dice, però, lo stesso della guerra? E se un giorno il benessere finirà, tornerà la guerra?
Siti archeologici e caffè traboccano di americani e di tedeschi, Jean li guarda e di ognuno si chiede se sia stato uno di quelli che sganciavano le bombe o fucilavano i civili. D'altra parte, di ogni romano almeno diciottenne si chiede come abbia vissuto gli anni della guerra. Ma, ovviamente, nessuno ha la risposta scritta in fronte. Visita mostre e monumenti, ma ovunque sembra che le ragioni e l'essenza della guerra vengano dati per scontati. Lo colpisce un cameriere che gli dice che ogni anno va a deporre un mazzo di fiori alle Fosse Ardeatine. Al Colosseo la guida gli racconta che porta l'auto a riparare da un meccanico nostalgico del fascismo, ma che costa meno degli altri. Il proprietario della pensione in cui alloggia non è avaro di racconti, che riguardano per lo più le difficoltà economiche patite negli anni di guerra, i razionamenti, il mercato nero, gli orti improvvisati. Ascoltandolo, Jean comincia a pensare a Robinson Crusoe: l'albergatore sorride sfoggiando la propria abilità nell'arte di arrangiarsi e la guerra è soltanto lo sfondo che la fa risaltare. Strana bestia l'uomo, che trova il modo di sfogare in ogni situazione il proprio desiderio di primeggiare. Ancora più misteriose rimangono, per Jean, le menti degli assassini; osserva a lungo alcune foto che ritraggono nazifascisti sorridenti dopo aver catturato o ucciso dei partigiani. Non sono sorrisi di sadici, ci sono piuttosto semplicità e leggerezza, più che perversione, nei loro sguardi. Come è possibile? Non si rendevano conto di ciò che stavano facendo? O si ritenevano i giocatori vittoriosi di un gioco legittimo? Ce ne sono ancora, fra i romani, di potenziali assassini? Quale scintilla potrebbe accenderli? La propaganda politica? Le difficoltà economiche? I rancori personali? Una generica frustrazione? L'invidia o la gelosia?
Jean compra una copia del Times in cui trova un articolo sulla politica italiana: la transizione al sistema democratico non può dirsi compiuta, si legge, perché i principali partiti non sono realmente soggetti al giudizio degli elettori, in quanto ognuno può contare sul proprio sicuro bacino di voti, indipendentemente dall'operato al governo o all'opposizione. La pace è, allora, nelle sole mani dei governanti? E se scegliessero di tornare alla guerra? Chi li potrebbe fermare? E da noi in Svizzera, comincia a chiedersi, come stanno le cose? Siamo davvero diversi? Abbiamo represso del tutto l'impulso a uccidere, stuprare e saccheggiare? Cosa succederebbe se i cantoni tedescofoni aggredissero quelli francofoni, o viceversa? La paura di perdere la vita non è mai stata un deterrente sufficiente contro le guerre, perché mai dovrebbe esserlo il timore di perdere la ricchezza?
L'ultima sera, Jean si siede in un caffè all'aperto di fronte alla fontana di Trevi, dominato dalla malinconia per la partenza imminente. Non ha trovato le risposte che cercava, anzi, nuove domande si sono accumulate. Una su tutte: se fossi stato, vent'anni fa, un americano o un tedesco, come mi sarei comportato?

Prova a distrarsi ammirando le donne, bellissime e consapevoli di esserlo, desiderate a distanza da uomini incerti. Sembra che la vita sia per tutti spensierata. Dolce, come ha detto Fellini tre anni prima. Per lui, invece, troppo rimane incomprensibile. Ha bisogno di ricondurre il mondo ad una qualche forma di ordine. Comincia a scrivere una lettera alla donna che ama, calcolando che lei, a Buenos Aires, la leggerà dopo un paio di settimane.

venerdì 28 dicembre 2012

Il mito si fa realtà alla Reggia di Caserta?








