lunedì 13 settembre 2010
Vostok, parte tredicesima
venerdì 10 settembre 2010
Vostok, parte quattordicesima
giovedì 9 settembre 2010
Vostok, parte quindicesima
martedì 7 settembre 2010
Vostok, parte sedicesima
domenica 5 settembre 2010
Vostok, parte diciassettesima
venerdì 3 settembre 2010
Vostok, parte diciottesima
giovedì 2 settembre 2010
Vostok, parte diciannovesima
Transilvania
Braşov, apparentemente, non è stata toccata dal secolo breve. Il suo centro è un’isola pedonale qualsiasi dell’Europa centrale, affollata nel tardo pomeriggio dai suoi abitanti. Un signore oltre i sessanta siede, solo, su una delle tante panchine di piazza Sfatului. Sopra una camicia rosa a maniche corte indossa un gilè grigio e una cravatta rossa, i pantaloni e le scarpe sono neri; l’abbigliamento denota cura ma non ricchezza. I capelli grigi sono imbrillantinati all’indietro e fuma una sigaretta con il bocchino. Una famiglia occupa una panchina di fronte alla sua, a circa cinque metri: padre, madre e bimba di due anni che piange a squarciagola. Il signore si alza, estrae una caramella e va verso la bambina. Attira la sua attenzione e le porge la caramella. La bimba smette di piangere. L’uomo si volta e torna alla propria panchina, con un ampio sorriso di soddisfazione sul volto.
Una coppia siede su un’altra panchina; sfogliano insieme un tabloid scandalistico. Leggono e commentano ad alta voce, con partecipazione, a tratti si accalorano. Lui ha almeno settant’anni, la pelle è scura e rugosa, la barba e i capelli bianchi, porta jeans scoloriti, un giubbotto di pelle nera e un berretto verde con visiera. Ai suoi piedi ha posato una borsa di cuoio chiaro. Lei sembra più anziana, ha un volto maschile, allungato, con gli stessi segni del tempo, e la bocca è sdentata. Un berretto di lana in testa, trattenuto da un foulard rosa legato sotto il mento. Indossa una camicia con uno stampato floreale sul bordeaux, un gilè grigio e ha una borsa nera a tracolla. Sotto la gonna spuntano spesse calze marroni, che un altro paio di calzini divide dalle scarpe di foggia maschile. Si direbbero entrambi vestiti con abiti recuperati da qualche ente di beneficenza.
La bambina che aveva ricevuto la caramella dal fumatore con il bocchino arriva di corsa di fronte alla coppia, si inciampa, cade e scoppia a piangere a squarciagola.
Nella Biserica din Deal, ovvero la chiesa sulla collina, di Sighişoara si fanno incontri inconsueti: un affresco in cui la Trinità è rappresentata da una testa con tre volti e lo Spirito Santo ha le sembianze di una fanciulla, un crocifisso ricavato da un albero i cui rami sono stati soltanto spuntati, un custode che vuole sapere cosa si conosce dei Daci in Italia. L’uomo ci tiene a sottolineare che la Transilvania è sempre stata una regione economicamente sviluppata grazie alla presenza di una consistente comunità di origine tedesca. A differenza dei principati di Moldavia e Valacchia, nel Medioevo la Transilvania apparteneva alla corona ungherese; dopo essere stata tributaria del sultano in seguito all’occupazione turca, nel 1687 entrò a far parte dell’impero austro-ungarico, al quale la Romania l’ha sottratta dopo la Prima Guerra Mondiale. La presenza delle popolazioni germaniche, però, è precedente al periodo absburgico; risale al XII secolo, quando il re ungherese Géza II fece arrivare nella regione un gruppo di coloni sassoni. Il primo documento relativo a Braşov è del 1235, quando la città si chiamava Kronstadt. Un secondo contingente di sassoni fu chiamato a difendere il fianco sud-orientale dei suoi possedimenti dal re Béla IV dopo le devastanti incursioni mongole del 1241. Da allora la composizione etnica della Transilvania è il risultato di tre elementi: ungherese, romeno e tedesco. La Riforma luterana vi fu introdotta nel 1542 da Johannes Honterus, un umanista che aveva studiato a Vienna e insegnato a Cracovia e Basilea. Geografo, cartografo, cosmografo e giurista, nel 1539 aveva avviato a Kronstadt la prima tipografia dell’Europa sud-orientale e nel 1547 allestito la più grande biblioteca dell’area. Un piccolo museo gli è stato dedicato all’interno della Biserica Neagră, la chiesa in stile gotico che deve il nome all’incendio che la annerì nel 1689. Il pavimento del suo spoglio interno è di legno chiaro, non lucidato, e le colonne e le pareti sono, rispettivamente, di color caffelatte e bianco avorio. Le pareti delle navate sono arredate con stalli di legno scuro, mentre le nervature del soffitto dell’abside sono di un verde pallido. L’armonia dei colori è perfezionata da 119 tappeti turchi, appesi ovunque, che sono prevalentemente ocra con un mihrab rosso mattone nella parte centrale. Vennero donati alla chiesa nel XVIII secolo dai commercianti locali di ritorno dall’impero ottomano.
