giovedì 23 giugno 2011

Shikoku, un altro mondo



Quando iniziai ad interessarmi al pellegrinaggio dello Shikoku, a dicembre del 2010, rimasi affascinato dalle cifre: 88 templi buddhisti da visitare, percorrendo un anello di oltre 1200 km nella quarta isola dell'arcipelago giapponese, 45 giorni di cammino, più di 1200 anni di storia alle spalle. Lo chiamano O-henro-san, termine con il quale si indica anche il pellegrino che lo compie.
Man mano che raccoglievo informazioni, poi, mi divenne chiaro che la sua particolarità sta nella relazione che si stabilisce fra pellegrini e abitanti del luogo; la tradizione di accogliere gli henro con doni di varia natura, gli osettai, contribuisce a formare in essi la convinzione che lo Shikoku sia un “altro mondo” rispetto al resto del Giappone: per i seguaci di alcune scuole buddhiste è la Terra Pura del dio Amida, per altri è la tappa preparatoria del viaggio che ci attende dopo la morte, per qualcuno è il Giappone “di una volta”, per tutti è una terra sacra nella quale avvicinarsi alle divinità e ai santi, primo fra tutti Kōbō Daishi (774-835), al quale si attribuisce la fondazione del pellegrinaggio stesso. E un “altro mondo”, la cui cifra fosse la gentilezza, era esattamente ciò che cercavo quando, un paio di mesi prima, ero partito per il Giappone.
Per chi voglia compiere il pellegrinaggio a piedi e in un'unica soluzione, le condizioni climatiche ottimali si presentano soltanto in primavera o in autunno e, pertanto, la mia camminata si è svolta dal 2 aprile al 28 maggio 2011. Fin dalla prima settimana, mi sono trovato d'accordo con i pellegrini giapponesi: lo Shikoku è un luogo speciale. Innanzitutto, e non potrebbe essere altrimenti nella regione più rurale e meno densamente popolata del Paese, si cammina attorniati da giardini, piante e fiori: ciliegi, magnolie, azalee, forsythie, glicini, camelie. Colpiscono, poi, la cura e il senso della misura che caratterizzano gli ambienti trasformati dagli uomini, siano centri abitati, risaie oppure aiuole ai bordi delle strade; c'è un'osmosi fra il mondo dell'arte e quello ordinario: stili e materiali adoperati nei templi ispirano la costruzione di edifici e oggetti di uso comune, e i templi, a loro volta, accolgono la vita quotidiana delle persone al loro interno e ne risultano influenzati. Nel frequente attraversamento di paesi e villaggi, infine, il viandante sperimenta la generosità dei suoi abitanti; a me è capitato di ricevere in dono tutto ciò di cui avevo di volta in volta bisogno: cibo, caramelle, dolciumi e perfino denaro da persone che incontravo per strada; frutta, verdura e bibite dai negozianti; un paio di guanti da lavoro da un uomo che mi ha visto indaffarato a montare la tenda; riso e caffè caldi da una famiglia accanto alla cui casa mi ero accampato; sono stato ospitato gratuitamente in templi e case private; mi è stato offerto un passaggio in auto quando ho sbagliato strada e un ombrello quando è scoppiato un temporale; ho gustato thè, biscotti, libri e fumetti che qualcuno aveva disposto lungo il cammino. L'incontro con il prossimo non è mai una seccatura per gli abitanti dello Shikoku, ma l'occasione per un saluto, un sorriso e una parola di incoraggiamento.
Sono soprattutto questi sorrisi e queste parole che ricordavo alla sera, quando mi ritiravo in tenda, e che mi sono rimasti impressi alla fine del viaggio, ben più che i templi visitati o le salite affrontate per raggiungerli; non ci sono opere d'arte strepitose, panorami incomparabili o montagne uniche, né sono richiesti sforzi fisici estremi per compiere il pellegrinaggio. Unica è stata, però, l'opportunità di lavorare per due mesi alla conoscenza di me stesso e incomparabile è il calore umano delle persone che ho incontrato, persone libere dalla diffidenza e dalla paura del prossimo, in mezzo alle quali mi sono sentito anch'io veramente libero. E' l'essenziale che si trova in questo viaggio, non l'eccezionale.
Alla partenza si indossano una camicia bianca e un cappello di paglia, ci si carica sulle spalle uno zaino e ci si incammina appoggiandosi ad un bastone su cui c'è scritto “una strada, due persone”, in riferimento a Kōbō Daishi, invisibile compagno di ogni viandante; si diventa, così, uno henro, come se si salisse su un palcoscenico a recitare la propria parte. Ci si traveste per rendersi riconoscibili al prossimo, per comunicargli che abbiamo deciso di essere, per due mesi, un essere umano e nulla più; in cambio, si riceve ciò che spetta ad ogni essere umano: la solidarietà.
Se la vita ordinaria ha depositato sull'essenziale un'incrostazione che lo nasconde, per coglierlo ci vuole un'azione che la interrompa. Si deve “aggiungere” qualcosa al proprio abbigliamento e al proprio status per “togliere” quel sedimento e vedere cosa c'è “sotto”. Bisogna spostarsi, lasciare i posti conosciuti, per potersi ritrovare, per tornare da sé stessi, a quel centro dal quale ci si è allontanati proprio nella vita ordinaria e nei luoghi familiari.
Per gli abitanti dello Shikoku, camminare lungo lo henro michi, il sentiero dei pellegrini, non è un'impresa, ma un'azione normale che contribuisce a far girare la ruota del mondo nel verso giusto. Che qualcuno lo faccia offre ad altri l'occasione di compiere gesti di generosità; è un'azione che non sta all'inizio o alla fine di un processo, ma all'interno di una infinita catena di stimoli a fare cose diverse ma tutte giuste per far girare la ruota del mondo nel verso giusto. E per averne consapevolezza: il pellegrino che riceve il dono è lo specchio che rimanda al donatore il senso della sua azione, così come il donatore è specchio per lo henro.
E' un viaggio che porta a pensare che si possa trovare il paradiso anche dove c'è l'umanità, anzi, proprio perchè c'è l'umanità, in una terra dove non pare utopistica la scritta che si trova in molti luoghi sacri: “May peace prevail on Earth”.

Per informazioni sul Pellegrinaggio dello Shikoku:
Per vedere le mie fotografie:






Shikoku, perché andarci?





O-henro-san, il pellegrinaggio agli 88 templi buddhisti dell'isola di Shikoku, può essere paragonato ad un metallo particolarmente duttile che si presta ad ogni tipo di lavorazione. Ogni individuo o gruppo che lo compie, infatti, lo piega ai propri scopi; le motivazioni dei pellegrini sono eterogenee: c'è, per esempio, chi commemora i defunti e chi cerca una guarigione miracolosa, chi ringrazia le divinità per il successo professionale e chi occupa così un periodo di disoccupazione, chi perpetua una tradizione di famiglia e chi mette alla prova i propri limiti psicofisici. Fra i templi 87 e 88 è stato allestito un museo dedicato alla comunità dei pellegrini: se vi fermerete a visitarlo, vi verrà chiesto di compilare un questionario preparato dalla Waseda University di Tokyo; leggendo le domande, vi farete un'idea della diversità delle convinzioni, degli interessi e delle aspettative dei pellegrini.
Tale varietà è facilitata dall'atteggiamento di tolleranza del clero buddhista, degli abitanti dell'isola e dei pellegrini stessi; inoltre, non sono previsti requisiti formali che dimostrino una fede religiosa. Accade, quindi, che fra i pellegrini ci siano tanto membri delle principali sette buddhiste giapponesi, quanto ebrei, quaccheri, atei e persone di fede religiosa indeterminata.
Accanto a quella religiosa, c'è, poi, la totale tolleranza delle modalità di compimento del pellegrinaggio: a piedi o in autobus, in bicicletta o in motorino, tutto in una volta o una settimana all'anno, in senso orario o antiorario, dormendo in tenda o in hotel; per alcuni è un rigenerante stacco dalla vita lavorativa e per altri un rito di iniziazione prima dell'ingresso nell'età adulta, per qualcuno diventa una dipendenza o una scelta di vita (ho incontrato uomini che da anni percorrevano ininterrottamente lo Henro: uno aveva caricato tutti i suoi averi su un carretto che spingeva innanzi a sé, un altro li aveva quasi del tutto eliminati e gli erano sufficienti uno zainetto e un bastone di bambù).