Il treno che mi ha portato da Salerno a Caserta ferma anche a Nola, così ho potuto rendere omaggio al suo cittadino più illustre, Giordano Bruno. Nel 1585 Bruno aveva pubblicato De gli eroici furori, in cui aveva introdotto la nuova figura del furioso: se il sapiente è colui che sa contemplare con distacco le vicissitudini del mondo, il furioso è colui che sa cogliere l’unità della natura e raggiungere la felicità nella sua forma più piena. 


Questo non significa che il furioso possa superare i limiti umani e vedere il Dio-luce assoluto; egli rimane nell'ombra di Dio, che è l'universo, ma ne vede l'unità. Di più un umano non può ottenere. L'eroico furore non è una forma di misticismo, l'uomo non si può "indiare", così come Dio, secondo l'antitrinitario Bruno, non si può incarnare. Il furioso, che aspira a Dio, può fondersi con l'Uno, il Tutto, soltanto riconoscendo la propria unità con la Natura, che del Dio-Uno è il riflesso.
Per chiarire questo passaggio Bruno riprende dalla mitologia greca la vicenda di Atteone, un cacciatore che, colpevole di essere riuscito a vedere l'immagine dell'amata dea Diana riflessa in uno specchio d'acqua, venne dalla dea tramutato in un cervo, per poi essere inseguito e sbranato dai propri stessi cani. Bruno spiega che Atteone rappresenta «l'intelletto intento alla caccia della divina sapienza, all’apprensione della beltà divina»: poiché l'intelletto diventa ciò che apprende, esso si confonde con la Natura dopo averne contemplato la totalità, simboleggiata da Diana.
Bruno intende la conoscenza come un rapporto d’amore con l’oggetto dello studio, in questo caso la Natura universalmente animata. Il furioso è mosso dal desiderio amoroso verso ogni sua parte e la conoscenza, che è identificazione con l’oggetto conosciuto, è per lui fonte di gioia: così come Atteone diviene preda della propria caccia, egli scopre che non è più necessario cercare fuori di sé la divinità.



Nel 1752 Vanvitelli volle il mito di Diana e Atteone rappresentato in un gruppo scultoreo nella reggia commissionatagli da Carlo di Borbone, per la precisione là dove il parco si chiude con una scenografica cascata che scende dalle montagne retrostanti grazie ad un acquedotto appositamente scavato.




Verso l'orario di chiusura, poco prima del tramonto, quando i visitatori si sono ormai tutti incamminati per tornare alla reggia, i cani da caccia cominciano a muoversi e cercano veramente di sbranare Atteone, il quale prova a sfuggire i loro morsi e, contemporaneamente, la condizione marmorea in cui è da secoli imprigionato.




lunedì 1 agosto 2011

Previsioni e imprevisti culturali



Qual è la funzione dell'edificio ritratto nella seguente fotografia?