Uno dei centri di diffusione dell’architettura gotica in Transilvania fu il monastero cistercense di Cârţa, fondato nel 1202 lungo il fiume Olt. Oggi esso è incluso nel circuito turistico che permette di visitare le oltre venti chiese fortificate della regione, elemento centrale dei villaggi sassoni. Come si può vedere bene a Moşna, la pianta dei villaggi ricorda la lisca di un pesce, in cui la chiesa è la testa da cui parte una strada ai lati della quale sorgono due file di case dalla forma stretta e allungata. Sulla via, ingentilito da un pergolato di vite, si affaccia il lato corto delle abitazioni e alle loro spalle si estende la striscia di terra che veniva assegnata a ogni famiglia secondo un criterio rigorosamente egualitario. I cittadini di origine tedesca costituivano all’inizio del XX secolo il dieci per cento della popolazione transilvana, ma molti di loro hanno abbandonato la Romania dopo il 1989 per trasferirsi in Germania. Vi è, comunque, un movimento in senso inverso: tedeschi sono i fondi che sostengono la manutenzione delle chiese fortificate, così come quelli che hanno permesso la ristrutturazione di un edificio che oggi è sede dell’ostello di Sighişoara.
Vista dai Balcani, la geopolitica europea della seconda metà dell’Ottocento ricorda una partita di risiko nella quale due giocatori, Francia e Russia, cercano di indebolire gli altri due, gli ottomani e gli Absburgo, che, all’inizio del gioco, hanno occupato i territori strategici. Nel tentativo di spolparli dei loro possedimenti si servono degli appetiti dei giocatori meno forti: Bulgaria, Romania, Serbia e Regno di Sardegna, poi d’Italia, le cui mosse sono spesso sorprendentemente simili e coordinate. Dopo la guerra di Crimea e con l’aiuto francese i principati di Moldavia e Valacchia diedero vita alla Romania, la cui indipendenza venne riconosciuta al Congresso di Berlino grazie al sostegno russo, così come avvenne per la Bulgaria.
Durante la Grande Guerra, poi, gli scambi di cortesie si fecero ancora più concreti. Nel novembre 1915, quando l’esercito serbo era in piena dissoluzione e cercava rifugio in Albania con la speranza di raggiungere la costa adriatica, l’Italia inviò un corpo di spedizione a occupare il porto di Durazzo per proteggere il fianco destro dell’esercito serbo in rotta.
Nel giugno 1918, fra i prigionieri di guerra concentrati nel campo di Avezzano vi erano anche dei romeni, i quali formarono una legione di volontari con il proposito di combattere a fianco degli italiani. Nel Museo Storico di Alba Iulia si può leggere una lettera in cui, nel novembre dello stesso anno, Sidney Sonnino scrive al Consiglio Nazionale dell’Unità Romena: «L’Italia non ha dimenticato con quale slancio patriottico e con quale nobiltà di sacrificio la Romania ha partecipato alla sanguinosa lotta, oggi vittoriosamente chiusa, per la liberazione dal giogo nemico e per il trionfo comune della libertà e della giustizia nel mondo. Al conseguimento dei più sicuri diritti politici e territoriali del popolo e della nazione romena il governo italiano darà tutto il suo appoggio». Analogo appoggio diede il governo francese e il primo dicembre 1918 si giunse alla proclamazione dell’unione della Transilvania alla Romania. Un altro boccone del defunto impero austro-ungarico venne assegnato dalle potenze vincitrici ai romeni nel 1920: la Crişana e parte del Banato (una fetta andò alla Serbia), regioni che erano diventate territori absburgici nel 1718 grazie alle vittorie militari di Eugenio di Savoia. Oggi, percorrendole, si fa fatica a pensare che siano mai appartenute ad altri, tanto evidente è l’impronta austro-ungarica nell’aspetto delle loro città.
