domenica 10 luglio 2022

Treni e trekking in Corsica

 

In Corsica si possono unire le passioni per i viaggi in treno e per le camminate, grazie alle ferrovie che la attraversano, i Camini di ferru di a Corsica. La prima tratta, da Bastia Corte, fu aperta nel 1888. Oggi sono in servizio due linee, la Bastia-Ajaccio e la Ponte Leccia-Calvi.

Un'automotrice AMG 800, in servizio dal 2007, alla stazione di Bastia


Ottima è la guida Corsica nascosta di Albano Marcarini (https://sentieridautore.it/) e Tullio Bagnati, pubblicata da Ediciclo nel 2022, che fornisce tutte le informazioni relative alla ferrovia e propone 24 escursioni a partire dalle sue stazioni.




Il tracciato della ferrovia in direzione di Calvi

La stazione di Calvi


Uno dei tunnel del tratto tra Venaco e Corte

La Cittadella di Corte







I ruderi del Grand Hotel costruito a Vizzavona alla fine dell'Ottocento, frequentato dai turisti inglesi che giungevano con il treno alla ricerca di terme e luoghi pittoreschi

La ferrovia nella foresta di conifere intorno a Vizzavona

L'incrocio tra la ferrovia e il sentiero archeologico



L'abri Southwell al termine del sentiero archeologico

In alternativa all'itinerario 13 della guida Corsica nascosta, da Corte si può raggiungere a piedi Santa Lucia di Mercurio prendendo la strada D39 da Avenue Nicoli: costeggiare la ferrovia e il fiume Tavignano per circa 7 km fino all'incrocio con la D41, dove si svolta a sinistra e si percorre una bella strada fra le gli ulivi e le querce, che sale al paese di Santa Lucia con una pendenza mai faticosa per altri 7 km. 



I tredici archi del Ponte di Centu Chiave (viadotto di l'Algheli, al km 72,2 della linea Bastia-Ajaccio)

Parte dell'itinerario 10 si può unire al 9: partendo dalla stazione di Venaco si raggiunge San Pietro di Venaco. Qui, dalla chiesa omonima si segue la freccia gialla del Parco naturale regionale per Casanova; al monumento ai caduti si tiene la sinistra e poco dopo si prende una scorciatoia sulla destra, fra gli alberi e molto ripida, che scende alla strada T20. La si attraversa e subito dopo sulla sinistra si trova un cartello del Parco per Riventosa. Il sentiero scende nel bosco fino a innestarsi a T su una stradina sterrata, dove si volta a destra e si trova subito la Funtana Fresca. Si prosegue in salita per Riventosa, da dove si segue il Sentiero del Patrimonio, che porta a Poggio e Casanova, per poi ritornare alla Funtana Fresca.

Venaco è una fermata a richiesta: per scendere bisogna premere il pulsante che si trova a fianco delle porte della carrozza, per salire alzare un braccio all'arrivo del treno in stazione

Venaco

La Funtana Fresca

Il treno delle 12,46 alla stazione di Poggio-Riventosa

Gli orari dei treni della Corsica si possono consultare sul sito https://cf-corse.corsica/horaires/, ma nelle stazioni principali si trova in omaggio un orario cartaceo.

martedì 26 aprile 2022

La Stanza della memoria a S. Margherita di Dronero

 

Nella zona di S. Margherita si stabilì fin dalle prime fasi della Resistenza un gruppo comandato da Detto Dalmastro, il “Raggruppamento Maira”, che sarà parte delle formazioni “Giustizia e Libertà” ispirate al socialismo liberale di Carlo Rosselli e del Partito d'Azione.

A partire dagli anni Sessanta, il dottor Mario Pellegrino (“Grio”) e tanti altri partigiani che in quella zona avevano vissuto e combattuto, rinnovano il loro impegno civile adoperandosi per lo sviluppo sociale e culturale della Valle Maira: acquistano un terreno a monte della chiesa di S. Margherita, dove fra il 1968 e il 1970 viene edificato un rifugio, poi intitolato al comandante partigiano Detto Dalmastro; organizzano numerose manifestazioni culturali e sportive; attraverso il Circolo di Cultura Internazionale di Cuneo svolgono un prezioso lavoro di documentazione e informazione sulle vicende della Resistenza e sulla situazione storica contemporanea; stabiliscono gemellaggi con altri gruppi di partigiani in Italia e in Jugoslavia; allestiscono a S. Margherita il memoriale dedicato ai caduti della Seconda Divisione Alpina “Giustizia e Libertà”, intitolato alla partigiana Giovanna Pellegrino.