Questa è la situazione attuale; ora facciamo un passo indietro: perché tutte queste persone si ritrovano proprio nello Shikoku? Per rispondere, bisogna risalire al periodo storico in cui il pellegrinaggio, da pratica ascetica riservata a pochi individui che era, divenne un fenomeno di massa; ciò avvenne alla fine del XVII secolo grazie a Yuben Shinnen (m. 1691). In un'epoca in cui la costruzione di infrastrutture quali strade e traghetti e l'accresciuto tenore di vita permettevano a numerosi giapponesi di inserire i viaggi nel loro nuovo stile di vita, Shinnen comprese che per incanalare questo gruppo sociale verso lo Shikoku era necessario “preparare il terreno”. Dopo aver compiuto più volte egli stesso il pellegrinaggio, nel 1687 pubblicò Shikoku Henro Michishirube, la prima guida in cui i viaggiatori potevano trovare informazioni relative a spostamenti e pernottamenti; in seguito, spronò il prete buddhista Jakuhon a scrivere Shikoku Henro Reijōki, una guida agli 88 templi che uscì nel 1689. Nel frattempo, Shinnen raccoglieva fondi per erigere centinaia di stele di pietra con funzione di segnavia lungo il cammino. Aveva capito che i nuovi pellegrini erano ben diversi dagli antichi asceti e avevano due esigenze: conoscere in anticipo le caratteristiche del percorso, per poterselo prefigurare e valutarne la fattibilità, e orientarsi durante il tragitto, combinando le informazioni contenute nella guida con le indicazioni stradali.


Infine, Shinnen colse un bisogno più profondo dei potenziali pellegrini, ovvero il desiderio di “entrare” in una narrazione epica che dia un senso superiore alle esperienze che essi stanno per vivere. Scrisse, perciò, Shikoku Henro Kudokuki, pubblicato nel 1690, nel quale raccolse ed espose i miracoli attribuiti al santo Kōbō Daishi (774-935). Questi aveva effettivamente passato alcuni anni nello Shikoku, fra il 797 e l'804, dedicandosi a pratiche ascetiche, e nell'823 aveva diretto i lavori di costruzione del bacino artificiale di Mannō, nel nord-est dell'isola, ma aveva trascorso gran parte della sua vita fra Nara e Kyoto; nonostante ciò, con il passare dei secoli si era formato un corpo di leggende nelle quali egli figurava come iniziatore del pellegrinaggio, fondatore della maggior parte degli 88 templi, scultore di statue lignee delle divinità, guaritore e rabdomante. Shinnen corroborò la credenza che il santo non fosse veramente morto, ma fosse entrato in uno stato di meditazione che gli permetteva di manifestarsi per assistere i pellegrini lungo il cammino e, talvolta, di assumere le sembianze di uno di essi per meglio aiutare gli altri o per metterli alla prova. Tale convinzione andava a stimolare la pratica dell'osettai, i doni che gli abitanti dello Shikoku elargiscono ai pellegrini con l'intenzione di fare cosa gradita al santo, che li protegge e che potrebbe addirittura essere uno di essi. Grazie al Kudokuki il pellegrinaggio venne solidamente incardinato sulla figura di Kōbō Daishi, ne venne esaltata la miracolosa efficacia e vennero fissati dei codici di comportamento virtuoso, attraverso la descrizione di episodi in cui il santo aveva premiato o punito le persone incontrate, a seconda della loro condotta. Ai pellegrini venne proposta un'identificazione con Kōbō Daishi, negli atteggiamenti e anche nell'abbigliamento, che portava con sé l'innalzamento dello status dello henro, in tal modo rivestito della sua santità.
Shinnen riuscì, così, a creare un ambiente accogliente e denso di significato per i potenziali pellegrini; inoltre, fornì loro una motivazione socialmente accettabile per mettersi in viaggio, un elemento non trascurabile nella società giapponese che, anche oggi, non vede con favore l'interruzione dell'attività lavorativa per motivi di semplice svago. Ovviamente, le guide di Shinnen non furono gli unici canali di diffusione del pellegrinaggio: allora come oggi, il passaparola fu determinante; inoltre, la sua crescente popolarità lo fece diventare oggetto di spettacoli teatrali kabuki che, a loro volta, contribuirono ad accrescerne la fama.
Shinnen stesso divenne oggetto di venerazione e un piccolo edificio situato fra i templi 37 e 38, la cui costruzione gli è attribuita, divenne (e lo è tuttora) una meta dei pellegrini che gli riconoscono il ruolo di padre del pellegrinaggio. Sotto questo aspetto, viene accostato a Kōbō Daishi e a Gyōki Bosatsu (668-749), al quale si attribuisce la fondazione di 30 degli 88 templi. La popolarità di questi santi non è dovuta soltanto alle guarigioni miracolose, ma anche alle innumerevoli opere di pubblica utilità quali ponti, dighe e strade che avrebbero realizzato; accanto alle capacità ingegneristiche, poi, vengono loro riconosciute anche raffinate doti artistiche di scultori, pittori e calligrafi, realizzando così una sintesi nella quale i giapponesi vedono l'incarnazione delle qualità migliori del loro popolo.

Il fedele vede nei santi e nelle divinità delle persone che necessariamente retribuiranno i suoi atti virtuosi, seppur secondo i loro imperscrutabili disegni in quanto a tempi e modalità; io, che non posso credere a una correlazione del genere, ho comunque visto lo spirito di Kōbō Daishi agire nella realtà, in un modo che potrei definire probabilistico. La tradizione religiosa che si rifà al santo (e, più in generale, quella buddhista) propone un ideale di condotta che viene condiviso e preso a modello dalla maggioranza degli abitanti dello Shikoku e dalla quasi totalità dei pellegrini; pertanto, se mi trovo sull'isola, sono vestito da henro e vado a piedi, accade frequentemente che le persone che incontro siano gentili e generose con me. Le mie reazioni appropriate, come quelle degli altri pellegrini, rafforzano la generale convinzione che i valori ispiratori siano giusti; essi diventano, quindi, la regola della vita quotidiana, in un circolo virtuoso che si perpetua nei secoli. Non posso avere la certezza che le mie buone azioni verranno ricompensate, ma la probabilità che diano vita a buone relazioni con altri esseri umani è assai elevata.