I criteri di ammissione imposti dall’Unione Europea hanno spinto la Romania a ripristinare ufficialmente il bilinguismo, e talvolta il multilinguismo, di queste zone, come si vede dai tabelloni ferroviari in cui compaiono i nomi ungheresi delle città accanto a quelli romeni.
domenica 30 maggio 2010
Attraversare l'Italia “park-to-park”
Ricordate che all'interno dei Parchi è vietato il campeggio libero; pertanto, qualora non vi fossero strutture per il pernottamento nel Parco che state attraversando, preventivate di raggiungere entro sera un centro abitato o un casale, dove chiedere il permesso di montare la tenda in un prato adiacente. Una volta ogni tanto, concedetevi una sosta in Bed&Breakfast: i proprietari più ospitali sono anche preziosi fornitori di informazioni e di letture serali. Un indirizzo sicuro: Casa della Rondine a Oro, sul lago di Como.
sabato 29 maggio 2010
Park-to-park: itinerario n. 1
Primo giorno – Parco naturale Adamello Brenta
Campo Carlo Magno – Rifugio Malghette – Laghi del Malghetto di Mezzana – Malga di Sopra – Malga di Fazzon – Rifugio Val Piana – Ossana
Secondo giorno
Ossana – Volpaia – Stavel – Velòn – Malga del Pecé – Passo del Tonale
Terzo giorno – Parco Regionale dell'Adamello
Passo del Tonale – Ponte di Legno – Temù
Quarto giorno
Temù – C. Lissidini – Vezza d'Oglio – Fontanacce – Incudine al Vago – Mu – Edolo
(possibile escursione al Parco Nazionale Incisioni Rupestri di Naquane)
Quinto giorno
Edolo – Santicolo – Corteno Golgi – Le Fucine (possibile escursione alla Riserva Regionale delle Valli di S. Antonio) – Colonia – Aprica (possibile escursione al Parco Regionale Orobie Valtellinesi)
Sesto giorno – Riserva Naturale di Pian Gembro
Aprica – Pian Gembro – Mezzomonte – Musciano – Stazzona – Poietta – Bianzone – La Gatta – Cordini – Teglio
Settimo giorno – Strada del Vino
Teglio – S. Rocco – Mulini Rogna – Scranzi – Castionetto – Ponte – Tresivio – Poggiridenti – Montagna – Sondrio
Ottavo giorno – Sentiero Valtellina
Sondrio – Gherbiscione – S. Rocco di Fusine – C. Gerale – Selvetta – Sirta – S. Gregorio – Desco – Paniga – Parco della Besca – Isolabella – Traona – Mantello – Pusterla – Mezzomanico – Monastero – Dosso – La Colombara – Fabbrichetta
Nono giorno
Fabbrichetta – Trivio – Madonna di Val Pozzo – Curcio (Colico) – Chiaro – Rotondella – S. Rocco – Posallo – Sparese – Perdonasco – S. Rocco - Mondonico – Panico – Corenno Plinio – Dervio Villa – Chignolo – Oro
Decimo giorno
Oro – Vallatta di Bellano – Ombriaco – Biosio – Gittana – Varenna FFSS – Olivedo (imbarcadero) – Bellagio
Undicesimo giorno – La strada regia
Bellagio – Aureggio – Loppia – Guggiate – S. Giovanni – Crella – Ponte del Diavolo – Sassi Grosgalli – Cà Bianca – Casale – Cendraro – Morbia – Rozzo – Lezzeno – Bagnana – Ponisio – Calvasino -Sormazzana – Carvagnana – Valico di Cavagnola – Nesso – Quarazano – Pognana – Palanzo
Dodicesimo giorno – La strada regia
Palanzo – Lemma – Molina – Cappella di S. Rocco – Torno – Perlasca – Cazzanore – Meggianico – Mezzovico – Sorto – Sopravilla – Capovico – Brunate (stazione funicolare) – Como
Tredicesimo giorno
Grandate Breccia – S. Fermo – Cavallasca – Parè – Gironico – Olgiate Comasco – Beregazzo – Figliaro – Binago – Venegono Superiore – Castiglione Olona
Quattordicesimo giorno – Parco Sovracomunale Rile Tenore Olona
Castiglione Olona – Torba – Castelseprio – Carnago – Solbiate Arno – Albizzate – Quinzano – Crugnola – Cimbro – Vergiate – Sesto Calende – Golasecca
Quindicesimo giorno – Parco Lombardo della Valle del Ticino – Sentiero E1
Golasecca – Porto Torre – Canale Villoresi – Dogana Austroungarica – Tornavento – Ponte Castano – Cascina S. Maria – Ponte Ticino
Sedicesimo giorno - Parco Lombardo della Valle del Ticino – Sentiero E1
