mercoledì 22 marzo 2017

Il Divagalibro - parte prima




Un divagalibro è uno di quei libri che innescano una divagazione sul testo e sul suo autore, e che, allo stesso tempo, fanno venire voglia di vagabondare verso altri libri, esplorarli e utilizzarli come nuovi divagalibri. Va da sé che la divagazione non ha fine e che, molto probabilmente, ad un certo punto ci si ritroverà a organizzare un viaggio.


 Il libro di partenza per questa divagazione è In Patagonia di Bruce Chatwin. Sappiamo fin dal titolo dove ci porterà lo scrittore, e allora la prima curiosità riguarda la scelta della meta, come succede quando un amico ci annuncia la destinazione del suo prossimo viaggio e noi gli chiediamo perché ci voglia andare. Nel libro non c'è un'introduzione che lo spieghi, né ci aiutano le prime righe:




Nella stanza da pranzo della nonna c'era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l'armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c'era scritto qualcosa con inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

«Cos'è questo?».

«Un pezzo di brontosauro».



Per interrogare l'autore, allora, proseguiamo la lettura:



Il brontosauro, […] me lo figuravo irsuto, con movimenti pesanti e rumorosi, artigli, zanne e una maligna luce verde negli occhi. A volte irrompeva rovinosamente attraverso il muro della mia camera, svegliandomi di soprassalto.

Questo particolare brontosauro era vissuto in Patagonia, regione del Sud America all'estremo limite del mondo. Migliaia di anni prima era caduto in un ghiacciaio, era disceso lungo il fianco di una montagna in una prigione di ghiaccio azzurro ed era arrivato in fondo in perfette condizioni. Qui lo trovò Charley Milward il Marinaio, cugino della nonna.

Charley Milward era capitano di un mercantile colato a picco all'entrata dello Stretto di Magellano. Scampato al naufragio si stabilì nelle vicinanze, a Punta Arenas, dove divenne direttore di un cantiere di riparazioni navali. Charley Milward me lo immaginavo come un dio fra gli uomini – alto, taciturno e forte, con neri favoriti e fieri occhi azzurri. Portava il berretto da marinaio inclinato su un lato e l'orlo degli stivali piegato all'ingiù.

Appena vide il brontosauro spuntare dal ghiaccio capì subito cosa bisognava fare: lo tagliò a pezzi, salò i pezzi e li mise in barili che spedì via mare al Natural History Museum di Londra. Nella mia immaginazione vedevo sangue e ghiaccio, carne e sale, squadre di indios al lavoro e file di barili lungo la spiaggia: un lavoro gigantesco e del tutto inutile. Infatti, durante il viaggio attraverso i tropici il brontosauro si decompose e a Londra arrivò soltanto un ammasso di roba putrefatta. Ecco perché al museo si possono vedere le ossa del brontosauro, ma non la pelle.

Per fortuna, però, il cugino Charley aveva mandato quel pezzetto di pelle alla nonna.



Ecco stabilito il collegamento fra Chatwin e la Patagonia, collegamento che risale all'infanzia. Da notare che nel brano ricorrono tre descrizioni tratte dall'immaginazione: del brontosauro, del cugino Charley e dell'operazione di spedizione del brontosauro. Segue la descrizione della nonna e, quindi, giunge il momento in cui l'immaginazione si scontra con la realtà:



Mai in vita mia ho tanto desiderato una cosa quanto quel pezzo di pelle. La nonna diceva che un giorno, forse, l'avrei avuto. E quando morì io dissi: «Ora lo posso avere, quel pezzo di brontosauro». Ma la mamma disse: «Oh, quella roba! Ho paura che l'abbiamo buttata via».

A scuola risero della storia del brontosauro. Il professore di scienze disse che mi ero confuso con il mammut siberiano. […]

Ci vollero parecchi anni prima che la verità saltasse fuori. L'animale di Charley Milward non era un brontosauro, ma un milodonte o bradipo gigante. Charley non aveva mai trovato un esemplare intero e neppure un intero scheletro, ma soltanto un po' di pelle e qualche osso, conservati dal freddo, dal secco e dal sale, in una caverna sul Last Hope Sound, nella Patagonia cilena. Questa versione della storia era meno romantica, ma aveva il pregio di essere vera.



La facoltà immaginativa di Chatwin, comunque, non soccombe nel contrasto con la verità.



Il mio interesse per la Patagonia sopravvisse alla perdita della pelle, perché la guerra fredda fece nascere in me la passione per la geografia. […] Fu istituito un comitato di emigrazione e vennero fatti dei piani per andare a stabilirci in qualche remoto angolo della terra. Studiammo attentamente gli atlanti, individuando la direzione dei venti predominanti e i luoghi di probabile caduta di piogge radioattive. La guerra sarebbe scoppiata nell'emisfero nord, perciò la nostra attenzione si rivolse al Sud. Scartate le isole del Pacifico, perché le isole sono trappole, scartate l'Australia e la Nuova Zelanda, come posto più sicuro della Terra venne scelta la Patagonia.

Immaginavo una bassa casa di legno, col tetto di assicelle, incatramata per resistere agli uragani, con dentro ciocchi fiammeggianti e, allineati sulle pareti, i migliori libri: un posto dove vivere mentre il resto del mondo saltava in aria.

Poi Stalin morì e noi cantammo nella cappella inni di gloria a Dio, ma io continuai a tenere in riserva la Patagonia.