Otherworldly Shikoku





Per qualcuno il viaggio è la ricerca di un mondo più congeniale, che abbia caratteristiche opposte a quello in cui si vive: è questo il caso di numerosi pellegrini che mi è capitato di incontrare.
C'erano, innanzitutto, coloro che volevano assaporare il Giappone “di una volta”; uno henro sessantenne con cui pranzai a Uwa, per esempio, si commosse perché il ristorante in cui ci trovavamo gli ricordava la cucina di sua madre. Questi pellegrini esaltano i paesaggi rurali attraversati e li contrappongono agli ambienti cittadini da cui provengono, e di cui, invece, parlano con un certo fastidio. É interessante notare che il pellegrinaggio attraversa anche quattro città di circa trecentomila abitanti, in tutto e per tutto simili alle maggiori città giapponesi, e coincide, per lunghi tratti, con strade statali, lungo le quali l'unico comfort del camminatore è il guardrail che lo separa dal traffico pesante; tuttavia, alcuni pellegrini tralasciano volentieri di descrivere questi luoghi nei loro racconti, che, in tal modo, finiscono con il ricalcare l'immagine arcadica che viene diffusa dall'ente di promozione turistica dello Shikoku, dall'associazione che raggruppa gli 88 templi e dai documentari della televisione nazionale NHK. É su questa immagine che insistono le compagnie di autobus che gestiscono i viaggi organizzati di cui usufruisce la maggior parte degli henro: un mezzo moderno viene proposto come il tramite per accedere ad un mondo caratterizzato da ritmi e usanze più “naturali” e “tradizionali”. Non stupisce che, poi, dell'isola vengano prevalentemente ricordati quegli elementi che corrispondono al paesaggio atteso, immaginato prima del viaggio sulla base delle informazioni ricevute. Va anche detto che i fornitori di servizi turistici e il clero stesso si sforzano di far assomigliare i loro edifici al paesaggio atteso (il quale, in fondo, è plasmato dai mezzi di comunicazione e dai tour operator).
La mitizzazione di una forma politico-sociale del passato (in questo caso il furusato, il “vecchio villaggio natio”) e la sua identificazione con la vita attuale delle comunità rurali soddisfano, quindi, un bisogno di evasione dal mondo urbano contemporaneo, ma comportano inevitabilmente una depurazione artificiosa, cioè il nascondimento degli aspetti sgradevoli di quella vita; non è un fenomeno soltanto giapponese e non soltanto di oggi, come dimostra l'analisi dell'idealizzazione dell'impero austro-ungarico magistralmente condotta da Claudio Magris nel suo Il mito absburgico. Ciò che è interessante, nel caso dello Shikoku Henro, è che il processo di mitizzazione dello stesso pellegrinaggio e del paesaggio che lo ospita è continuo, perdura da secoli e vi partecipano molteplici soggetti, talvolta anche in antitesi fra loro: asceti e monaci, abitanti dell'isola, autorità religiose e politiche, scrittori, giornalisti, operatori turistici, camminatori solitari, gruppi organizzati.
Infatti, se è vero che il pellegrinaggio dello Shikoku presenta aspetti di pianificazione e di controllo sociale che rimandano ad una più ampia organizzazione gerarchica, esso è allo stesso tempo caratterizzato da elementi di spontaneismo ed egualitarismo. Trattandosi di un itinerario circolare, si può iniziare dove si vuole; non sono richieste credenziali nè lasciapassare (come, invece, avveniva in epoca Tokugawa); il campeggio è libero e inesistente è il pericolo di essere derubati o molestati; i momenti di condivisione sono caratterizzati dal rispetto delle diverse motivazioni e visioni individuali (nessuno mi ha chiesto se sono buddhista); i ritmi, le fatiche e i riti della camminata accomunano tutti, indipendentemente dalla provenienza sociale, e spesso si formano gruppi che ricordano gli affreschi medievali delle danze macabre, dove ricchi, potenti, poveri ed emarginati sono sullo stesso piano.
La morte, la grande livellatrice, è il tema centrale del pellegrinaggio; gli indumenti che si indossano (non obbligatoriamente) distinguono il pellegrino dal resto dell'umanità, proiettandolo in uno stato simbolico di “morto per il mondo” e pronto per la morte; si sottolinea, così, che la partenza implica rinuncia e separazione e che la rinascita a cui si aspira presuppone una morte, seppur metaforica. Il poema che si trova sul sugegasa, il cappello di paglia, riguarda la transitorietà della vita ed è lo stesso che si incide sulle bare; lo hakui è un abito bianco, colore associato alla morte, che si lega sul lato destro, come la veste riservata ai defunti; fino agli anni Trenta del Novecento accadeva frequentemente che un certo numero di pellegrini, spesso malati in cerca di guarigione, morissero e venissero sepolti lungo il sentiero: il bastone, chiamato kongōzue, oltre a rappresentare Kōbō Daishi che è sempre a fianco del pellegrino, fungeva da lapide e il nōkyōchō (il quaderno sul quale si raccolgno i timbri dei templi) da passaporto per l'oltretomba.
L'immagine dello Shikoku come luogo liminare rispetto all'aldilà è rafforzata da altre sue caratteristiche: la sua insularità, la separazione fisica, economica e politica dai centri principali del Giappone, la prevalenza di zone montuose e scarsamente popolate che in passato furono scelte come luoghi di esilio, lo stesso nome: Shikoku significa “quattro province”, ma shi può essere scritto con un carattere che vuol dire “morte” e, in tal modo, l'isola viene a chiamarsi “paese della morte”. In Giappone, le montagne sono tradizionalmente associate con il trascendente e con la morte, tanto che alcune, chiamate reizan, sono considerate luoghi di riunione temporanea degli spiriti dei dipartiti; dieci degli 88 templi sorgono in cima a reizan.
I promontori della costa meridionale erano teatro, in epoca medievale, di suicidi rituali buddhisti, che consistevano nell'imbarcarsi con lo scopo di naufragare e annegare, in modo da rinascere nella Terra Pura, il monte Fudaraku abitato dal bodhisattva Kannon. L'idea che lo Shikoku sia il luogo ideale per lasciarsi alle spalle la vita presente è, come si è visto, diffusa anche fra i pellegrini contemporanei, e alcuni la intendono nel senso del suicidio; nel 1949, Tamiya Torahiko pubblicò il romanzo Ashizuri Misaki, in cui il giovane protagonista si toglie la vita gettandosi dall'omonimo promontorio, così come, nella realtà, altri hanno fatto prima e (forse per imitazione) dopo l'uscita del libro.
C'è chi intende il pellegrinaggio come una lunga commemorazione dei propri cari defunti; c'è chi, viaggiando in bus o in auto, prega per loro in ogni tempio e chi, viaggiando a piedi, considera l'atto del camminare una forma di preghiera (in alcuni casi portando con sé le ceneri della persona deceduta). Posso confermare per esperienza personale che il ricordo delle persone amate morte si intensifica durante le lunghe camminate solitarie, in cui il tempo del pensiero si dilata e si acuiscono la lucidità e la concentrazione.






