lunedì 13 settembre 2010

Vostok, parte tredicesima




Rossiya


Lasciamo Ulan Ude con il Rossiya, il treno che collega Mosca a Vladivostok. Dal finestrino, una profusione di acque ferme in cui si specchiano il cielo e le foreste, ma molte delle conifere sono malate. Per settecento chilometri la ferrovia corre lungo il fiume Amur, che è il confine con la Cina. Questa regione fu occupata dai russi negli anni Quaranta del XIX secolo, quando scoprirono che i cinesi l’avevano lasciata sguarnita. Fino a qualche anno fa, gli scompartimenti con stranieri a bordo venivano oscurati e chiusi a chiave.
Attraversiamo anche la Regione Autonoma Ebraica, uno Stato ideato nel 1927 da Stalin per offrire un “focolare” agli ebrei russi. Vi si stabilirono in 43.000. L’antisemitismo degli anni Trenta, però, portò alla proibizione della lingua ebraica e alla chiusura della sinagoga. Nel 1991 c’erano ancora 22.000 ebrei, che sono scesi a 4.800 dopo la riapertura delle relazioni fra Russia e Israele e la conseguente emigrazione verso l’altro Stato ebraico.
Il treno entra puntualmente nella stazione di Vladivostok, al chilometro 9289 della Transiberiana. Usciti sul piazzale antistante, ci accorgiamo che qui tutte le auto hanno la guida a destra. Quello che a Mosca, e ancora a Ekaterinburg, era un fatto isolato è via via diventato più frequente, fino a essere la norma. La ragione è comprensibile: si tratta di auto giapponesi usate che giungono via nave a Vladivostok e qui vengono rivendute a prezzi convenienti. Non si spiega, invece, perché le autorità tollerino il fenomeno, visto l’alto numero di incidenti automobilistici che pare essere comune in Russia.
Affittiamo un’auto con guida a sinistra per andare a Gaivoron a incontrare Victor Yudin. È uno scienziato che, con la moglie, alleva animali in pericolo di estinzione per poi liberare nella foresta del Primorije i cuccioli che riesce a far nascere. A casa del dottor Yudin ci sono anche i bambini della locale scuola elementare. Dividono equamente la loro curiosità fra gli animali e i tre strani individui che parlano una lingua incomprensibile al posto del russo. Victor ci mostra due tigri dell’Amur con il loro cucciolo di circa un anno, una famiglia di orsi dal collare, una coppia di linci, volpi, gatti selvatici e procioni. Un orso e una lince hanno perso una zampa in una tagliola. Sono i bracconieri, infatti, il pericolo mortale per questi animali, soprattutto per le tigri, ricercate dai cinesi per confezionare prodotti della medicina tradizionale.
Gli animali e gli uomini russi sembrano avere in comune la paura dei cinesi. Le stime ufficiali del Cremlino parlano di trecentomila cinesi stabilitisi illegalmente nell’Estremo Oriente russo, a fronte di quattro milioni di abitanti russi. Fonti indipendenti, però, sostengono che i clandestini cinesi sarebbero già un milione e mezzo. Alexandra, la nostra guida e interprete in questa escursione, ci ha fatto constatare, a Vladivostok e a Ussurijsk, che nei mercati l’invasione cinese, sia di venditori che di merci, è totale. Carne, frutta e verdura sono importate dalla Cina e gli ampi spazi fra una città e l’altra non sono coltivati, né adibiti a pascolo. Un po’ perché costa meno importare prodotti cinesi e un po’, secondo Alexandra, perché i decenni sovietici hanno sradicato la voglia di lavorare. Il periodo sovietico non le piace per niente, anche se è nata nei primi anni Ottanta. Nei pressi di Ussurskj siamo passati accanto a un monumento che celebra la definitiva vittoria dell’Armata Rossa sui Bianchi nel 1922. Alexandra ha commentato che questa regione della Russia non aveva nessun bisogno del comunismo, in quanto era un’area sviluppata grazie ai forti investimenti stranieri. Giapponesi e americani sostennero i Bianchi, ma alla fine, conclude, «we lost».
Sulla strada del ritorno ammiro ancora una volta i cippi monumentali, in cemento e metallo, che segnano l’inizio delle città. Insieme agli stemmi costituiscono un campo in cui i sovietici eccelsero e di cui sono rimaste tracce pregevoli. Per il resto, in Siberia mi sembra che non sia rimasto quasi nulla dei settanta anni di storia dell’URSS, anche se ne sono passati soltanto quindici dalla sua dissoluzione. Ci sono ancora le statue di Lenin, i nomi di alcune vie e i palazzi popolari delle periferie, oltre alla nostalgia di poche persone come Olga. Per tutti gli altri russi e per tutti gli aspetti della vita quotidiana, il mondo sembra iniziato dieci anni fa. Alcuni oggetti, come il samovar, danno l’impressione di esistere da sempre, mentre tutto il resto è made in Japan o made in China negli anni 2000.