Un luogo geografico è diventato simbolo del luogo ideale in cui andare a vivere per sfuggire al mondo reale. Quando si è bambini si viaggia ogni giorno nel regno dell'immaginazione, da adulti non si fa più, ma si può organizzare un viaggio reale nel luogo simbolico. Il secondo capitolo del libro si apre, così, con lo scrittore a Buenos Aires. Tuttavia, non credo che ritrovarsi fisicamente nei luoghi immaginati da bambino fosse l'unica motivazione che spinse lo scrittore a partire. Non voleva, penso, soltanto spostarsi in un'altra parte del mondo per poter dire: «Ho realizzato un vecchio sogno». La mia ipotesi è che per Chatwin viaggiare sia parte di un'operazione con cui crea un nuovo mondo, mescolando luoghi reali e luoghi immaginati, persone in carne e ossa e figure leggendarie. Questo processo di fusione di realtà e immaginazione, che è il viaggio, si basa su due operazioni fondamentali: lo spostamento (nello spazio, nel tempo e nella fantasia) e la raccolta (di oggetti, di appunti, di storie). Poi, interviene la scrittura, attraverso cui il nuovo mondo che Chatwin ha creato assume una forma, ovvero il libro in cui il viaggio viene raccontato. Un nuovo mondo, insomma, che viene abitato dall'autore - quando viaggia e quando scrive - e, poi, dai lettori. Per tutti, un posto dove vivere mentre il resto del mondo salta in aria.





Nel 1985, otto anni dopo aver pubblicato In Patagonia, Chatwin scrisse, insieme con Paul Theroux, Ritorno in Patagonia. Leggendolo, ci ritroviamo in un luogo già noto, la questione del pezzo di brontosauro della nonna, ma questa volta scopriamo qualche nuovo elemento a sostegno della tesi che ho sopra esposto:



Mai in vita mia ho desiderato tanto una cosa quanto quel pezzo di pelle. Ma alla morte della nonna finì buttato via, e io giurai che un giorno sarei andato a cercarne un altro per rimpiazzarlo. Questa spuria avventura terminò un tempestoso pomeriggio del 1976, quando sedetti in fondo alla caverna, dopo aver trovato qualche ciuffo di pelo e una massa di sterco di milodonte che sembrava quasi defecato da un cavallo una settimana prima (tanto da suscitare le proteste della mia donna delle pulizie che l'altro giorno l'ha buttato via). Al momento della scoperta udii un coro di voci che cantavano «Ave Maria!» e pensai di essere proprio impazzito. Era un pullman di suore di un convento di Punta Arenas uscite per la consueta gita del sabato pomeriggio. Le avevo già viste la settimana prima, in occasione, questa volta, della visita alla colonia di pinguini di Cabo Virgenes.

Il mio pezzo di sterco non era esattamente il Vello d'oro, ma mi suggerì la forma di un libro di viaggio, poiché il genere più antico di racconto di viaggio è quello in cui il narratore lascia la sua casa per andare in un paese lontano alla ricerca di un animale leggendario.



In queste righe Chatwin, oltre a offrire notevoli esempi di humour, di autoironia e di understatement britannici, ci fa capire qualcosa di una delle tecniche di scrittura che utilizza spesso: l'accostamento, effettuato apparentemente con modestia, ai classici della letteratura, quasi a rivelare che la sua ambizione sia l'ingresso nel novero degli autori di quel genere di opere. Anche questo, in fondo, è il progetto di un viaggio, che si dovrebbe concludere con l'arrivo in un altro mondo, ideale e reale allo stesso tempo. Gli accostamenti, però, sono spesso distanziati nel testo; per esempio, lo schema “spedizione fallimentare-spunto per un capolavoro” che Chatwin vorrebbe ricalcare era stato fissato nel capoverso precedente:



Alcuni zoologi erano convinti che il milodonte non fosse estinto e il «Daily Express» finanziò una spedizione di ricerca. L'impresa fu un fiasco, naturalmente, ma lasciò un segno nella letteratura, perché pare abbia fornito materiale per Il mondo perduto di Conan Doyle.



Il viaggiatore-scrittore cammina e scrive, e dà così inizio ad un mondo che prima non esisteva e in cui, oltre all'autore, anche noi, leggendo, possiamo entrare. Questo processo è analogo a quello che caratterizza la cultura degli aborigeni australiani, che Chatwin racconta (al termine di un viaggio, ovviamente) in Le Vie dei Canti. Secondo la mitologia degli aborigeni, infatti, i loro progenitori diedero inizio al mondo camminando, per determinarne l'estensione e creare così lo spazio, e cantando, perché con la parola si identificano gli esseri, si dà loro un nome e quindi la vita, dal momento che solo così ciascun individuo è una certa cosa.

Cosa fa Chatwin mentre viaggia? Più che altro, incontra persone, individui di cui raccoglie il nome e la storia. I suoi libri, perciò, contengono soprattutto le descrizioni degli incontri con queste persone e il racconto delle loro storie. 
Incontri e avvenimenti, poi, richiamano alla memoria dello scrittore altri avvenimenti e altri incontri del passato.Questo collegamento che avviene nella mente dello scrittore è descritto esplicitamente al termine del capitolo 21 de Le Vie dei Canti, dove un uomo dalla «gestualità animalesca» porta al ricordo dell'incontro con l'etologo Konrad Lorenz.