In occasione della ricorrenza del 25 aprile 2022, il memoriale di S. Margherita viene riaperto alla cittadinanza nella forma di Stanza della memoria, a cura degli amici del Rifugio Partigiano “Detto Dalmastro”.

Oltre che luogo dedicato al ricordo dei caduti della Seconda Divisione Alpina “Giustizia e Libertà”, la Stanza della memoria di Santa Margherita si propone di documentare e far conoscere l'attività in cui si è manifestato l'impegno civile dei partigiani della Valle Maira nei decenni Sessanta, Settanta e Ottanta.

Delle varie forme in cui si è realizzato questo impegno si può affermare quanto scritto da Giovanni Parola in La montagna fiorisce ancora. Ricordi partigiani (1987) a proposito del rifugio “Detto Dalmastro”:

«Vorrei che tutti vedessero il Rifugio; sia per l'entità della realizzazione, sia perché è un simbolo concreto della Resistenza che continua a vivere».






Un gruppo di studenti dell'Istituto Alberghiero "Donadio" di Dronero
al lavoro nella Stanza della memoria
il 25 aprile 2022


La Stanza della Memoria "Giovanna Pellegrino" sarà aperta

il 25 aprile 2024




domenica 3 aprile 2022

I naufraghi del Pentcho e il comandante Orlandi

 

A Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, sorse nel 1940 il più grande campo di concentramento italiano, costruito per internare ebrei stranieri e cittadini di nazionalità nemiche dell'Italia, in particolare Greci e Cinesi. Negli edifici del campo, nel 2004 è stato inaugurato il Museo Internazionale della Memoria, che illustra le vicende degli internati. Fra queste, quella dei circa 500 naufraghi del Pentcho. Si trattava di ebrei dell'Europa centro-orientale, in maggioranza cecoslovacchi e rumeni, che il 18 maggio 1940 erano partiti da Bratislava a bordo di un battello fluviale a ruota, il Pentcho, con l'obiettivo di raggiungere la Palestina.

(foto da parchiletterari.com)

Il Pentcho navigò lungo il Danubio, affrontando diversi problemi: la maggior parte dei Paesi negò l'attracco, cibo e carburante scarseggiarono e si trovarono soltanto grazie all'aiuto delle comunità ebraiche bulgare e jugoslave. Dopo quattro mesi di navigazione il Pentcho giunse a Sulina, porto della Romania situato sul delta del Danubio, dove gli ebrei non trovarono la nave adatta alla navigazione in mare che, secondo i piani iniziali, avrebbe dovuto condurli in Palestina.

Decisero perciò di proseguire a bordo del Pentcho e, battendo bandiera bulgara in quanto la Bulgaria era ancora un Paese neutrale, il 21 settembre 1940 entrarono nel Mar Nero. Superati gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, si avventurarono nel Mar Egeo. Sempre in cerca di cibo e carburante, tentarono, senza successo, di attraccare a Lesbo e Samo. Continuarono la navigazione in direzione sud-est, ma sorse il problema della scarsità di acqua potabile, che cercarono di risolvere pompando metà dell'acqua contenuta nella caldaia del motore, sostituendola con acqua di mare. I motori, però, non ressero e il 9 ottobre il serbatoio si ruppe. Il Pentcho navigò alla deriva finché non si schiantò sull'isolotto di Kamilonisi, su cui i passeggeri sopravvissero per nove giorni bevendo l'acqua piovana che trovarono in una cava. Per chiedere aiuto, accesero dei fuochi e stesero delle lenzuola sulle quali scrissero S.O.S. con il lucido da scarpe.

Il terzo giorno, cinque giovani del gruppo salparono in cerca di aiuto a bordo di una scialuppa, ma vennero trascinati alla deriva verso l'Egitto e la loro missione fallì. Il decimo giorno, il 18 ottobre, dopo che un aereo italiano aveva sorvolato l'isola e li aveva avvistati, i naufraghi vennero raggiunti da nave italiana. Era la nave da trasporto della Regia Marina "Camogli", che, salpata da Porto Lago nell'isola di Lero, aveva fatto rotta verso Stampalia (Astypalea), l'isola più occidentale del Dodecaneso, e quindi verso sud fino all'isolotto di Kamilonisi. 

(carta da wikivoyage.org)

Al comando del "Camogli" vi era Carlo Orlandi, nato a Pesaro il 17 settembre del 1888. Orlandi coordinò personalmente le operazioni di recupero dei naufraghi, le quali, effettuate con l'utilizzo di alcune barche a remi che facevano la spola tra lo scoglio e la nave, si protrassero sino a notte fonda. Uno dei naufraghi scrisse nel maggio del 1941 un rapporto in cui spiegò che le barche potevano contenere al massimo 8 persone, le onde erano impetuose e occorrevano oltre 15 minuti per raggiungere la nave.