venerdì 10 settembre 2010

Vostok, parte quattordicesima


La città prostituta


Il viaggio di ritorno in Europa è stato insignificante, come ogni spostamento in aereo, e per di più ho dovuto separarmi da Gianmaria e Barbara. Ora sono a Brno. Qui studiò Josef Hoffmann e qui fu incarcerato Silvio Pellico. La Repubblica Céca mi è familiare, non tanto perché ci sono già stato, quanto perché le vie, i palazzi, i parchi, i tram, le persone hanno un aspetto che oserei definire torinese. Perché provo questa sensazione a Brno e non a Varsavia? È per il modello di città che ho con il tempo assorbito?
Le città europee nascono, in epoca romana o medievale, come spazi chiusi, diversi rispetto a ciò che c’è fuori. Vuoi per la regolarità della pianta ortogonale o per la presenza delle mura che seguono e amplificano le curve delle colline su cui sorgono, lo spazio al loro interno è organizzato e ordinato.
Ciò sicuramente trasmette un senso di sicurezza, la città non disorienta, anzi, in essa è facile orientarsi, e protegge dal disordine esterno, di qualunque origine esso sia. Liberi da queste preoccupazioni, l’orientamento e i pericoli esterni, i cittadini non partono da zero nella loro costruzione di un mondo individuale in cui esprimersi e, nello stesso tempo, trovare un senso alle proprie attività. Le sicure fondamenta di questo mondo sono già gettate. Ci si può adesso dedicare a ciò che dentro di sé è, allo stesso tempo, più profondo e più raffinato, sia questo la pittura, l’architettura, il commercio o altro.
È chiaro che con il passare dei secoli si sedimentano gli strati, che rafforzano le fondamenta e, così, permettono le ricerche più ardite dei cittadini delle nuove generazioni: cattedrali gotiche, parchi, metropolitane, grattacieli e shopping center sono tutte migliorie che vengono apportate alla struttura fondamentale.
Cosa accade al viaggiatore che giunga alle mura, reali o ideali, della città? Essa gli offre protezione e ristoro ma vuole qualcosa in cambio. Gli si mostra e chiede di essere ammirata. L’ospitalità è fatta anche di questo: ci si comporta generosamente per costruirsi una buona reputazione che, a sua volta, può essere spesa affinché l’ospitalità venga ricambiata o costituire un valore aggiunto, una specie di marchio d’origine, per i prodotti che da quella città partono per essere venduti in tutto il mondo.
Per esempio, ciò che Parigi dà al viaggiatore in termini di fascino e benessere, si trasferisce negli articoli più o meno lussuosi che poi verranno acquistati da chi vorrà, attraverso l’oggetto, rivivere l’atmosfera vissuta lungo la Senna. La città stessa può trasformarsi in prodotto, scambiato sul mercato del turismo, e anche in questo campo Parigi la sa lunga.
Ricapitolando: la città crea e distingue uno spazio ordinato, accoglie e protegge, si mostra, per sana vanità e per accorto calcolo.
Ora, che tipo di cittadini sono all’origine della città che ho descritto? Facciamo un passo indietro: le funzioni a cui la città assolve sono quelle che soddisfano i bisogni dei suoi abitanti. Quindi, paura del caos e dei pericoli esterni, naturali e/o umani, devono essere presenti. I cittadini, poi, devono anche sentire la necessità di costruirsi una buona reputazione, un’immagine attraente, devono, insomma, sentire il bisogno di piacere agli altri, di fare colpo su di essi. Se il loro potere, inteso semplicemente come capacità di sopravvivere e riprodursi, si fondasse sull’uso della forza, non avremmo città, ma inaccessibili fortezze, costruite per incutere timore.
Perché nasca la città devono esserci persone che basano il proprio potere sul contatto e lo scambio con estranei, a cui devono dare qualcosa, per esempio ispirare fiducia, per avere in cambio ciò di cui necessitano. Ovviamente, sto descrivendo i ceti mercantili, a cui fa capo anche quel particolare tipo di commercio che è la diplomazia, in quanto scambio di favori politici.
È così che i cittadini, attraverso i loro magistrati, affidano a tecnici specializzati il compito di edificare città che, per la loro conformazione, spingano i forestieri a spendervi i loro soldi.