In altri casi, può trattarsi di persone incontrate attraverso libri o racconti di altri, persone realmente esistite o personaggi leggendari. Chatwin insegue questi personaggi, impostando il proprio itinerario in modo da ricalcare le loro vite; ripercorre, così, durante il proprio viaggio i loro spostamenti e le loro storie. Tutti questi incontri confluiscono nel libro che Chatwin scrive e in cui tutti insieme, compresi noi lettori, ci ritroviamo alla fine a vivere. Agli spostamenti del suo corpo e della sua immaginazione si sono sommati quelli della memoria (sua e altrui), della storia e della leggenda. Ne è risultata una miscela in cui gli ingredienti non si distinguono più. Questo, secondo me, è il viaggio per Chatwin.



Il presente testo è stato presentato il 22 marzo 2017 al corso di Geoletteratura organizzato dall'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, presso il Liceo Avogadro di Torino.

giovedì 9 marzo 2017

Il Divagalibro - parte seconda




Abbiamo visto come gli incontri siano essenziali per il modo di viaggiare e di scrivere di Bruce Chatwin. Aggiungiamo che gli incontri che si fanno in un libro sono fondamentali anche per la nostra divagazione da un libro all'altro. 


Vediamo un esempio; il capitolo 19 di In Patagonia si conclude con questa frase:

Da Epuyen andai a piedi a Cholila, un abitato vicino alla frontiera cilena.

E il capitolo successivo si apre con una descrizione:

Misi la mano contro la parete. L'aria passava dalle fessure dove si era staccata la malta. La capanna di legno era fatta all'americana. In Patagonia le costruiscono in modo diverso e non chiudono gli interstizi con la malta.

Segue il dialogo fra il viaggiatore e gli attuali abitanti della capanna, i signori Sepúlveda. Ma nel capitolo 21 scopriamo che:

Il costruttore della capanna era stato un americano già non più giovane nel 1902, abbastanza ben piantato, con capelli sale e pepe, dita affusolate e un corto naso romano. Aveva un modo di fare piacevolmente disinvolto e un sorriso malizioso. Si doveva sentire a casa sua, lì a Cholila, perché la campagna era identica ad alcuni luoghi del suo stato natale, lo Utah: aria pura e grandi spazi, neri altipiani rocciosi e montagne azzurre, e boscaglia grigia interrotta qua e là da distese di fiori gialli; un paese di ossami ripuliti dagli avvoltoi, sferzato da un vento così forte da scorticarti vivo. Quell'inverno era solo. Gli piaceva molto leggere e si faceva prestare dei libri da un vicino inglese. […] Scrivere non gli riusciva facile, tuttavia trovò il tempo di buttar giù questa lettera a una amica del suo paese:
[…] Sarete sorpresa di ricevere mie notizie da questa terra così lontana, ma negli ultimi due anni gli Stati Uniti erano diventati troppo piccoli per me. Ero inquieto. […] un altro mio zio morì lasciando 30.000 dollari alla nostra famigliola di 3 persone, così ho preso i miei 10.000 e mi sono messo in viaggio per vedere un altro po' di mondo. […]
Lo zio morto cui si accenna nella lettera era in realtà la rapina ai danni della First National Bank di Winnemucca, nel Nevada, compiuta, il 10 settembre 1900, dalla banda del Wild Bunch. L'autore della lettera era Robert Leroy Parker, meglio noto come Butch Cassidy, nome a quel tempo in testa alla lista dell'Agenzia Pinkerton dei criminali più ricercati. La «piccola famiglia di 3 persone» era un ménage à trois formato da lui stesso,da Harry Longbaugh detto il Sundance Kid, e dalla bella amante dei due banditi, Etta Place.

Dopo questo incontro con la capanna di Butch Cassidy, gli spostamenti e la narrazione di Chatwin incroceranno spesso i luoghi e le vicende di cui i due fuorilegge furono protagonisti. Per noi, è l'occasione per spostarci verso un altro racconto, questa volta sotto forma di fumetto: Y todo a media luz di Hugo Pratt. 


Il protagonista è Corto Maltese, che in questa avventura raggiunge l'Argentina sulle tracce di una amica misteriosamente scomparsa. Nel numero di ottobre 1985 della rivista Corto Maltese, la quinta puntata di Y todo a media luz è introdotta da un testo di Pratt stesso, dal titolo L'ultima pista. Nel sottotitolo si legge:

Nel 1902 parecchi fuorilegge nordamericani si rifugiarono in Patagonia. Tra questi Butch Cassidy, ladro di bestiame e rapinatore di banche a tempo perso, legato in un bizzarro ménage à trois a Sundance Kid e Etta Place.

Poi Pratt scrive:

Il paesaggio è bellissimo. Maestoso. Oggi come ieri, e l'ieri che ci interessa era un lontano giorno di maggio del 1901. In quella stagione, al contrario del nostro emisfero boreale, laggiù in Patagonia comincia l'autunno. Dall'alto di una collina tre individui a cavallo guardavano i non lontani monti macchiati di neve del Cordon Cholila. Qualche centinaio di metri da loro, giù per un dolce declivio, c'era un boschetto di nogales e alti arbusti di calafates che si ergevano sulla confluenza del Rio Blanco con un braccio dell'Arroyo Nutria. Osservandoli bene si notava che non doveva essere gente del luogo. Le loro selle erano di fattura messicana, assai differenti dalle «monturas criollas» argentine fatte con pelli di pecora. […] Uno di loro aveva gli occhi infossati stretti e azzurri, la bocca sottile con una piega ironica, dei baffi color sabbia e un mascellone ben squadrato; tutto sommato, ricordava un grosso gatto soddisfatto. L'altro, forse un poco più alto, aveva il volto dai lineamenti più regolari; il naso quasi greco, lo sguardo freddo, come l'altro azzurro, la bocca ben modellata incorniciata da una barba rossastra che aspettava da settimane il servizio di un buon rasoio. Il terzo, più giovane, era di costituzione minuta ed elegante; il volto dagli zigomi alti era molto bello, la bocca carnosa, gli occhi grigi e il naso ben disegnati. Anche se indossava abiti di taglio maschile, il terzo cavaliere era una giovane donna […] “Sono tre giorni che giriamo qui intorno e ci fermiamo sempre in questo posto a guardarlo e riguardarlo in silenzio...”, disse l'uomo con gli occhi infossati, “un motivo ci deve pur essere”. La donna con un sospiro continuò ad alta voce il pensiero dell'altro: “Hai ragione, Butch, il luogo ricorda abbastanza il paese di Circleville sulla vecchia pista spagnola lassù nello Utah”. […] “Bene!”, la voce dalla strascicata pronuncia del Sud del cavaliere dallo sguardo freddo ruppe il silenzio che si era creato. “Allora questo sarà il posto dove costruiremo la casa”.

Dopo aver ricostruito l'arrivo dei banditi in Argentina, Pratt rivela che:

In occasione di quel viaggio, era il giugno del 1951, non sapevo niente dei fuorilegge yankees che avevano vissuto e imperversato nel territorio del Chubut andino […] Fu molto più tardi, leggendo In Patagonia di Chatwin, che mi resi conto di come ero stato vicino a quell'ultima pista. E allora sono ritornato negli antichi luoghi per verificare di persona tutto quello che avevo trascurato nella mia ebetudine giovanile. […] Ora il materiale che siamo riusciti a recuperare farebbe invidia all'Agenzia Pinkerton.

Questo materiale è confluito nell'avventura argentina di Corto Maltese e, infatti, nell'ottava puntata del fumetto (Corto Maltese, gennaio 1986), Corto ritrova Butch a Buenos Aires. L'americano lo salva da un killer che lo voleva uccidere e poi rievoca il loro precedente incontro:

Eri un ragazzo quando ti vidi l'ultima volta laggiù in Patagonia. Sono passati parecchi anni da allora... molte cose sono cambiate...

Hugo Pratt fa spesso incontrare Corto Maltese con personaggi storici, per esempio in avventure come La casa dorata di Samarcanda o La giovinezza (in cui il protagonista fa amicizia, tra gli altri, con Jack London). Insieme con un altro disegnatore, Lele Vianello (con il quale aveva compiuto il secondo viaggio in Patagonia), Pratt ha scritto anche una guida di Venezia, Corto Sconto, in cui i luoghi sono descritti mescolando i fatti storici agli avvenimenti della vita di Corto Maltese.
Il personaggio di cui un autore/viaggiatore ricalca i passi può anche essere un altro scrittore, e allora il viaggio si svolgerà sulle orme di quanto raccontato in un libro precedente, che diventa una guida. Chatwin dichiara apertamente di averne avuta una, La via per l'Oxiana di Robert Byron. 


Questi viaggiò fra l'agosto del 1933 e il luglio del 1934 in Medio Oriente, Afghanistan e Iran, luoghi nei quali Chatwin andrà negli anni Sessanta e Settanta (come è documentato in due libri che raccolgono le sue fotografie, L'occhio assoluto e Sentieri tortuosi). La via per l'Oxiana è stato ripubblicato con una introduzione scritta da Chatwin nel 1980, nella quale egli stesso svela la sua mania:

Io scrivo da partigiano, non da critico. Da molto tempo ho elevato questo libro al grado di «testo sacro», e quindi al di là di ogni critica. La mia copia personale – ormai priva della rilegatura e tutta macchiata dopo quattro viaggi in Asia centrale – mi accompagna da quando avevo quindici anni. […] A volte incontravamo viaggiatori più intellettuali di noi che seguivano le orme di Alessandro o di Marco Polo; per noi era molto più divertente seguire quelle di Robert Byron. Conservo certi taccuini che dimostrano con quale ossequio servile io ricalcassi il suo itinerario e – come se fosse possibile – il suo stile. Prendete, per esempio, questi miei appunti del 5 luglio 1962 [Chatwin aveva allora 22 anni] e confrontateli con i suoi del 21 settembre 1933:
«Nel pomeriggio siamo andati a trovare il signor Alouf, l'antiquario. Ci ha fatto entrare in un appartamento pieno di mobili “francesi” trattati con gommalacca, quasi tutti crivellati dai tarli e rivoltati sottosopra. […] Da un armadio ha tirato fuori quanto segue: Un pettorale romano, d'oro, con patacche azzurre incastonate. Falso. Un idolo neolitico, di marmo, col fallo eretto, sul relativo piedistallo. Il piedistallo era autentico, l'idolo no. Trenta bambole funerarie siro-fenicie in osso. Una figura “ittita”, pullulante di attributi d'oro, forse quella che Byron vide nel 1933. Falsa. Un assortimento di inquietanti oggetti d'oro. Una collezione di vetri paleocristiani (autentici). […] Infine, una testa di marmo di Alessandro Magno. “Per questo pezzo ho rifiutato ventimila dollari. VENTIMILA DOLLARI! Tutti gli archeologi dichiarano che la mia è l'unica testa autentica di Alessandro. Guardi il collo! Le orecchie!”. Forse – ma della faccia non era rimasto niente».