Ponte Ticino – Ponte di Cuggiono – La Fagiana – Cascina Prinetti – Casterno – Cascina Cornarasca – Colonia Enrichetta – Casscina Fontanone
Diciassettesimo giorno - Parco Lombardo della Valle del Ticino – Sentiero E1
Cascina Fontanone – Soria Vecchia – Vigevano – Parona – Mortara – Castello d'Agogna
Diciottesimo giorno – Parco del Po vercellese-alessandrino
Casale Monferrato – Ronzone – Vialarda – Pontestura – Camino – Castel S. Pietro Monferrato
Diciannovesimo giorno - Parco del Po vercellese-alessandrino e Parco fluviale del Po torinese
Castel S. Pietro Monferrato – Isolengo – Cantavenna – Zoalengo – Gabiano – Piagera – Ganoia – Camorano – Ronzo – Valentino – Tabbia – Brusasco – Cavagnolo – Mezzana – Luriano Po – Moriondo
Ventesimo giorno - Parco fluviale del Po torinese
Moriondo – Colombaro – Caserma – Saronsella – Serra – Castagneto Po – S. Raffaele Cimena – Gassino – Castiglione Torinese – S. Mauro Torinese - Torino
venerdì 28 maggio 2010
Park-to-Park: itinerario n. 2
domenica 9 maggio 2010
Costruire infrastrutture nell'interesse collettivo: una storia nepalese
Chhongba è originario di Nunthala, una località che, a piedi, dista un paio d'ore dal monastero di Taksindu. Il suo cognome indica che appartiene all'etnia che si stabilì nella zona del Sagarmatha all'incirca tre secoli fa. Gli Sherpa giunsero attraverso i sentieri che permettevano le comunicazioni con le regioni himalayane più orientali: il loro appellativo è di origine tibetana e significa, appunto, “genti dell'Est”.
A partire dagli anni Cinquanta, alcune importanti figure dell'alpinismo francese hanno favorito l'arrivo in Europa degli Sherpa, introducendoli nell'ambiente dei rifugi di montagna. Le doti di resistenza all'alta quota permettono loro di lavorare per periodi di quattro o cinque mesi in strutture situate a più di 3000 metri di altitudine.
Compiuti i ventuno anni e ottenuto il passaporto, Chhongba intraprende questa strada. Trova lavoro dapprima nella regione francese dell'Alta Savoia e poi, otto anni fa, in Italia, presso il rifugio Vittorio Emanuele al Gran Paradiso. Negli anni successivi, lo raggiungono alcuni familiari, fra i quali la sorella Dolma, che attualmente lavora nel rifugio Quintino Sella al Monviso con il marito Lakpa Temba Sherpa.
Questi è un esperto alpinista ed è stato portatore e guida in spedizioni d'alta quota; per tre volte ha raggiunto la cima del Chomolungma. Come gli altri Sherpa che si dedicano a questa attività, ha messo da parte una discreta somma di denaro, ma ha deciso di smettere per due motivi: l'elevato rischio che il mestiere comporta e l'indignazione per il comportamento arrogante di molti alpinisti europei e americani nei confronti dei portatori, specialmente di quelli che li accompagnano solo fino ai campi base, più poveri e meno dotati fisicamente.
Durante le estati trascorse in Italia, Chhongba e Lakpa stringono legami con numerosi frequentatori dei rifugi; sono amicizie che nascono dalla stima reciproca, non dalla commiserazione o dall'adulazione: uniscono persone che evitano di incasellare il prossimo secondo gli stereotipi del “povero” o del “ricco”.
Lakpa e Chhongba diventano il punto di riferimento di quanti sono alla ricerca di informazioni per organizzare ascensioni o trekking in Nepal. Nel frattempo, i due nepalesi sviluppano un progetto: dotare i loro villaggi d'origine di infrastrutture al servizio della collettività, che costituiscano la base per il suo sviluppo economico e sociale. Ne parlano, in Italia, con alcuni amici, volontari del Soccorso Alpino Saluzzese, a cui propongono di contribuire, innanzitutto, alla costruzione di un presidio sanitario a Nunthala, in una zona densamente abitata, dove la struttura ospedaliera più vicina dista tre giorni di cammino.