Sto cercando di dimostrare che non c’è città dove non c’è classe mercantile; tentiamo allora una controprova. Si può parlare di città per i quartieri di edilizia popolare nel mondo capitalista, per i resti dell’urbanistica sovietica o per gli agglomerati urbani del Messico o del Medio Oriente? Nei loro abitanti, in quanto salariati o disoccupati, manca il bisogno di “piacere”: quale vantaggio economico deriverebbe loro dallo spendere del denaro per abbellire i quartieri in cui vivono? Il loro stipendio non aumenterebbe, anzi, ne risulterebbe un impoverimento.
Che cosa costruiscono, invece, i commercianti a partire dall’industrializzazione ottocentesca? Innanzitutto, i viali, i boulevards, che non sono più le strette strade delle città medievali. Non è solo una questione di metri, il viale trasmette sicurezza e fiducia, chiunque è il benvenuto. Seconda differenza: sulla strada non si affacciano più le botteghe, in cui si produceva ciò che si vendeva, ma i negozi; la produzione è stata spostata in altre zone della città. Questo fatto conferisce eleganza e civetteria alla strada, che può così divenire luogo di ostentazione in cui si sottolineano gli status sociali.
Allo stesso scopo serve la diffusione di caffè, teatri, cinema e altre forme di divertimento, che sostituiscono le antiche feste nelle quali ci si divertiva tutti insieme, una volta all’anno.
Sia nell’area anglo-francese che in quella tedesca e austro-ungarica le stazioni ferroviarie diventano i nuovi punti cardinali e il viale della stazione è una delle arterie principali, o addirittura la principale per il passeggio. Si diffondono l’architettura di qualità nell’edilizia privata e la presenza di quartieri in cui gli eccentrici sono confinati ed esibiti allo stesso tempo.
Il Museo Etnografico di Budapest sembra sostenere le teorie che Jarrek e io abbiamo elaborato: evidenzia l’affermazione della classe media alla metà del XIX secolo e la consistenza della componente calvinista, che nel 1890 rappresentava il 30% degli ungheresi. Riforma e ceto medio: il risultato è che Budapest non è Varsavia, anche perché fin dal 1808 l’Arciduca Giuseppe d’Absburgo aveva istituito la Commissione per l’Abbellimento della città, con lo scopo di impostare una pianificazione urbanistica che impedisse uno sviluppo incontrollato.
Ecco, penso che Città del Messico, Gerusalemme e Varsavia non siano delle vere città come Torino, Milano, Trieste, Budapest, Barcellona e Brno, perché ho introiettato i modelli della seconda rivoluzione industriale e in una città cerco il possesso, a pagamento e al sicuro, della bellezza.
Bratislava non offre molto dal punto di vista artistico ma è molto generosa con chi voglia passeggiare in affollate vie pedonali e cenare in ristoranti all’aperto nel centro storico. L’ufficio informazioni sa che il turismo di massa si dirige là dove si possono soddisfare bisogni elementari e nei suoi opuscoli segnala i bar frequentati «by some of Bratislava’s hottest women». Per me questa tappa segna il ritorno al Danubio e per celebrarlo cerco la vineria Klastorna descritta da Claudio Magris nel suo Danubio. Né l’opuscolo di cui sopra né le guide internazionali la nominano e ne deduco che non si tratta di un locale per sbronze o avventure galanti a basso costo. La trovo, come suggerisce il nome, sotto il chiostro della chiesa dei francescani. È accogliente e la lista dei vini è invitante, ma, proprio per questo, non me la sento di cenarci da solo. Opto per un ristorante dalle volte basse, con molte foto alle pareti e un via vai turistico che permettono, nell’attesa del cibo, di distrarsi e non sentire la solitudine.
Dopo cena, scopro, dietro la cattedrale di San Michele, una piazzetta deserta: una scalinata la separa dalla via affollata e vi si affaccia un edificio non ristrutturato, forse l’unico rimasto nel centro storico. Ha le pareti scrostate e le finestre sigillate da pannelli dipinti con soggetti tratti dai quadri di Van Gogh, silhouette di cani e, al pianterreno, una scalinata trompe l’oeil. Qui non ci sono distrazioni, la solitudine è inevitabile.