Byron aveva raccontato così il suo incontro, avvenuto a Damasco, con la stessa persona:

L'albergo appartiene al signor Alouf; all'ultimo piano abitano i suoi figli. Una sera ci ha condotti in una cantina priva d'aria, dove c'erano delle vetrine allineate lungo le pareti e una cassaforte. Ne ha preso i seguenti oggetti: una coppia di grosse coppe d'argento, stampigliate di simboli cristiani, e un dipinto dell'Annunciazione; un documento scritto su un pezzo di stoffa color del fango, lungo poco più di un metro e largo quarantacinque centimetri circa, che dovrebbe essere il testamento di Abu Bakr, il primo califfo, e a quanto si dice sarebbe stato portato da Medina dalla famiglia di re Hussein nel 1925; una bottiglietta bizantina di vetro turchino, intatta, alta una ventina di centimetri e sottile come un guscio d'uovo; una testina ellenistica d'oro, con le labbra socchiuse, gli occhi di vetro e sopraccigli di un azzurro vivace; infine, una statuetta d'argento alta ventiquattro centimetri, che in mancanza di altri termini di paragone il signor Alouf ha definito ittita. Se è autentica, dev'essere una delle più notevoli scoperte degli ultimi anni in Medio Oriente. […]

Se il viaggio, per scrittori come Chatwin, è essenzialmente incontro con persone, e sono queste che nel racconto vengono descritte e messe in evidenza, che ruolo ha il viaggiatore? La prima impressione è che questi rimanga in disparte e si limiti a registrare storie e conversazioni, al contrario di quanto avveniva nel romanzo ottocentesco d'esplorazione e d'avventura, nel quale spesso narratore e protagonista coincidevano. Questa assenza suggerisce uno stile di viaggio e di scrittura aperto all'ascolto e all'osservazione, senza ossessioni di protagonismo, ma va anche ricordato che il ruolo di Chatwin non è passivo, perché le conversazioni devono essere stimolate e le storie “tirate fuori” a chi le conosce. Prima ancora, le persone vanno incontrate, a casa loro bisogna andarci, bisogna muoversi.
Lo scrittore/ascoltatore, comunque, non rinuncia completamente a esporre i suoi pensieri. Li inserisce nei dialoghi, sotto forma di domande, come fa, per esempio in Le Vie dei Canti nel capitolo dedicato all'incontro con Konrad Lorenz; 


oppure le fa emergere nelle conversazioni, come accade, sempre nello stesso libro, in questo scambio capitolo 25):

«La rinuncia» dissi «può essere una soluzione anche di questi tempi».
«Forse hai ragione» disse Arkady. «Se il mondo ha un futuro, è un futuro ascetico».

Le persone incontrate da Chatwin quasi esauriscono la gamma di varietà del genere umano. Si va dalle più note a quelle apparentemente senza importanza. Lo scrittore sa fare anche di queste ultime dei personaggi e, così, avere l'occasione di parlare indirettamente di sé. Scelgo un esempio da un capitolo di Le Vie dei Canti, intitolato Dai taccuini; è un episodio avvenuto a Nouakchott, in Mauritania:

Ai margini della città tre ragazzini smisero di tirar calci al pallone per corrermi incontro. Il più piccolo, invece di chiedermi soldi o l'indirizzo, intavolò una conversazione molto seria. Qual era la mia opinione sulla guerra nel Biafra? Quali erano le cause del conflitto arabo-israeliano? Che cosa pensavo della persecuzione hitleriana degli ebrei? Dei monumenti dei faraoni egiziani? Dell'antico impero almoravide?
«Ma tu» gli domandai «chi sei?»
Mi fece un rigido saluto militare.
«Sall Zakaria sall'Muhammad» trillò con squillante voce di soprano. «Figlio del Ministro dell'Interno!».
«E quanti anni hai?».
«Otto».
Il mattino dopo arrivò una jeep per portarmi dal Ministro.
«Mi risulta, cher Monsieur, che lei ha conosciuto mio figlio. Una conversazione molto interessante, mi ha detto. Da parte mia vorrei invitarla a cena da noi, e sapere se posso in qualche modo esserle d'aiuto».

Ci sono anche passaggi in cui Chatwin, dopo aver raccontato un avvenimento della vita di personaggi leggendari, riferisce con noncuranza un episodio capitato a lui stesso, simile nella sostanza al primo. Così avviene, per esempio, nel capitolo 29 di In Patagonia, in cui parla di Wilson e Evans, nomi sotto i quali forse si celarono Butch Cassidy e Sundance Kid:

Nel dicembre del 1911 Wilson e Evans scesero a Rio Pico per rifornirsi di provviste nel negozio di due fratelli tedeschi di nome Hahn. […] Wilson aveva una mano gonfia per un'infezione. Una cartuccia, che stava riempiendo di polvere, era esplosa. Donna Guillermina Hahn gli aveva medicato la ferita e i due erano tornati al loro rifugio in montagna.
[…] Sulla via del ritorno a Las Pampas, mentre a piccolo galoppo deviavo bruscamente per scansare dei rami bassi che attraversavano la pista, mi si ruppe la cinghia della sella e caddi da cavallo sulle aguzze rocce del terreno. […] Avevo una mano ferita fino all'osso e scendemmo a Rio Pico per farla medicare.