Ambivalente Shikoku




Il pellegrinaggio dello Shikoku ha sempre attratto chi si trova in una condizione di marginalità; i giapponesi hanno conosciuto il benessere economico di massa soltanto dopo la seconda guerra mondiale: prima di allora la povertà non era un fenomeno raro. Alcuni poveri giungevano nell'isola in cerca di elemosine, altri si fingevano malati, qualcuno vendeva false medicine miracolose. La presenza di ladri travestiti da pellegrini spingeva gli autori delle guide di viaggio a mettere in guardia gli henro e le autorità a restringere la libertà di movimento. Sotto i sugegasa e gli hakui si potevano celare ricercati e debitori morosi. Fra i malati autentici, numerosi erano i lebbrosi, emarginati dalle comunità di origine e, quindi, alla ricerca di tolleranza.
L'immagine dei pellegrini, pertanto, era ambivalente. Ian Reader, professore di Studi Giapponesi all'Università di Manchester e autore del saggio Making Pilgrimages. Meaning and Practice in Shikoku, ha coniato l'espressione sacred thieves and contagious saints per indicare i gruppi più marginali fra gli henro; si faceva loro l'elemosina, dovuta per la santità derivante dall'associazione con Kōbō Daishi, ma li si teneva a distanza perché si pensava potessero diffondere malattie o rubare. Le madri dicevano ai bambini: «Stai bravo, se no viene lo henro e ti porta via!»
Poi venne il boom economico. Delinquenza e lebbra scomparvero, ma non così il dubbio che alcuni dei pellegrini non fossero henro genuini; oggi, però, oggetto di perplessità sono i più benestanti, quelli che affrontano l'impresa in autobus e dormono in albergo. Senza disagi non c'è merito, sostengono i loro detrattori; non c'è niente di peggio di un viaggio organizzato, con i suoi ritmi frenetici e per di più in bus, ribatto io: soffrono ben più di noi liberi camminatori!
Comuni a tutti gli henro sono le ambivalenze interiori: i duplici stati d'animo che si sperimentano durante e dopo il pellegrinaggio. Ci sono, per cominciare, le giornate in cui si provano il massimo sconforto e il massimo entusiasmo nel giro di poche ore. Fatiche e difficoltà sono intrinseche al pellegrinaggio: grazie ad esse ci si sente via via purificati dalle passioni negative (che nel buddhismo si chiamano bonnō e sono 88, come i templi da visitare); sono loro, per contrasto, a far risaltare i momenti migliori. Una mattina, al riparo di un kyūkeisho, fui svegliato, per il terzo giorno consecutivo, dalla pioggia battente. Attesi tre ore che la pioggia diminuisse, misi i piedi nelle scarpe ancora bagnate e mi incamminai; l'umore era cattivo: incolpavo le panche troppo strette su cui avevo trascorso le ultime due notti, le scarpe che non avevano retto al diluvio e il conseguente timore delle bolle ai piedi, il paesaggio industrializzato, l'incertezza sul prossimo pernottamento. Fino all'una non riuscii a procurarmi una bevanda calda né a scambiare qualche parola; poi, alla prima vending machine, mi fermai a bere un caffè e una signora in motorino accostò per regalarmi due panini. Pochi minuti dopo, mi imbattei in un garage trasformato in biblioteca a disposizione dei pellegrini: l'ignoto benefattore aveva anche provveduto a dotarlo di tavolo e poltroncine.
Poco più avanti, incontrai uno henro anziano con lo hakui ingrigito e una canna di bambù come kongōzue; camminava in senso antiorario, nella speranza di incrociare più facilmente Kōbō Daishi sotto le spoglie di un altro pellegrino. Mi sorrise, sdentato, e si fermò per estrarre dal suo minuscolo zainetto un osamefuda di color argento (segno che aveva compiuto più di 25 volte il pellegrinaggio) di cui mi fece dono. Passata un'altra ora, trovai lungo la strada uno zenkonyadō , nel quale uno henro si riparava dalla pioggia e passava il tempo disegnando; bevemmo tè e mangiammo biscotti di sesamo. Più tardi sbagliai strada e mi ritrovai all'ingresso di un campo da golf: disorientato, mi avvicinai ad un'automobile ferma e chiesi indicazioni al guidatore; questi mi fece salire, mi riportò al punto in cui, mezz'ora prima, avevo girato dalla parte sbagliata e mi regalò una lattina di caffè. Ripresi il cammino con la serenità di chi ha completa fiducia nell'umanità che lo circonda. Entrai nella cittadina di Doi che abbuiava e andai a montare la tenda sotto il kyūkeisho di fronte al tempio Enmeiji; ero già al riparo quando scoppiò un violento temporale. Mi infilai nell'unica trattoria della via e trovai più di quanto sperassi: un posto piccolo e caldo, gestito da una signora che mi cucinò uno squisito piatto di yakisoba con tempura; c'erano tre commensali e uno di essi mi offrì una birra e iniziò a conversare in inglese. Non so come, nel quartiere si sparse la voce che era arrivato uno straniero e, uno dopo l'altro, quattro anziani vennero a conoscermi. Sentii con certezza di essere solo un essere umano qualunque che patisce la pioggia, la fame e la solitudine, e mi accorsi che nelle ultime ore avevo trovato l'essenziale: riparo, calore fisico e umano. Quella che era cominciata in modo da essere classificata come la peggiore giornata del viaggio, si concluse come una delle migliori.
Contrastanti, poi, sono gli stati d'animo che provai il giorno in cui camminavo verso Ōkuboji, l'ottantottesimo e ultimo tempio del pellegrinaggio: la conclusione era imminente e io ero incredulo, eccitato, malinconico, appannato, soddisfatto; le mie gambe ora acceleravano ora rallentavano, riflettendo l'orgoglio per quanto avevo compiuto e il disorientamento al pensiero di non avere più un sentiero da percorrere.
Ambivalente è anche la situazione che, come molti altri pellegrini, ho vissuto in seguito, una volta lasciato lo Shikoku: nostalgia dei "giorni felici" e, contemporaneamente, desiderio di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti e ripartire da zero, come si faceva ogni giorno sulla strada. Ci sono i momenti di entusiasmo per l'inizio di una nuova fase della vita e quelli di difficoltà, particolarmente acuti quando ho l'impressione che il microcosmo in cui sono tornato si dimostri sempre uguale a sé stesso e non voglia lasciarsi modificare. Capisco, allora, ciò che mi hanno raccontato alcuni henro: la difficoltà di reinserimento provoca il desiderio di tornare nello Shikoku. Mi ritorna in mente Chatwin, che registrava in sé stesso due contrastanti impulsi: l'irrequietezza che lo spingeva ad esplorare il mondo e il bisogno di tornare ad una base; in questo caso, lo Henro pare conciliare le due esigenze: la strada diventa la “casa”. Un altro esempio di duplicità.
La seconda accezione della parola "ambivalenza" riportata dal dizionario Devoto-Oli è la seguente: «condizione psicopatica di chi contemporaneamente prova due sentimenti o riceve due impulsi antitetici». Ora, il pellegrinaggio rafforza proprio quella forma di saggezza che consiste nell'accettare la contraddittorietà della vita quotidiana. Quindi, il folle e il saggio sono la stessa persona? Ho notato che, oltre a chi mi ha dato del pazzo e chi del coraggioso, ci sono stati alcuni che mi hanno definito folle o saggio a seconda degli episodi che raccontavo. Mi pare, perciò, che la follia e la saggezza non siano caratteristiche di chi parla di ciò che ha vissuto, ma parole usate da chi ascolta e ha bisogno di racchiudere in categorie ciò che sente.

sabato 8 gennaio 2011

Mitsuo Aida



alla persona che comincia
una nuova vita
si apre una nuova via

Mitsuo Aida nasce il 20 maggio 1924 a Ashikaga, Prefettura di Tochigi, Giappone. Adolescente, è attratto dall'arte della calligrafia e dalla poesia tanka, genere caratterizzato da brevi componimenti. Nel 1942 incontra il prete Zen Tetsuou Takei, che diverrà il suo mentore.