Carlo Orlandi (foto da combattentiereduci.it)

Concluso il salvataggio, a mezzanotte passata, Orlandi ordinò di far rotta su Rodi, all'epoca possedimento italiano. L'isola distava oltre cento miglia dal luogo del naufragio e il viaggio notturno avvenne a luci spente (per non essere avvistati da aerei, navi o sottomarini inglesi, che avrebbero fatto fuoco sull'imbarcazione nemica anche se stracolma di naufraghi), in condizioni di alto rischio per l'equipaggio a causa della presenza di mine lungo l'intero tratto di mare. La coraggiosa decisione presa da Orlandi fu determinata dalla presenza fra i naufragi di molte persone in precarie condizioni di salute, per le quali non ricevere cure immediate avrebbe potuto essere fatale. Il "Camogli" approdò nel porto di Rodi dopo le ore 13 del 19 ottobre, iniziando subito le operazioni di sbarco delle persone salvate. Dopo circa sei mesi di internamento a Rodi, gli ebrei del Pentcho vennero trasferiti al campo di Ferramonti. Qui rimasero anche dopo l'ottobre del 1943, quando gli Alleati liberarono l'Italia meridionale, e soltanto al termine della guerra riuscirono a partire nuovamente su una nave per la Palestina.

Dopo il salvataggio dei naufraghi, il "Camogli", sempre comandato da Carlo Orlandi, restò a operare tra le isole dell'Egeo, anche dopo l'8 settembre 1943. Secondo le informazioni presenti nell'Archivio storico della Marina Militare, fu affondato dai tedeschi il 30 settembre 1943, nei pressi dell'isola di Patmo.

Carlo Orlandi fu invece fatto prigioniero dai tedeschi il 18 novembre  1943. Avendo rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, fu deportato in Polonia. Fu immatricolato con il numero 105023 nello Stalag 366, ubicato a circa cento chilometri a est di Varsavia, in prossimità dell'attuale confine con la Bielorussia: un lager in cui, in condizioni disumane, sono morti 25 000 prigionieri di guerra, di cui 2000 italiani. In seguito alla controffensiva sovietica, fu trasferito in Germania, probabilmente a Dachau. Sopravvisse e nel 1946 tornò in Italia dalla prigionia. Si stabilì a Napoli, città della moglie Giulia Di Chiara, dove apprese che il figlio Averardo era stato trucidato dai tedeschi, poco più che ventenne. Ad Averardo Orlandi venne in seguito riconosciuta una pensione, che il padre Carlo non incassò mai, destinando l'assegno mensile alla vicina parrocchia dei santi Cosma e Damiano. La pensione di Carlo Orlandi, invece, a causa di intoppi burocratici tardò a essergli riconosciuta. Rimasto senza impiego e privo di altre fonti di sostentamento, Orlandi si adattò a lavorare come contabile presso un colorificio della zona. Morì a Napoli il 26 gennaio del 1970, senza mai aver potuto incontrare nessuno dei naufraghi a cui aveva salvato la vita.

venerdì 4 marzo 2022

Cosenza, old town

 



"swiss watch"

"the real cod"

"art shop"

Bernardino Telesio, philosopher

"comics museum"




"music drives hate off"

"soles and heels"

domenica 27 febbraio 2022

La memoria storica, custodita o scomparsa?

 

Negli ultimi giorni di dicembre del 2021 ero a Malta. Visitando il museo archeologico della capitale Valletta, mi colpì una didascalia in cui si faceva riferimento a un archeologo che, ai primi del Novecento, aveva studiato per anni un sito: durante un viaggio in nave a Tunisi, tutti i suoi scritti andarono perduti e il suo lavoro vanificato. In quegli stessi giorni, in Russia, le autorità imponevano la chiusura di Memorial, l'associazione fondata nel 1989 da Andrej Sacharov. Sparisce così, e in molti altri modi, la memoria dei fatti storici. Per un incidente o per la volontà di regimi autoritari intenzionati a riscrivere il passato.