giovedì 9 settembre 2010

Vostok, parte quindicesima


Jugo-nostalgia


Nel Museo della Città di Zagabria una sala striminzita è dedicata alla guerra degli anni Novanta. I fatti vengono ricapitolati in una didascalia di una trentina di righe, in cui è scritto che la Croazia «fu costretta a entrare in guerra» e si accenna all’operazione Storm del 4 e 5 agosto 1995 con cui essa riconquistò i territori in precedenza occupati dall’esercito serbo. Un video mostra alcuni episodi del conflitto: il papa Giovanni Paolo II benedice le truppe, soldati ridipingono con colori mimetici gli autobus urbani e, armati di saldatrice, trasformano dei furgoni in autoblinda. Esco con la sensazione di essere stato preso in giro: si vuole far credere che i croati abbiano respinto l’esercito di Milošević grazie alla loro abilità nel bricolage? Non si menziona, per esempio, la Military Professional Resources Inc., l’azienda statunitense che, con l’approvazione dell’amministrazione Clinton, fornì addestramento e personale all’esercito croato, né si fa cenno ai generali croati Gotovina, Čermak e Markač, sotto processo al Tribunale Internazionale dell’Aia per i crimini di guerra perpetrati durante l’operazione.
Cerco di capire qualcosa di più della guerra a Lubiana, andando a vedere il documentario The road of fraternity and unity di Maja Weiss. La strada B51 venne costruita dopo la Seconda guerra mondiale da 3.000 tecnici e 54.000 volontari della Gioventù Comunista per affermare l’unità jugoslava. La regista l’ha ripercorsa nel 1998, dalla Slovenia alla Macedonia, per registrare la nostalgia e l’odio, e per riannodare i legami troncati dalle attuali difficoltà di comunicazione. Uno dei giovani che lavorarono alla costruzione della strada dice: «Eravamo felici e convinti che avremmo vissuto insieme in pace e per sempre. Per come stanno le cose oggi, non è più possibile.» Un altro: «La nostalgia non è per il vecchio Stato, è per la gioventù, quando la vita era bella.»
Un intervistato racconta una barzelletta: un kosovaro albanese chiede a un montenegrino: «Com’è che voi siete 500.000 e avete uno Stato indipendente e noi che siamo due milioni non ce l’abbiamo?» «Non ti preoccupare – è la risposta – quando sarete 500.000 ce l’avrete anche voi.»
Mojca, una preziosa amicizia nata in un ostello di Rio de Janeiro, è indaffaratissima con la sua tesi di dottorato in Estetica, ma trova il tempo di portarmi al Museo di Storia Contemporanea della Slovenia per la mostra sul Plakatna Afera, ovvero lo scandalo dei manifesti del 1987. Ogni anno si celebrava il compleanno di Tito, il 25 maggio, con una staffetta con la quale la Gioventù Comunista percorreva il Paese prima di giungere a Belgrado e rendere omaggio al presidente. Le repubbliche della federazione a turno ospitavano la partenza della staffetta e preparavano il testimone e i manifesti per l’evento. Nel 1987, in un clima già indipendentista, questi compiti toccarono alla Slovenia. La giuria designata scelse il manifesto proposto dallo studio Novi Kolektivizem: un uomo, giovane e biondo, brandisce il testimone, sul quale è scolpito il torrione del parlamento di Lubiana, mentre con l’altra mano regge una bandiera della Jugoslavia, la cui asta è sormontata da una colomba bianca. Il bozzetto venne pubblicato dal quotidiano «Politika» e