Dopo essere stato da una dottoressa, lo scrittore va a cercare i discendenti degli Hahn e si ritrova a parlare con loro nella cucina in cui Wilson era stato medicato. Sta in questo modo sovrapponendo le proprie avventure a quelle dei personaggi leggendari? Lo fa soltanto per ironizzare su stesso, sminuendosi nel confronto, o per rendere leggendari anche i propri viaggi e, di conseguenza, il proprio personaggio?
Vagabondando fra libri pieni di incontri, ne possono capitare di un altro piacevole genere. Una ventina di anni fa, in Messico, curiosando nel negozio di un rigattiere di Real de Catorce, scoprii l'esistenza dei francobolli creati da un pittore di nome Donald Evans. Ne acquistai una riproduzione che conteneva anche una nota biografica, breve ma sufficiente per delineare un personaggio molto interessante. Qualche mese dopo lessi per la prima volta un altro libro di Chatwin, Che ci faccio qui?, e con grande sorpresa ci trovai un capitolo dedicato alla vita di Donald Evans. Il libro è costruito interamente su ritratti di persone incontrate dall'autore, ed è diviso in sezioni chiamate Amici, Persone, Incontri, Strani incontri, Altre due persone e così via. Il titolo è tratto da una lettera di Arthur Rimbaud, scritta dall'Etiopia, e compariva già, come frammento, nel capitolo Dai taccuini di Le Vie dei Canti; capitolo, va detto, che costituisce un esempio di una tecnica di scrittura, ma anche di viaggio, che Chatwin utilizza spesso, e che consiste nell'alternare la narrazione degli avvenimenti (nel viaggio, gli spostamenti) con l'esposizione di appunti presi durante precedenti viaggi (nel viaggio, fermarsi a scrivere, riordinare i taccuini o leggere materiali sui luoghi attraversati).


Rimbaud è un autore che Chatwin cita più volte; le lettere che scrisse ai familiari fra il 1880 e il 1891 contraddicono lo stereotipo dell'esploratore avventuroso e entusiasta; il 22 settembre 1880, per esempio, da Aden, sulla costa yemenita, Rimbaud scrive:

Aden è, lo riconoscono tutti, il posto più noioso della terra, tuttavia subito dopo quello abitato da voi [i familiari vivono a Charleville, nelle Ardenne, una città che dieci anni prima Arthur, sedicenne, aveva descritto come “superlativamente idiota fra tutte le cittadine di provincia”].

Da Harar, in Etiopia, il 15 febbraio 1881, spiega:

Non ho trovato quel che presumevo; vivo in modo assai noioso, e senza profitti.

Nuovamente da Aden, il 5 maggio 1884, aggiunge:

Che esistenza desolante la mia, in questi climi assurdi e in queste condizioni insensate!

Infine, da Harar, il 4 agosto 1888, conclude:

Mi annoio molto, sempre; anzi, non ho mai conosciuto nessuno che si annoi quanto me.

Anche Chatwin rifiuta per sé il cliché dell'esploratore temerario; in Le Vie dei Canti, conclude così il capitolo 32:

Nel torrente c'era un rigagnolo, e sulle sponde crescevano dei cespugli. Mi buttai un po' d'acqua in faccia e proseguii. Avevo alzato la gamba destra per fare un passo quando dissi tra me e me: «Sto per pestare qualcosa che sembra una pigna verde». Quello che non avevo ancora visto era la testa del serpente mulga che si rizzava dietro un cespuglio, pronta a scattare. Mossi la gamba al contrario e pian piano indietreggiai... uno... due... uno... due. Anche il serpente batté in ritirata, e sparì in un buco. «Però, come sono calmo» mi dissi, finché sentii arrivare la nausea.
All'una e mezza ero di nuovo a Cullen.
Rolf mi squadrò e disse: «Hai proprio l'aria distrutta, caro mio».

Avevamo iniziato la divagazione chiedendoci perché Chatwin fosse partito per la Patagonia. Ora vorrei allargare la domanda e chiedere perché alcuni scrittori, e anche altre persone, partano alla volta di luoghi in qualche modo connessi a lontani ricordi giovanili. La risposta la prendo dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi, per la precisione dall'appunto del 16 gennaio 1821:



Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono, un racconto, una descrizione, una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e infinito: […] ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione, ecc. di quell'età tien sempre all'infinito: e ci pasce e ci riempie l'anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. […] Osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; […] vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ecc., perché ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ecc. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. […] (Così io, nel rivedere quelle stampe piaciutemi vagamente da fanciullo, quei luoghi, spettacoli, incontri ecc. nel ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni ecc. nel risentire quelle cantilene udite nella fanciullezza o nella prima gioventù ecc.) In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacché le proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza.


Il presente testo è stato presentato il 9 novembre 2017 al corso di Geoletteratura organizzato dall'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, presso il Liceo Avogadro di Torino.

lunedì 13 febbraio 2017

Vanitas


Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanità del tutto.
(Giacomo Leopardi, A se stesso, vv. 11-16)



Noto Antica: con questo nome si intende oggi un sito archeologico a una decina di chilometri dall'attuale città di Noto. Chi la visita incontra tracce delle mura di un castello e scarsi resti di conventi e palazzi. Accanto ad uno di questi, un cartello informa che lì sorgeva «Palazzo Landolina di Belludia. Il più fastoso palazzo nobiliare barocco della città, costruito nei primi decenni del Seicento. Il portale era sormontato da un grande balcone panciuto, sorretto da una quadriga alata. Vi era scolpito il motto latino: Magni spes altera Olympi». La frase (letteralmente: seconda speranza del grande Olimpo) indica la posizione sociale della nobile famiglia, che in quella zona si riteneva seconda soltanto ai sovrani spagnoli.