Io l'ho capito solo dopo alcune settimane trascorse in Giappone; anzi, per lungo tempo non mi sono proprio accorto della presenza di costruzioni del genere. Fin dal primo giorno, invece, ho notato innumerevoli gesti di gentilezza, che mi aspettavo e che riconoscevo perché li avevo già visti nella mia cultura di provenienza. Ad essere preciso, li avevo intravisti (più nella letteratura e nell'arte che nella vita quotidiana) e, affascinato, mi ero messo a cercare un luogo dove fossero abituali. Si potrebbe concludere che, in un viaggio, l'oggetto (del desiderio) cercato è stimolato dalla cultura di appartenenza/partenza, l'oggetto trovato è recepito/interpretato con le categorie culturali di cui si dispone.
A proposito del pellegrinaggio nello Shikoku, per esempio, gli henro giapponesi descrivono spesso la propria esperienza in termini di raggiungimento della pace interiore e della purezza morale e spirituale: nei loro discorsi riecheggia il concetto giapponese di pellegrinaggio come viaggio interiore di rinnovamento e purificazione. Nei resoconti di australiani e statunitensi si trovano frequentemente espressioni come amazing, empowering o life-altering: esse riflettono la nozione di viaggio mitico e avventuroso, sfida che conduce alla scoperta di sé stessi, che impronta la letteratura europea (a sua volta ispiratasi all'Epopea di Gilgamesh e all'Odissea).
Il viaggio, dunque, è un'esperienza che non aggiunge nulla al soggetto che la compie? Si tratta soltanto di una chiarificazione di aspetti di sé preesistenti? Se così è, vale la pena di viaggiare?
La mia risposta è che il viaggiatore, se vuole che il suo sforzo sia fecondo di nuove conoscenze, deve essere disponibile al cambiamento. Anzi, deve cercare lo straniamento: esso è certamente un disagio, ma ha un effetto liberatorio perché, mostrando che esistono altri costumi e altre consuetudini, rivela che il suo “paesaggio mentale” non è completo né definitivo. Si apre, perciò, la possibilità di arricchire quel “paesaggio” di nuovi elementi, i quali più che sostituire i precedenti li affiancano. La riconsiderazione critica della cultura di partenza può essere uno degli esiti, ma sarebbe riduttivo vedere in essa l'unico obiettivo. Quello che importa è che individui con un'esperienza più ampia riescono a moltiplicare le occasioni di felicità e danno vita ad una cultura più ricca, in grado di trovare nuove e più efficaci soluzioni ai problemi della società in cui si trovano a vivere.
Vedo tre ostacoli all'arricchimento culturale che può derivare dall'incontro con altre civiltà:
  1. la scarsa conoscenza della propria cultura; il primo arricchimento, infatti, può venire dalla sua esplorazione: finché non la si conosce, essa stessa è un mondo ignoto; inoltre, come si è dimostrato, maggiore è la padronanza della propria cultura, più numerosi saranno gli aspetti che si coglieranno delle altre e, quindi, le possibilità di confronto;
  2. la presunzione di essere già perfetti; essa conduce alla ricerca di conferme: si vede solo ciò che si accorda con le convinzioni già possedute, l'autocompiacimento è massimo, il mutamento nullo; l'incontro culturale utile, invece, si riconosce dall'impossibilità di pensare in anticipo il suo risultato;
  3. la svalutazione della propria cultura in nome della presunta superiorità di altre; questo atteggiamento contiene i due precedenti, ai quali si aggiungono (talvolta tutti insieme) altri elementi: non si comprende che se ci accorgiamo dei difetti del cosiddetto Occidente lo dobbiamo agli anticorpi critici che la cultura occidentale stessa ha elaborato, si preferiscono le contrapposizioni plateali alle trasformazioni reali, l'obiettivo del successo in un certo ambiente sociale prevale sulla curiosità intellettuale; una cultura non è un club di cui si può prendere o disdire la tessera, ma un insieme di convinzioni e comportamenti che si modificano soltanto quando cambiano gli individui che la rappresentano.
Il mancato superamento dei tre ostacoli è, credo, alla base dell'infatuazione dei turisti per il “tipico” e il “tradizionale”, nomi nuovi che sostituiscono il “primitivo” e l'”incontaminato” che andavano di moda alcuni anni fa; questa passione si presenta oggi come un lucido per coscienze e un lubrificante per conversazioni che non richiede grossi sforzi, né economici né intellettuali. Vorrei, tuttavia, richiamare l'attenzione su quattro fenomeni ad essa collegati:
  1. l'afflusso in determinati luoghi di turisti che si aspettano di trovare precise “merci culturali” (artigianato, danze, cibi, ecc.) spinge gli abitanti di quei luoghi a concentrarsi sull'offerta di tali merci (spesso prodotte altrove); in tal modo, non soltanto è prevenuto il mutamento dei turisti, ma anche quello dei locali: è la museizzazione culturale o, per essere più espliciti, la trasformazione del mondo in uno zoo;
  2. la prevedibilità dei turisti che cercano l'”autentico” permette la sua produzione su scala industriale; la contraddizione è evidente e non merita approfondimento;
  3. l'esaltazione di altre culture allo scopo di svilire quella “occidentale” tralascia abitualmente gli aspetti criticabili di quelle culture: accade così che, tutti presi a magnificare armonie con la natura, culti degli antenati o tessuti dagli sgargianti colori, si sorvoli sulla discriminazione delle donne in Guatemala o sulla pena di morte in Giappone; talvolta succede di peggio: ho sentito con le mie orecchie giustificare le mutilazioni genitali femminili in quanto espressione di una cultura diversa che, in quanto tale, va rispettata (in questo caso emerge l'incapacità di pensare contemporaneamente la diversità degli esseri umani e l'universalità dei loro diritti);
  4. come è implicito nel punto precedente, la selezione degli aspetti idilliaci di altre culture rivela, oltre all'incapacità di pensarle nella loro complessità, il senso di superiorità razziale di chi vorrebbe “tornare indietro” e parte, perciò, dal presupposto di esser più evoluto; sia chiaro: questa dinamica non si verifica soltanto quando un francese visita il Mali, ma anche quando un milanese loda “la vita sana che fanno i montanari” o, in una prospettiva temporale più che spaziale, i “bei tempi di una volta”;
Insomma, come dice Pascal Bruckner nel suo Il singhiozzo dell'uomo bianco (1983), bisogna guardarsi da due illusioni: che non abbiamo nulla da imparare dagli altri, e che abbiamo tutto da imparare da loro. Indubbiamente, questa non è la strada più comoda ma la più faticosa; è la strada sulla quale si rifiutano le identificazioni obbligate con una razza, uno schieramento, un partito, un'ideologia, una lingua, per scegliere di costruire amicizie e legami che superano le distanze spirituali e chilometriche perché sono fondati su affinità più profonde.
Viaggiare in questo modo è scomodo, perché impone di lasciare un ordine abituale per immergersi in un disordine. Perché farlo, allora? Come risposta, suggerisco un brano tratto da Noi primitivi (1990) di Francesco Remotti, in cui l'autore commenta la locuzione giro più lungo coniata da Clyde Kluckholn per definire l'antropologia culturale.
Provate, leggendo, a sostituire l'espressione di Kluckholn con la parola viaggio:
«È ben difficile ammettere che il giro più lungo si risolva in una semplice conferma dell'ordine da cui si è partiti: sarebbe il fallimento di un secolo di antropologia, degli sforzi fisici e intellettuali di coloro che hanno preteso di studiare l'umanità negli angoli più sperduti del mondo. Ma anche l'annegare nel disordine sarebbe ovviamente un fallimento […] Il giro più lungo non è un tragitto che si compie una volta per tutte e il cui esito coinciderebbe con un ordine fisso e definitivo, ancorché alternativo rispetto all'ordine di partenza; il giro più lungo non termina con la configurazione di un ordine inamovibile, il quale prenderebbe il posto di un ordine precedente ritenuto illusoriamente intoccabile. Se l'esito del giro più lungo non dovrebbe coincidere con la riproposizione dell'ordine di partenza, né risolversi in un naufragio nel disordine, esso non si limita neppure alla sostituzione di un ordine alternativo, finalmente ritenuto più sicuro. L'esito più importante e decisivo del giro più lungo è l'idea della revocabilità di qualsiasi ordine si possa proporre, la convinzione che non soltanto il giro più lungo non coincide con un singolo itinerario, ma anche che non vi è un ritorno definitivo: il senso più profondo del giro più lungo è che, in realtà, esso non termina mai.»
Che cos'era l'edificio giapponese? Per scoprirlo bisognava entrarci:

La ricompensa? La miglior frittata okonomiyaki che avessi mai mangiato. Qualche mese prima non sapevo neanche cosa fosse.