un lettore segnalò che si trattava della rielaborazione di un’opera degli anni Trenta del designer tedesco Richard Klein: la bandiera nazista era stata sostituita con quella jugoslava e l’aquila con la colomba. Lo studio Novi Kolektivizem fa parte, con altri artisti come il gruppo musicale Laibach (Lubiana in tedesco), del collettivo Neue Slowenische Kunst. Essi lavorano sull’estetica del potere e della sottomissione rifacendosi alle tesi dello psicanalista sloveno Slavoj Żižek. L’intento di sovversione del totalitarismo non viene perseguito attraverso la critica, la denuncia o l’ironia, bensì, secondo una strategia di sovraidentificazione, mediante la messinscena, senza alcuna presa di distanza, dei simboli di cui si sono serviti i regimi nazifascisti, il socialismo reale, l’Occidente capitalista e i recenti nazionalismi. La NSK ha costruito le basi formali della propria estetica rifacendosi alle avanguardie artistiche degli anni Venti, così come avevano fatto le ideologie politiche del Novecento. Lo spettatore è portato a sperimentare il desiderio di sottomissione che ha animato le folle seguaci delle varie forme di totalitarismo, nelle quali viene costretto a specchiarsi. L’acquisizione di questa consapevolezza rappresenta, nelle intenzioni del collettivo, l’unico strumento disponibile per evitare che nella storia si ripeta la comparsa di sistemi repressivi.
La giornata si conclude al tavolino di un caffè che si affaccia sulla piazza dedicata alla Rivoluzione Francese. Qui è stato eretto un monumento al milite ignoto dell’armata napoleonica, «tombé pour notre liberté». Bostian lavora alla televisione nazionale slovena e mi parla di un pub che tutti chiamano “Bangladesh”. Anni fa, «back in the socialist era» dice Bostian, una troupe della televisione, la cui sede è di fronte al pub, fu mandata in Bangladesh a coprire un meeting dei Paesi non allineati; prima di andare all’aeroporto, i giornalisti andarono al pub, si ubriacarono e persero l’aereo. Alcune ore dopo il direttore della televisione telefonò al pub e la cornetta fu alzata proprio da uno dei giornalisti sbronzi. Il direttore, sorpreso, gli chiese: «Ma dove sei?» e la risposta fu: «In Bangladesh!»
Il treno Lubiana-Salonicco è un pezzo di antiquariato, vecchio di almeno cinquant’anni, che può soddisfare le pretese del più esigente amante del genere “malridotto alla balcanica”: gli scompartimenti del vagone-letto hanno su un lato tre cuccette sovrapposte, accanto al finestrino c’è un lavandino a scomparsa con lo specchio per farsi la barba e in fondo al corridoio c’è una poltrona che è la postazione del controllore, dalla quale egli può vedere se si accendono le lampadine rosse che segnalano le chiamate dei passeggeri. Il controllore che mi è toccato in sorte fumerà e sospirerà lamentoso per tutta la notte. Nell’intero vagone ci sono soltanto cinque passeggeri, tutti sui sessant’anni, e fino a Belgrado non salirà più nessuno.
Esco dalla stazione di Belgrado alle sette del mattino e mi incammino verso il centro. A poche centinaia di metri di distanza, lungo la via Nemanjina, sono ben visibili due edifici sventrati dai bombardamenti della NATO del 1999. È la prima volta che visito un Paese che l’Italia ha attaccato militarmente durante la mia vita.