una persona incontrata per caso può cambiare il corso della tua vita
benvenute quelle occasioni

Sviluppa il suo stile originale: compone brevi poesie autobiografiche e le trascrive su tela con pennello e inchiostro.


benkai (1987; razionalizzazione, giustificazione, scusa)

Nel 1954, a Ashikaga, espone per la prima volta le sue opere, in una mostra intitolata Le mie parole – La mia calligrafia.
L'anno successivo inizia a disegnare segnalibri, carta da regalo e tessuti stampati, articoli molto richiesti in Giappone.


la felicità è sempre
decisa dal proprio cuore

Negli anni Settanta espone il suo pensiero tenendo conferenze in varie città e pubblicando il notiziario dell'associazione laica buddhista Enyu-kai, da lui fondata nel 1974; nel 1984 pubblica la raccolta di poesie Ningen damono (Poiché sono umano), della quale sarà venduto più di un milione di copie; nel 1987 esce un'altra raccolta, Okage san (Grazie a te).
The here and now, edizione bilingue in giapponese e inglese, appare nel 1996, cinque anni dopo la sua morte, avvenuta a causa di un'emorragia cerebrale. Nello stesso anno, viene inaugurato a Tōkyō il Mitsuo Aida Museum (www.mitsuo.co.jp).
Le traduzioni precedenti e seguenti sono state eseguite da chi scrive a partire dalle versioni in inglese di alcune opere di Mitsuo Aida disponibili presso il Museo di Tōkyō; titoli e date di composizione sono riportati quando presenti.


ciò che non importa, non importa
è alle cose più importanti
che dobbiamo continuare a dedicare
le nostre importanti vite


i fiori
sbocciano sempre
sui nuovi rami
i nuovi rami
inevitabilmente crescono
sui vecchi tronchi


il mio fiore (1970)

anche un'erbaccia senza nome porta dei frutti
il suo fiore sboccia
pieno di vita


la via (1980)

da qualche parte nella nostra lunga vita
c'è un sentiero che dobbiamo intraprendere per quanto ci sforziamo di evitarlo
in quel momento, tutto ciò che uno può fare è rimanere in silenzio e camminare sul sentiero
senza lamentarsi né piagnucolare
camminare senza dire nulla
soltanto rimanere in silenzio
e non mostrare mai le lacrime
è allora, in quanto esseri umani,
che le radici delle nostre anime crescono più profonde



Altre poesie di Mitsuo Aida (1980-1987)


il sentiero


poiché ci cammino, diventa un sentiero
se non lo faccio, cresceranno le erbacce




se ti abitui alle cose che ti circondano
non le lascerai più
ma senza rinnovamento
non c'è più vita




Hai detto: “Non voglio portare un anello al dito
per non farti male
quando ti lavo il viso al mattino”.
Hai detto: “ Non voglio portare un anello al dito
per non farti male
quando ti sollevo dal letto”.
Ora, nella luce del mattino
che filtra fra le tende,
ti avvicini a me e con le mani
attingi l'acqua fredda dal catino.
Guardo le gocce d'acqua cadere
dalla punta delle tue dieci dita:
sono più belle dell'oro e dell'argento.




nei giorni di pioggia, stai sotto la pioggia
nei giorni di vento, stai al vento




l'ansietà sempre esisterà
fintantoché saremo vivi




solo umano
dopo tutto




poiché sono debole


poiché sono una persona debole
è molto difficile per me
stare con le persone normali
con chiunque io stia
non riesco a tenere il passo

poiché sono così lento
mi ci vuole più tempo
degli altri
per fare le stesse cose

poiché sono così timido
le situazioni in cui mi trovo
mi preoccupano estremamente

poiché sono così pigro
nonostante diventi vecchio
ho bisogno
di un insegnante severo

poiché
non riesco a sperare
ho bisogno
di una Kannon in cui avere fede

sempre
ovunque
qualunque cosa succeda
ho bisogno
del Buddha
che vegli su di me

(Nel Buddhismo giapponese, Kannon è la dea della misericordia, bodhisattva di genere femminile associata alla compassione)




credo che solo ciò che si sperimenta
diventa davvero nostro




una mente flessibile
un cuore tenero
come un giovane bambù





neanche una sola semplice cosa
va sempre come vogliamo
perciò faccio del mio meglio
per fare una sola semplice cosa




le radici della vita


quando sopporti il dolore senza piangere
quando sopporti le difficoltà senza lamentarti
quando sopporti le critiche senza cercare scuse
quando sopporti le umiliazioni senza arrabbiarti
il colore dei tuoi occhi diventa più profondo
le radici della tua vita diventano più profonde




se non sei te stesso
chi altro può diventarlo?



venerdì 31 dicembre 2010

Chi sogna può muovere le montagne




Glasgow, aprile 1873. Henry Dyer sta per lasciare la sua terra natale, la Scozia: a Southampton lo attende una nave per il Giappone. Sa che non sentirà la mancanza del verde e del grigio dei panorami e dei cieli scozzesi perché il suo compagno di studi all'Anderson College, Yamao Yōzō, gli ha assicurato che li ritroverà. Quello che Dyer (un cognome che significa “tintore”) non sa è che la sua attività innescherà delle trasformazioni che modificheranno definitivamente il paesaggio stesso del Giappone e in alcuni casi, letteralmente, le sue tinte.

Venticinquenne, Dyer si è appena laureato in Ingegneria; è sempre stato uno studente brillante e, perciò, i suoi docenti lo hanno indicato per un incarico particolarmente impegnativo. Il nuovo governo giapponese ha avviato un piano di reclutamento di esperti stranieri per ottenere il trasferimento delle tecnologie necessarie a modernizzare il Paese. Dopo la Restaurazione del potere imperiale del 1868 e la conseguente fine del sistema feudale e isolazionista dello shogunato, sono saliti al potere gli esponenti più progressisti del ceto dei samurai. Nel 1863, quando erano poco più che ventenni, cinque di essi, partiti dalla città di Hagi, erano riusciti a espatriare segretamente per andare a studiare in Gran Bretagna. Ito Hirobumi, Inoue Kaoru, Endō Kinsuke e Nomura Yakichi sarebbero poi diventati, rispettivamente, il Primo Ministro, il Ministro degli Esteri, il Direttore della Zecca e il Direttore delle Ferrovie. Il quinto del gruppo, Yamao Yōzō, sarebbe stato, in qualità di Vice Ministro dei Lavori Pubblici, il fondatore e il Rettore del Collegio Imperiale di Ingegneria di Tōkyō, ai cui laureati si deve in gran parte l'industrializzazione del Paese.

Il 3 giugno del 1873, Yamao Yōzō accoglie in Giappone il suo amico Henry Dyer, che sbarca dal piroscafo britannico Avoca proveniente da Hong Kong. Nei quasi due mesi di viaggio, Dyer ha preparato il piano di studi che verrà adottato dal Collegio Imperiale di Ingegneria: basandosi su metodi di insegnamento considerati all'epoca rivoluzionari, il corso di laurea si svilupperà su sei anni, i primi due dedicati allo studio dell'Ingegneria generale, seguiti da due anni di insegnamenti specialistici e da due anni di pratica. A questo scopo, Dyer farà costruire le officine di Akabane, che diventeranno le più grandi del Giappone. Yamao Yōzō accetta senza riserve il piano di Dyer e ad agosto la loro creatura apre i battenti e accoglie i primi 56 studenti.