A due mesi di distanza, ho visitato Casoli, in provincia di Chieti. Nell'aprile del 1940, il governo fascista scelse la cittadina per internarvi un certo numero di “ebrei stranieri”. Come molte altre località abruzzesi, Casoli divenne la sede di un campo di concentramento, in cui in seguito, nel 1942, vennero internati gli “ex jugoslavi”, ovvero dei civili trasferiti per motivi politici dalle zone occupate dall'esercito italiano nei Balcani. Qui i fatti storici sono stati studiati e documentati, e si è lavorato per custodirne la memoria (come è avvenuto a Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo). Nel 2018 il Comune di Casoli ha intitolato “alla Memoria” una piazza, dove ha posto una targa che riporta i nomi dei 108 ebrei e dei 110 "ex jugoslavi” internati nella cittadina.

Il 27 gennaio scorso è stato inaugurato un monumento alla memoria degli internati, realizzato su un lato della piazza: una superficie di mattoni posati con una rotazione rispetto al muro che contiene 108 incisioni verticali e, più in alto, un'altra superficie di mattoni posati con diversa rotazione, contenente 110 incisioni.



Così come a Casoli, a pochi chilometri di distanza, a Torricella Peligna, la toponomastica e le lapidi ricordano i partigiani della Brigata Maiella e il loro comandante Ettore Troilo.



La memoria storica è al sicuro? Temo di no. Come le lapidi e i mattoni, può scomparire. Basterebbe l'avvento di un governo neofascista, forse anche solo di un'amministrazione comunale decisa a smantellarla. Il prezioso lavoro degli storici e degli amministratori che lo sostengono va perciò custodito e difeso da noi cittadini, con il desiderio di conoscenza della verità storica e il rifiuto di ogni sua manipolazione e cancellazione.

mercoledì 16 febbraio 2022

Per necropoli dalla Sicilia alla Tuscia

 

Hisn al-Giran è un'espressione araba che letteralmente significa “la fortezza delle grotte” e si riferisce a una tipologia di villaggi rupestri berberi, ancora frequenti in alcune zone del Nordafrica e situati in luoghi impervi. Il cronista arabo Ibn al-Athīr, riferisce che nell’anno 841 una Hisn al-Giran situata nel territorio di Enna, costituita da una quarantina di ambienti, venne saccheggiata in occasione di una gualdana musulmana. Nato sulle rive del Tigri e vissuto fra il XII e il XIII secolo, Ibn al-Athīr fu storico e biografo, autore de Il libro perfetto sulla storia, un compendio in forma annalistica della storia universale dalla creazione ai tempi dell'autore; la parte che riguarda la Sicilia e la Spagna fu tradotta in francese da Fagnan alla fine dell'Ottocento. L'episodio della Hisn al-Giran ennese venne ripreso dall’arabista palermitano Michele Amari nella sua Storia dei Musulmani di Sicilia pubblicata fra il 1854 e il 1872. Negli stessi anni Amari si impegnò nella vita politica italiana, prima come diffusore delle idee mazziniane, poi come ministro di Garibaldi nella Sicilia del 1860 e infine come ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia dal 1862 al 1864. Razionalista e positivista, sostenne la laicità dello Stato e l'importanza delle virtù civili.

Calascibetta

Nel 2011 Hisn al-Giran è stata scelta come nome dell'associazione culturale fondata a Calascibetta, a un paio di chilometri da Enna, da un gruppo di giovani laureati, liberi professionisti e studenti universitari. L'espressione si adatta bene, infatti, al Villaggio Bizantino di Vallone Canalotto, un luogo che per tipologia di insediamento e di ambienti rilevati dagli archeologi ricorda quello citato da Ibn al-Athīr.


Il sito è curato dall'associazione, che propone una densa escursione con l'archeologo Gianluca Rosso, guida ambientale escursionistica: un'esplorazione storica, antropologica e naturalistica. Si tratta di un luogo che riassume millenni di presenza umana: dapprima vennero scavati i siti funerari preistorici, man mano allargati dai fruitori successivi, greci, romani, bizantini e arabi (di cui si può ammirare un qanat, capolavoro di ingegneria idraulica, ancora in funzione). Per secoli, poi, sono stati i pastori a sfruttare le grotte che un tempo erano state necropoli e chiese. Il nucleo principale è stato utilizzato da una comunità fino agli anni Sessanta del secolo scorso, l'antica chiesa è stata abitata da una famiglia fino agli anni Ottanta. I barbagianni e gli allocchi ci vivono ancora.


Nella Tuscia, l'altopiano tufaceo è attraversato da solchi profondissimi scavati dai fiumi. Qui gli etruschi scavarono e modellarono le ripide scarpate per realizzare i loro imponenti monumenti sepolcrali. Anche qui i vani delle necropoli e delle sepolture sono stati nei secoli riutilizzati, almeno nei luoghi più accessibili. Quelli più impervi sono stati riscoperti dal fervore archeologico internazionale un secolo fa. A Norchia, una magnifica necropoli etrusca che attirava i viaggiatori europei sta nuovamente sparendo, abbandonata all'incuria umana e al vigore della natura.