Fra il 9 e l'11 gennaio del 1693, una serie di scosse di terremoto distrusse gli edifici della ricca e potente Noto; oggi delle rovine rimangono soltanto poche pietre. Scomparve così uno degli innumerevoli simboli della superbia umana, proprio al termine di un secolo che sulla vanità dei beni terreni aveva molto riflettuto e nel quale si era diffuso, in Europa, un genere di pittura che portava precisamente il nome di vanitas. Era nato nei Paesi Bassi, per il concorso di tre fattori: l'esperienza frequente, nel Seicento, di guerre, carestie e pestilenze; il divieto imposto dalla dottrina calvinista di venerare immagini sacre, che aveva indirizzato i pittori verso soggetti laici arricchiti di elementi simbolici, scelti per alludere alla sfera spirituale e religiosa; l'interesse della benestante borghesia mercantile per queste opere d'arte. Nelle vanitas si vedono oggetti di vetro, bolle, spirali di fumo e tutto quanto possa richiamare alla mente la fragilità dei desideri, dei piaceri e delle aspettative terrene dell'uomo. Alla transitorietà della vita si contrappone la definitività della morte. Si veda la Vanitas di Philippe de Champaigne, nella quale gli oggetti simbolici sono disposti sopra un ripiano di fredda pietra bianca che ricorda una lastra tombale.

                     Philippe de Champaigne, Vanitas  (1670, Le Mans, Musée des Beaux-Arts)

Jan Brueghel il Vecchio, dipingendo fiori, bruchi, crisalidi e farfalle, sottolinea che nulla permane immutato nel tempo.

 Jan Brueghel il Vecchio, Natura morta con vaso di fiori, crisalidi e farfalle (1610 circa, copia di bottega, Accademia Carrara, Bergamo)

Può essere interessante notare che in Giappone, nello stesso secolo, un'altra borghesia mercantile in ascesa si appassionava ad un analogo genere artistico: gli ukiyo-e.

Lasciate le rovine di Noto Antica, mi sono diretto a nord verso Palazzolo Acreide. Qui le persone che ho incontrato mi hanno spiegato quanto siano importanti le feste patronali di San Paolo, il 29 giugno, e San Sebastiano, il 10 agosto. In occasione di quest'ultima, mi viene raccontato, una statua del santo del peso di 1300 kg viene portata in processione da 80 giovani che si alternano a sostenerla, 40 per volta e per una decina di minuti. Essere prescelto per far parte degli ottanta è l'obiettivo di così tanti ragazzi che esiste una lista d'attesa nella quale si può rimanere anche per anni. La processione dura dalle 13 fino a mezzanotte, accompagnata da botti, esplosioni di fettucce arrotolate di carta colorata e lancio di coriandoli. Il giorno precedente, le donne preparano ciambelle di pane di oltre un metro di diametro, che il mattino della festa vengono raccolte di casa in casa con un apposito carretto trainato da asini, poi messe all'asta e acquistate dalle donne più anziane in modo che sulla tavola di ogni famiglia riunita ce ne sia una da spezzare e mangiare.
Si potrebbe obiettare che queste feste religiose implichino un enorme dispendio di energie del tutto inutile da un punto di vista sociale, economico e ancor di più politico. “Se le donne e gli uomini di Palazzolo si impegnassero con la stessa dedizione per risolvere i problemi della loro città...”, viene da pensare; e poi, riflettendo sul gran numero di analoghe faticose processioni che si svolgono ogni anno in tutta Italia, si giunge a concludere che esista un capitale di energie sciupate con le quali si potrebbero affrontare e forse superare chissà quanti secolari ostacoli che impediscono il progresso civile del nostro Paese.
La mia lettura del fenomeno è diversa: in una qualsiasi regione italiana può essere visto come vano, invece, proprio l'impegno nelle questioni sociali, economiche e ancor di più politiche, perché qualsiasi sforzo è dapprima ostacolato e infine impedito da rivalità, invidie e gelosie, da conservatorismi arcigni, ingenuità autolesionistiche e, non raramente, da catastrofi naturali. Impegno, dunque, che conduce alla frustrazione, uno stato d'animo che non è sopportabile per lungo tempo. Altrettanto deprimente, tuttavia, è la prolungata inazione. Ecco, allora, che appare chiara la funzione della festa patronale: caratterizzata da un rituale che è enormemente impegnativo, ma destinato infallibilmente al successo, essa è portatrice di una compensazione che può costituire una motivazione sufficiente per continuare a vivere per il resto dell'anno, in attesa della processione successiva. Dedicarvi le proprie energie appare, sotto questa luce, una scelta di buon senso. Come in tutti i rituali, infatti, la ripetizione del copione tranquillizza i partecipanti, i quali sanno che la riuscita dell'evento – già sperimentata in passato – è alla loro portata. Allo stesso tempo, le fatiche e le difficoltà che il rituale implica, lo rendono sufficientemente eroico agli occhi di tutti i soggetti che sentono il bisogno di mettersi alla prova per mostrare – agli altri e a se stessi - le proprie qualità. Un cimento, si direbbe, ma, a essere onesti, facilitato dalla rimozione di gran parte dei rischi e degli imprevisti della vita sociale; un lenitivo delle asprezze della vita, certo, ma con la consistenza di un sogno. In conclusione, una vanitas.
Un ultimo dubbio: queste considerazioni non valgono forse anche per il viaggio?

sabato 17 settembre 2016

Un pellegrinaggio resistente, laico e europeista. Deviazioni dalla Via Francigena fra Lucca e Roma.