Nel 1883 un allievo di Dyer, Tanabe Sakuro, appena ventiduenne, discute una visionaria tesi di laurea: la canalizzazione delle acque del Lago Biwa, il maggiore bacino d'acqua dolce del Paese, dalla località di Ōtsu fino a Kyōto, che si trova ad un'altitudine di 40 metri inferiore. Tanabe ha tradotto in un progetto di ingegneria un sogno che gli abitanti di Kyōto coltivano da lungo tempo, ma progetto e sogno sarebbero destinati a rimanere irrealizzati se non si fosse verificato, nel frattempo, un evento storico per altri versi negativo: il trasferimento a Tōkyō della capitale dell'Impero. Ciò aveva provocato la crisi delle attività economiche tradizionali di Kyōto, che erano in larga misura riconducibili alle forniture di beni di lusso e di consumo destinati alla corte e ai suoi dipendenti. Da anni, le autorità municipali cercavano di stimolare la ripresa dell'economia: avevano creato, per esempio, le scuole elementari municipali e investito nell'istruzione professionale artigianale e artistica, ma non era stato sufficiente. Ora, il Governatore della Prefettura, Kitagaki Kunimichi, ha deciso di puntare sul commercio e sull'industria; un canale che collegasse Kyōto alla Prefettura di Shiga, in cui si trova il Lago Biwa, farebbe aumentare i traffici di riso, carbone, sake e ceramiche da e verso Ōsaka, faciliterebbe l'irrigazione delle colture e permetterebbe la costruzione di un impianto idroelettrico in grado di fornire energia a nuove industrie. Venuto a conoscenza della tesi di laurea di Tanabe, Kitagaki lo incarica, nel maggio 1883, di dirigere la costruzione del canale. Il progetto incomincia a perdere la consistenza dei sogni ad assumere quella del legno e della pietra.



Il primo ostacolo si presenta sotto una forma squisitamente mondana: il reperimento dei fondi necessari; l'amministrazione municipale prevede di spendere 1,25 milioni di yen (equivalenti a 10 miliardi di euro odierni) e dovrà, perciò, integrare i finanziamenti statali con l'imposizione di nuove tasse locali; a risultare determinante, sarà, però, l'intervento dell'Imperatore, che coprirà personalmente un terzo dei costi. I lavori di costruzione avranno inizio nel giugno del 1885. Per portarli a termine, Tanabe dovrà utilizzare tecnologie moderne e risorse antiche, coniugando le innovazioni d'importazione e la tradizione giapponese: lo scavo di pozzi verticali, l'uso della dinamite, materiali da costruzione in legno e, soprattutto, il proprio zelo e la manodopera dei suoi operai. Si stima che quattro milioni di persone abbiano lavorato alla realizzazione del Canale, impiegando soltanto cinque anni per terminarlo: viene ufficialmente inaugurato nel 1890 e l'anno successivo diventa operativa anche la centrale idroelettrica di Keage, sulle colline orientali di Kyōto. Per la sua progettazione, Tanabe si è ispirato alla centrale vista nel 1888 ad Aspen, in Colorado, durante un suo soggiorno negli Stati Uniti.

Poiché le acque percorrono un tunnel lungo 2436 metri e superano un dislivello di 36 metri, cose che le imbarcazioni non potrebbero fare, sempre nella zona di Keage viene costruito un piano inclinato che permette alle barche di effettuare una parte del tragitto via terra, una volta caricate su un apposito carrello che si muove su rotaie.


La disponibilità di energia elettrica e di una comoda via di trasporto delle merci rivitalizzano l'economia di Kyōto: ne beneficiano i setifici, la manifattura dei tabacchi, le industrie chimiche e meccaniche; nascono le prime linee tranviarie cittadine e la ferrovia elettrica per Fushimi, dove fiorisce la produzione di sake. Il paesaggio urbano viene radicalmente modificato e comincia ad assumere la forma attuale con l'allargamento delle vie principali, la costruzione di nuovi quartieri, di nuovi canali e delle loro diramazioni. Il sentiero che fiancheggia una di queste ultime, nella zona orientale della città, diventerà poi celebre come la “passeggiata del filosofo”, in quanto era la meta preferita di Nishida Kitarō; oggi, è un'attrazione turistica, così come il piano inclinato: il canale, infatti, a partire dagli anni Quaranta ha perso la concorrenza con le nuove ferrovie e strade rotabili per quanto riguarda il trasporto delle merci.

«Chi sogna può muovere le montagne» è una frase pronunciata dal protagonista del Fitzcarraldo di Werner Herzog. Anch'egli, come Tanabe Sakuro, vorebbe far passare le imbarcazioni là dove le montagne lo hanno sempre impedito e anch'egli (come, nella realtà, Herzog stesso) costruisce un piano inclinato per la sua nave. Fitzcarraldo frequenta il teatro dell'opera di Manaus nel periodo in cui, alla fine dell'Ottocento, la città vive il suo boom economico grazie alla produzione di caucciù e sogna di aprire un teatro per l'opera nel villaggio amazzonico in cui vive; Tanabe si trova ad Aspen quando, grazie all' estrazione dell'argento, vi si costruisce un teatro per l'opera.

Fitzcarraldo, però, a differenza di Tanabe, deve venire a un compromesso con le circostanze naturali sfavorevoli: rinuncerà alla costruzione del teatro e si accontenterà di organizzare nel suo villaggio l'esecuzione de I Puritani di Bellini. Piuttosto, è Herzog che si può accomunare a Tanabe, in quanto è riuscito, impiegandoci quattro anni e superando difficoltà di ogni genere, a portare a termine la lavorazione del film che sognava di girare. Forse, per loro due più che di sogni si deve parlare di nozomi, un termine giapponese che significa “desiderio”, “speranza” e anche “sfida”, a sottolineare il legame che unisce i progetti e l'impegno necessario per la loro realizzazione. Non per nulla Nozomi è anche il nome del più moderno dei treni superveloci che, a partire dagli anni Sessanta, hanno rivoluzionato i trasporti e le abitudini dei giapponesi; ma questa è la storia di un altro sogno.

martedì 21 dicembre 2010

Scuole che chiudono, scuole che aprono

La città di Kyōto è orgogliosa delle sue scuole elementari municipali, fondate tre anni prima che il governo nato dalla Restaurazione Meiji introducesse, nel 1872, l'istruzione elementare obbligatoria. La loro storia è celebrata nel Kyōto Municipal School Museum, che dal 1998 occupa un'ala della Scuola Elementare Kaichi, liberatasi con il calo demografico degli anni Novanta del secolo scorso.

Nel 1869 gli “anziani” di Kyōto, preoccupati per le ricadute negative che il trasferimento della capitale a Tōkyō avrebbe avuto sull'economia cittadina, “pensarono che fosse fondamentale istruire la popolazione affinché Kyōto tornasse ricca”. Ad ogni famiglia dotata di un fornello da cucina venne chiesta una donazione per costruire una scuola di quartiere e ai distretti che non riuscirono a raccogliere il denaro necessario la prefettura concesse un prestito. In questo modo, nacquero 64 scuole, che nutrirono “gli ideali di autogoverno, autodifesa e amore per la comunità” e rivitalizzarono le tradizionali produzioni artigianali e artistiche.