Trovarla è già una caccia al tesoro, gratificante per chi ama questo genere di giochi ma che di certo non favorisce l'arrivo di visitatori. A partire da Vetralla ci si può affidare alle indicazioni delle bariste e dei loro disponibili clienti. Lungo il tragitto (sulla SS 1 bis, ovvero l'Aurelia bis), un paio di cartelli illudono il viaggiatore, ma la strada asfaltata a cui guidano termina in uno spiazzo dove si trovano rifiuti abbandonati invece che indicazioni. A questo punto, si dubita di aver sbagliato strada. A me è andata bene, perché sono arrivati proprio in quel momento tre visitatori esperti del luogo, dai quali ho saputo che si deve puntare verso un rudere che si scorge in lontananza, camminando su una stradina sterrata che conduce all'ingresso della necropoli (dotato di pannello informativo).

Da quel punto, si possono seguire le tacche bianche e rosse di un sentiero, che attraversa la necropoli e scende a un fosso dal quale si possono ammirare la grandiosità dell'opera etrusca, degna di un sito precolombiano dello Yucatan, ma anche constatare l'avanzata della vegetazione che la sta ricoprendo.

Il sentiero risale sulla sponda opposta e conduce a un'altura tra i fiumi Pile e Biedano, dove si trovano i ruderi medievali di un castello (quelli che danno la direzione all'inizio dell'esplorazione) e i resti della chiesa di San Pietro, risalente al dodicesimo secolo. Di quest'ultima resta in piedi parte dell'abside, a cui si accede da un'apertura sagomata sulla forma umana.


Oltre alle pareti e alla facciata, è crollato anche il pavimento, per cui ci si ritrova nella cripta, che ora costituisce con l'abside un unico fondale. A qualche decina di metri, si incontra una quercia che in passato avrà garantito ombra e riparo ai frequentatori della chiesa.


A poche decine di chilometri di distanza da Norchia in direzione est, sempre sulla riva del Biedano, su un'altra lingua di terra che termina a testa di vipera, elevata rispetto ai corsi d'acqua che la lambiscono, sorge Barbarano Romano. Anche in questa località si trova un'importante necropoli etrusca, quella di San Giuliano. Il visitatore incontra un diverso approccio ai beni ambientali e culturali: già negli anni Ottanta l'Amministrazione comunale si adoperò affinché venissero tutelati attraverso la creazione del Parco Regionale Marturanum, dal nome dell'antica città edificata nella zona. L'attuale sindaco Rinaldo Marchesi, poi, sta ottenendo consistenti fondi che vengono convogliati verso il patrimonio culturale del paese. Ogni mattina sono aperti il centro visite del Parco, presso il Museo Naturalistico "Francesco Spallone", e il Museo delle Necropoli Rupestri (il secondo grazie alla presenza delle volontarie dell'Associazione Barbarano Cultura). Sono entrambi ottime introduzioni all'esplorazione della zona e forniscono una buona carta dei sentieri.

Le tombe più antiche risalgono al periodo orientalizzante della storia etrusca (VII secolo a.C.), precedenti quindi quelle di Norchia, che appartengono al periodo ellenistico (IV-III secolo a.C.). Del VI secolo a.C. sono le tombe definite “palazzine” e quelle “a portico”.


La tomba più rappresentativa è quella del Cervo, così chiamata perché al suo esterno è visibile un bassorilievo che raffigura una scena di lotta tra un cerco e un lupo. 

Un intervento di recupero svolto nel 2015 dal Parco Regionale Marturanum (che ha adottato il bassorilievo come simbolo) permette di apprezzare pienamente la struttura “a dado” visibile anche a Norchia: il tufo viene scavato dall'alto, in modo che la tomba risulti staccata dalla parete per tre lati (mentre il quarto, la facciata, è ricavato dalla parete della scarpata). Una tecnica che si avvicina quella delle chiese etiopi di Lalibela.


Anche a San Giuliano si trova una chiesa medievale, omonima, coeva del San Pietro di Norchia.

Nell'area archeologica, tra Barbarano e Caiolo, si sviluppano 14 sentieri ben segnalati. Per visitare tutti i punti di interesse, si possono percorrere in quest'ordine, partendo dall'area attrezzata di Caiolo: 12-10-9-11-8-6-4-67-9-13-14.