1943-45: alcuni giovani di Castiglione d'Orcia (SI), fra i quali Giorgio Formichi, sfuggono avventurosamente all'esercito della Repubblica di Salò e si uniscono ai partigiani giellisti della Brigata Maira. Opereranno nella zona di Dronero (CN) fino alla Liberazione.
1970: i partigiani della Brigata Maira costruisco a S. Margherita di Dronero un rifugio intitolato al loro comandante Detto Dalmastro. Negli anni successivi, un gruppo di giovani della sezione ANPI di Formia (LT) inizia a frequentare il rifugio, così come i partigiani della val d'Orcia e i loro familiari.
1987: si sancisce ufficialmente il gemellaggio fra il Rifugio della Margherita e la sezione ANPI di Castiglione d'Orcia.
2012-15: ormai molti partigiani sono mancati, ma nel frattempo alla Margherita è nata un'associazione che si propone di conservarne la memoria e di infondere nuova vita al Rifugio, traducendo nella pratica i valori della Resistenza e della Costituzione. Fra i primi obiettivi, rivitalizzare il legame con gli amici di Castiglione e di Formia. Questi ultimi tornano al Rifugio già nel 2012. Nel 2014 viene a mancare Giorgio Formichi, e l'anno seguente i suoi nipoti (e pronipoti) ritornano dopo lungo tempo alla Margherita, portando con sé una lettera in ricordo di Giorgio scritta dal figlio Maurizio.

2016: cinque soci dell'associazione degli amici del Rifugio si incamminano sulla Via Francigena in direzione di Castiglione d'Orcia (dove arrivano a piedi, partiti chi da Lucca e chi da Siena) e di Formia (che raggiungono in treno da Roma, al termine della camminata).

Non c'è retorica in questi incontri; nessuno partecipa per mettersi in mostra in vista di una carriera politica. C'è la profonda riconoscenza, mista a affetto e ammirazione, per i padri e i nonni che hanno fatto la Resistenza. L'abbiamo sentita forte, una vampa nel petto, alla fine di una cena durante la quale ci siamo scambiati lunghi racconti. I padri e i nonni erano lì con noi, e nessuno si sarebbe stupito se li avesse visti entrare nella stanza e sedersi, in carne e ossa, al nostro tavolo.
Ma non c'è solo memoria, in questi incontri, e neanche soltanto amicizia. C'è la voglia di costruire insieme, la voglia di sentire nel cuore, nella testa e nelle braccia quella cosa grazie alla quale i padri e i nonni fecero quello che fecero: l'unità.

A Formia, gli amici del posto ci portano a concludere nel modo migliore il nostro pellegrinaggio: alle isole di Santo Stefano e Ventotene. A Santo Stefano, i regimi che hanno oppresso l'Italia rinchiudevano chi lottava per la libertà e per la giustizia: i liberali al tempo dei Borboni, gli anarchici nell'età umbertina, i socialisti e i comunisti durante il fascismo. Qui hanno sofferto uomini come Luigi Settembrini, Gaetano Bresci e Sandro Pertini. 


Altri antifascisti vennero confinati a Ventotene, fra i quali Altiero Spinelli. Quest'ultimo lo si definisce da anni un padre dell'Europa, e da qualche mese si invoca il suo Manifesto per rinvigorire la traballante Unione Europea.


Nel Manifesto di Ventotene, però, non si parla di unità europea con la vuota superficialità dei leader politici del nostro tempo. Ci sono analisi e proposte, di cui oggi si tace, che andrebbero urgentemente rilette, confrontate con la situazione politica e economica attuale e discusse.
Innanzitutto, nell'agosto 1941, Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni spiegavano così quanto era avvenuto in Europa negli anni precedenti:

i ceti privilegiati che avevano consentito all'uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell'uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari. D'altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un'unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.

Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l'esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l'apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. E' salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d'impiego.

Colorni, Rossi e Spinelli proseguivano con proposte chiare e precise in campo economico:

Un'Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l'era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l'attuazione, saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall'interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all'insolubile problema di resuscitare lo spirito d'iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell'U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività. La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell'unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

A non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un'attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l'esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l'importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E' questo il campo in cui si dovrà procedere senz'altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

B le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl'istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l'azionariato operaio, ecc.;

C i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

D la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l'alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.

Infine, le loro parole su una questione sociale rimasta irrisolta:

la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, di cui cerca approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull'ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l'alleanza col fascismo andrà senz'altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico.


Il testo integrale del Manifesto di Ventotene si può scaricare gratuitamente dal sito del Senato della Repubblica a questo link.


A Ventotene ho ambientato il racconto Sognando l'evasione, inserito nell'antologia Sull'isola, edizione 2020 della collana Pagine in viaggio di Neos Edizioni.


Il racconto sarà presentato

mercoledì 30 novembre 2022
alle 17,30
al circolo TeArt
via Giotto,14
Torino