Nel museo non è consentito scattare fotografie, ma i cimeli esposti sono visibili sul sito http://kyo-gakurehaku.jp

Fra gli oggetti raccolti, ci sono i sussidiari degli anni Trenta che trasudano nazionalismo e militarismo e quelli degli anni Cinquanti censurati dalle autorità occupanti statunitensi. C'è il ritratto di Genzō Shimadzu, fondatore della Shimadzu Corp., industria che produce strumenti di precisione, vanto della città specialmente dal 2002, quando un suo ricercatore, Kōichi Tanaka, vinse il Premio Nobel per la Chimica.


In un'altra delle scuole elementari nate nel 1869 e rimaste inutilizzate negli anni Novanta, la Tatsuike, è stato aperto, nel novembre 2006, il Kyōto International Manga Museum. L'idea è nata alla Kyōto Seika University, che si è dotata dal 2001 di un Istituto di Ricerca sui Manga (http://imrc.jp) e dal 2006 di una Facoltà di Manga.

In Giappone i fumetti non sono più considerati una sottocultura, ma riconosciuti come un'industria strategica. Il loro successo internazionale a partire dagli anni Ottanta, e le conseguenti possibilità di espansione del mercato, ne hanno decretato la definitiva istituzionalizzazione; nel 2000, il Ministero dell'Educazione ne ha formalizzato l'ingresso nei programmi scolastici degli istituti artistici.

Il Museo, accanto alle attività di raccolta e conservazione, si propone come centro di ricerca, studi e formazione in grado di “creare cultura e sviluppo industriale” e “promuovere il turismo”. La sua ambiziosa visione è evidente nel diagramma che compare nel suo sito alla pagina

http://www.kyotomm.jp/english/about/mm/about-imrc.php

lunedì 20 dicembre 2010

Le sete di Nishijin




La storia dei tessitori di Kyōto è l'epitome delle virtù dei giapponesi: sono attaccati alla tradizione e lavorano con dedizione, sanno resistere e recuperare di fronte alle avversità, sviluppare nuove tecnologie, studiare, “raggiungere e superare” i sistemi di produzione di altri Paesi, possiedono un senso estetico raffinato e abilità artigianali impareggiabili. Osservarli all'opera è uno spettacolo appagante.

A Kyōto si producono tessuti da più di 1200 anni, da quando, nel 794, l'imperatore Kammu la scelse come capitale; per un paio di secoli, l'attività venne gestita dall'amministrazione governativa, poi nacquero dei produttori indipendenti, che rapidamente assimilarono nuove tecniche di tessitura apprese nella Cina della dinastia Sung.

Allo scoppio della guerra Ōnin, nel 1467, gran parte della città venne distrutta, compreso il quartiere dei tessitori; essi furono costretti a fuggire, ma, alla fine del conflitto, ritornarono e si stabilirono in una zona che durante la guerra era stata occupata dall'esercito; Nishijin, infatti, significa semplicemente “accampamento occidentale”.

Grazie al patrocinio della corte imperiale e dei grandi samurai, nei secoli seguenti la produzione tessile fiorì, continuando a elaborare innovazioni tecnologiche e ad assorbirne dalla Cina dell'epoca Ming.

Nel XIX secolo i tessitori di Nishijin furono costretti ad affrontare la crisi economica del 1837, il trasferimento della capitale a Tōkyō nel 1869 e, soprattutto, la nuova moda degli abiti in stile occidentale. Reagirono inviando degli osservatori a Lione, impararono ad usare i telai Jacquard a scheda perforata, e per la fine del secolo l'industria tessile era di nuovo in crescita, perfettamente inserita nello sviluppo del sistema capitalistico giapponese.

I tessuti di Nishijin sono rinomati per i loro colori. Il filato viene tinto prima della tessitura e, quindi, intrecciato sulla base di un modello disegnato e colorato a mano.



Dai modelli si ricavano le schede perforate su cui si basa il funzionamento dei telai Jacquard meccanici; accanto ad essi, da alcuni decenni i tessitori utilizzazo telai elettronici che, riducendo i costi, permettono di “portare il piacere dei tessuti di Nishijin ad un numero maggiore di persone”.


Alcune lavorazioni richiedono, infine, un ultimo aggiustamento a pennello.



I risultati sono splendidi kimono e magnifici obi.



Per saperne di più:

domenica 5 dicembre 2010

Momijigari




Fukuoka, isola di Kyūshū. Sono le 8,30 di un sabato mattina di metà novembre e mi sto lavando i denti. La mia padrona di casa, la signora Satoko, bussa alla porta del bagno e mi ingiunge di sbrigarmi; ci aspetta in strada, dice. Cinque minuti dopo, esco di casa con la madre della signora, nonna Tomoko. La fretta è dovuta la fatto che stiamo andando al tempio Raizan Sennyoji per il momijigari e la signora Satoko non vuole rimanere imbottigliata nel traffico.

Di cosa sto parlando? Il momijigari è un'attività tradizionale giapponese che consite nell'andare, in autunno, a caccia di alberi le cui foglie assumono colori particolarmente attraenti, come il rosso scarlatto degli aceri o il giallo dei ginkgo. Kari, infatti, si traduce con “caccia” e il momiji è l'acero giapponese (Acer palmatum): ne esistono centinaia di varietà, alcune delle quali raggiungono i 16 metri di altezza, e spesso l'albero assume forma emisferica. A sua volta, l'etimologia della parola momiji risale all'antico termine momizu, che significa tingere di rosso. Per estensione, il vocabolo indica anche il nono mese del calendario lunare.





Il momijigari nacque come passatempo dell'aristocrazia nell'era Heian (VIII-XII sec. d.C.), e si diffuse fra le altre classi sociali in epoca Edo, a partire dal XVII secolo. Oggi sono decine di milioni i giapponesi che in autunno si muovono alla ricerca di aceri imporporati, spingendosi anche in Canada o in Spagna, in Estremadura. I principali canali televisivi mostrano ogni giorno i luoghi migliori per la caccia; il Raizan Sennyoji Daihiohin è uno di questi, ospita un imponente acero vecchio di quattro secoli e ciò spiega la fretta della mia padrona di casa. Arriveremo in tempo per parcheggiare a una ragionevole distanza dal tempio e riusciremo a passeggiare senza doverci accalcare, ma alle 10,30, quando lasceremo il sito, incroceremo una coda di automobili di un paio di kilometri.



La caccia ai momiji inizia a metà settembre nell'isola di Hokkaido, la più settentrionale dell'arcipelago giapponese; il fronte delle foglie rosse si sposta, poi, verso sud e raggiunge le isole più meridionali alla fine di Novembre. L'ente nazionale del turismo pubblica sul proprio sito un calendario che permette di organizzare gli spostamenti nei periodi giusti.

http://www.japan-guide.com/e/e2014.html

Il più visitato dei siti giapponesi per turisti fornisce una Guida ai colori dell'autunno, in cui spiega quali alberi cambiano colore, dove e quando. Oltre ai boschi di piante caducifoglie che coprono una considerevole porzione del territorio, particolarmente apprezzati sono i giardini dei templi zen.

http://www.jnto.go.jp/eng/indepth/seasonal/seasons_2004autumn-winter/index.html





Il momijigari è un tratto distintivo della cultura giapponese che davvero accomuna cittadini di ogni estrazione sociale; gli appassionati di poesia possono risalire fino ai tanka (poemi di 31 sillabe) del VII secolo per trovare dei riferimenti, gli studiosi di estetica possono collegare la contemplazione delle foglie d'acero alla ricerca della bellezza negli aspetti fugaci ed effimeri della natura e all'apologia della transitorietà derivata dalla metafisica buddhista; chi frequenta il teatro, sia il Nō sia il Kabuki, può assistere alla rappresentazione di un dramma tradizionale intitolato Momijigari; alcuni raccolgono le foglie di acero per poi cucinarle secondo la ricetta del tempura; chiunque, se si trova in una stazione ferroviaria e deve acquistare un regalo per l'ospite che lo attende, può comprare dei dolcetti ispirati al momiji.













domenica 28 novembre 2010

Ukiyoe




Il termine giapponese ukiyoe si traduce abitualmente con "immagini del mondo fluttuante", per indicare il genere di stampe artistiche ottenute da blocchi di legno che si diffuse in Giappone a partire dal XVII secolo.