Chhongba e Lakpa coinvolgono i rappresentanti delle comunità di Nunthala e dei villaggi circostanti nella messa a punto di un progetto che viene approvato dall'Autorità competente, la quale si impegna a garantire la presenza di due operatori sanitari. Il finanziamento viene assicurato dalla Delegazione Saluzzese del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, che, nel 2004, decide di celebrare così il suo mezzo secolo di attività. Per la realizzazione dell’opera vengono assunti artigiani del posto e utilizzati materiali ricavati in loco.
Nel 2006 il presidio diviene operativo sotto il controllo di un comitato di gestione, eletto dai rappresentanti dei villaggi interessati. La struttura, costituita da due ambulatori, un dispensario e due alloggi per il personale, pratica l’assistenza sanitaria di base ed utilizza farmaci il cui acquisto è finanziato dal Soccorso Alpino. Essa dispone, inoltre, di un concentratore d'ossigeno, apparecchio utile per il trattamento delle insufficienze respiratorie.
Intanto, forti dell'esperienza maturata nella fornitura di appoggi logistici agli alpinisti europei, nel 2006 Lakpa e Chhongba hanno fondato un'agenzia turistica, la Monviso Treks & Expedition, con sede a Kathmandu. Nell'attività hanno coinvolto molti familiari, fra i quali i quattro fratelli di Lakpa, tutti alpinisti che hanno già raggiunto la vetta del Chomolungma. Durante la stagione turistica nepalese, che si conclude nel mese di aprile, lavorano attualmente per la Monviso decine di persone, reclutate, soprattutto, nella zona di Phaplu, una località che dista un giorno di cammino da Nunthala ed è dotata di una pista di atterraggio per piccoli velivoli.
A partire dal 2007, i due nepalesi e gli amici italiani si dedicano alla seconda parte del progetto: la costruzione di un impianto idroelettrico che possa fornire energia al presidio sanitario, alla scuola frequentata da circa 300 bambini ed alle abitazioni di Nunthala e dei villaggi circostanti, Deku, Hewa, Chhulemu e Taksindu, per un totale di circa duecento famiglie. Alla popolazione verrà offerta una fonte energetica alternativa all’utilizzo della legna, attenuando, in tal modo, il processo di deforestazione che sta interessando la zona. La legna da ardere, infatti, è il combustibile utilizzato per cucinare, riscaldare le abitazioni e assicurare docce calde ai turisti. Essa viene attinta da foreste di abeti e rododendri piuttosto distanti dai villaggi, i quali sono circondati da estesi terrazzamenti coltivabili, ricavati meticolosamente dai fianchi dei monti. Pertanto, il trasporto, che avviene per mezzo di gerle che gli Sherpa caricano sulla schiena e sostengono, tramite una cinghia, con la fronte, è oltremodo faticoso.
La progettazione della centrale, capace di produrre 28 chilowatt, è affidata a una ditta nepalese, così come la fornitura e il trasporto dei materiali necessari. Ciascuna delle famiglie interessate offre dieci giornate di lavoro, gestite da un gruppo di diciotto persone elette dalle comunità dei cinque villaggi. Terminati i lavori, si insedierà un comitato di gestione formato da dieci persone, donne e uomini che si sono particolarmente prodigati per la realizzazione del progetto; essi si avvarranno del lavoro di due dipendenti a tempo parziale. Anche il monastero di Taksindu verrà allacciato alla rete elettrica, su richiesta degli abitanti, i quali ne apprezzano il compito di promozione sociale e culturale.
Il 5 aprile 2010 la centrale idroelettrica viene inaugurata alla presenza della popolazione dei villaggi raggiunti dal servizio, insieme con i volontari e gli amici del Soccorso Alpino di tutto il Piemonte. Chhongba e Lakpa ricevono il plauso di tutti: nel corso degli ultimi sei anni hanno generosamente messo le loro capacità di leadership a disposizione della popolazione, la quale, a sua volta, ha dimostrato di saper agire in vista dell'interesse collettivo, con uno spirito di cooperazione libero da particolarismi. I discorsi ufficiali, privi di retorica, sottolineano i legami di amicizia, affetto e reciproca riconoscenza che si sono stabiliti fra le persone che hanno collaborato alla realizzazione del progetto. Tuttavia, la sintesi più benaugurante sta, probabilmente, nelle parole pronunciate da un fabbro che vive e lavora in uno dei villaggi nei quali è arrivata l'elettricità: «D'ora in poi, la sera potrò finire il lavoro con calma e, dopo, leggere o aiutare i miei figli a fare i compiti e studiare.»