Ne Il Mondo Fluttuante e le sue immagini l'orientalista Gian Carlo Calza scrive: "In epoca medioevale il termine ukiyo, di derivazione buddhista, indicava la condizione d'impermanenza generata dal mondo quotidiano coi suoi attaccamenti da cui il saggio non deve farsi prendere perché fonte di sofferenza costante. Ma nel Seicento il senso si era del tutto rovesciato e la parola valorizzava proprio quei piaceri fuggevoli delle feste, della moda, del mondo dello spettacolo, dell'amore mercenario, della passione clandestina, dell'effimero, in una parola degli attaccamenti, contro cui la dottrina buddista metteva in guardia dal lasciarsi travolgere. In questa società si riflettevano i nuovi gusti e le nuove aspirazioni sviluppati intorno ai teatri di kabuki e alle "città senza notte". I quartieri di piacere dove le grandi cortigiane creavano nuovi gesti e comportamenti e un'eleganza vistosa e opulenta, basata sull'intrattenimento, sull'essere alla moda, sull'attrarre e respingere al tempo stesso. Dove le case di piacere, oltre a essere ritrovo di gaudenti in cerca di divertimenti, si trasformavano in veri e propri salotti. Vi si incontravano mercanti, attori, letterati, artisti, editori e aristocratici in incognito liberi del rigore formale della loro esistenza quotidiana. Lì, nell'ambiente che ruotava intorno alle oiran, le celebri etére, l'etichetta della seduzione si esprimeva attraverso un canone formale di altissima perfezione, ma al tempo stesso di naturalezza. Donne in grado di improvvisare versi in risposta ad altri lanciati loro in sfida, padrone di diversi stili calligrafici con cui inviare una risposta arguta, maestre nella composizione dei fiori come nei segreti dell'amore, in grado di sostenere o distruggere la carriera mondana di un attore o di un editore, queste "rovina castelli", com'erano anche soprannominate, dettavano le leggi della moda e del comportamento à la page".

Lo scorso 19 novembre, all'Institut Franco-Japonais di Fukuoka, Agnès Giard, giornalista di Libération, ha presentato il suo libro Dictionnaire de l'amour et du plaisir au Japon. Secondo Giard, la cultura giapponese tende a esorcizzare quanto vi è di terrificante nella vita reale (mostruose creature marine, catastrofi naturali, sofferenza e morte) dandone una rappresentazione estetica che ne trasformi la violenza in qualcosa che sia, invece, apportatore di piacere. Sarebbe questo il motivo per cui il concetto buddhista di impermanenza, originariamente intesa come causa di dolore e, pertanto, da rifiutare in vista del raggiungimento dell'illuminazione, venne utilizzato per raggiungere il fine opposto, la ricerca del piacere estetico proprio negli aspetti più effimeri della vita umana e della natura.

"...vivere soltanto per il momento, prestando piena attenzione ai piaceri della luna, della neve, dei fiori di ciliegio e delle foglie di acero, cantare canzoni, bere vino e provar piacere soltanto nel fluttuare, fluttuare senza curarsi minimamente della povertà che grida in faccia e rifiutare di lasciarsi prendere dalla malinconia, fluttuare lungo la corrente del fiume come un secco guscio di zucca: ecco cosa intendiamo per ukiyo" (Asai Ryoi, morto nel 1691, Ukiyo monogatari: Racconti del Mondo Fluttuante).

Per saperne (e vedere) di più:

Il video è stato girato allo Yusentei Garden di Fukuoka, fatto costruire nel 1754 dal signore feudale Tsugutaka Kuroda. Il nome significa "luogo in cui una sorgente è amica" e pare derivi dai versi di Kusesanmi Minamoto Michika: "Ho costruito questo riparo estivo accanto ad una sorgente, le cui acque sgorgano anche quando la calura è insopportabile."

mercoledì 20 ottobre 2010

Il coniglio



Mi lascio alle spalle l'afosa estate della pianura cuneese risalendo in auto la strada statale 22 della Valle Maira. E' pomeriggio, sono solo e non ho una meta. Procedo ai cinquanta all'ora, in cerca di uno spunto per una sosta.
Fermo l’auto a Lottulo e scendo a leggere un’iscrizione posta all’ingresso del paese: «Eroico presidio della valle subì sterminio e distruzione maggio 1551 saccheggio e incendio gennaio 1553 passò in feudo ai Gioia di Asti 1601». Fino a quella data la confederazione dell’alta valle, di cui Lottulo era il primo comune, era riuscita a difendere la sua indipendenza dall’espansione del Ducato di Savoia.
Riparto e subito rallento per osservare, sulla mia sinistra, due borgate. Imbocco una strada sterrata per raggiungerle.
Oltrepasso la prima, la cui architettura non è interessante. Della seconda, invece, mi attira un affresco intravisto sulla facciata di una casa.
Sceso dall’auto, mi accorgo con sorpresa che la borgata non è disabitata: un vecchio è seduto sull’uscio di casa. Mi dirigo verso di lui, lo saluto e gli spiego che sono interessato alla pittura popolare di montagna.
- Vede questo campo – mi risponde indicando una lunga striscia di terreno – una volta lo tenevo a fieno e lo tagliavo tutto da solo. Ora non ce la faccio più. Vuole mica comprarlo? Glielo vendo, se vuole, tanto mia figlia fa la vigilessa a Saluzzo.
- No, grazie. Ma lei vive qui da solo?
- C’è anche mio fratello più giovane; vive in un’altra casa, là dietro.
Mi allontano in quella direzione, con la scusa dell’affresco. Curiosando fra le case, mi imbatto nel fratello del vecchio. Ha le mani insanguinate.
- Ho appena ammazzato un coniglio.
- Lei vive qui?
- Sì, ci siamo solo più io e mio fratello. Una volta era un paese pieno di gente. Pensi che avevamo anche chiesto di avere un parroco, sarà stato centocinquanta anni fa. Anche l’altra borgata più su lo voleva, e alla fine l’hanno dato a loro.
Sembra che racconti fatti vissuti di persona. Forse è un personaggio come Gioan Pittadè: da molti chiamato il ciabattino dei quattro soldi, da altri, più colti, identificato con l’ebreo errante, si dice nella valle che sia un uomo vecchio di mille e ottocento anni, che non può sedersi, né dormire, né fermarsi per più di tre giorni nello stesso luogo. Ogni mattina si ritrova in tasca quattro monete, che deve spendere o regalare ai poveri affinché ricompaiano il giorno seguente.
- Ma noi non abbiamo mica lasciato perdere – riprende l'uomo – Siamo andati in farmacia giù a Dronero a comprare del veleno per topi, abbiamo invitato il nuovo parroco a cena una sera e l’abbiamo avvelenato.
Fa una pausa; io non dico nulla, fisso le sue mani.
- Poi l’abbiamo seppellito, ed è finita lì. Sa, qui la legge non arriva.