Il centro storico sorse alla confluenza fra il Danubio e la Sava e frutto di confluenze sono le impressioni che raccolgo durante le mie passeggiate per la città. Knez Mihailova è un’isola pedonale cosmopolita, i suoi fianchi sono architetture di stile centroeuropeo che ospitano gli uffici di banche italiane e la sua spina dorsale è una teoria di caffè all’aperto, versione contemporanea e sponsorizzata da bibite americane e birre tedesche dei caffè ottomani. La percentuale dei fumatori è altissima, all’interno e all’esterno dei locali, e il Museo di Arti Applicate ospita una mostra intitolata Ars Fumandi. Lo stesso museo dedica una retrospettiva alla designer francese Charlotte Perriand, mentre alla Galleria di Arte Contemporanea c’è Breaking Step, rassegna dell’arte contemporanea britannica. Qui il gruppo Henry VIII’s Wives espone i suoi lavori basati sul progetto del Monumento alla Terza Internazionale di Tatlin custodito alla Novaja Tretyakova Galerija di Mosca. Ci sono, poi, le loro fotografie della serie Iconic Moments of the 20th Century e gli altrettanto intelligenti lavori di Adam Chozko, Nathan Coley, Jeremy Deller e del collettivo Inventory. Se isole pedonali e gallerie d’arte fanno pensare all’Europa centrale, un altro aspetto di Belgrado mi riporta a Mosca: la bellezza e l’eleganza delle donne; indimenticabile una splendida ragazza con un’incantevole camicetta di raso verde smeraldo, senza maniche e con una vistosa chiusura a fiocco sulla spalla sinistra.
I palazzi del potere sono grandiosi, come si addiceva al regno degli slavi meridionali nato dopo la Prima Guerra Mondiale e alla Repubblica di Tito, che era una potenza diplomatica e militare. In confronto, la Serbia attuale pare uno Stato che, messo in lavatrice alla temperatura sbagliata, ne è uscito ristretto. Il Museo Etnografico, tuttavia, «intende mostrare l’unità del popolo serbo riunito attorno a oggetti sacri in luoghi che, per secoli, hanno emesso il loro potere d’attrazione etnico e culturale» e la mappa esposta all’ingresso indica come «aree di etnia serba» gran parte della Bosnia e della Croazia, nonché il Kosovo e il Banato fino ad Arad e Temesvar. Vorrei conoscere la versione ufficiale degli eventi che hanno condotto alla dissoluzione della Jugoslavia, ma il Museo di Storia Jugoslava è chiuso a tempo indeterminato. Provo al Museo di Storia Militare. Nell’ultima sala sono esposti armi ed equipaggiamenti dei «terroristi albanesi del Kosovo», dei «ribelli croati» e dell’equipaggio di un caccia statunitense abbattuto nel 1999, accanto alle fotografie dei civili uccisi durante il bombardamento della città di Niš da parte della NATO. C’è anche una teca che contiene proiettili all’uranio impoverito utilizzati dai soldati della NATO. Le didascalie evidenziano la provenienza delle armi sequestrate ai croati e agli uomini dell’UCK (USA, Germania, Slovenia), ma non si fa cenno né all’origine, né all’evoluzione del conflitto fra la Serbia e la NATO.

martedì 7 settembre 2010

Vostok, parte sedicesima


Vedere l’Albania


I coniugi Tedeschini, Alma e Giuseppe, gestiscono l’unico bed&breakfast di Durazzo. La città è la porta dell’Albania per chi vi giunga, via mare, da occidente e la coppia svolge un compito analogo: introduce i viaggiatori alla conoscenza del proprio Paese.
Sono stato raggiunto in Albania da un’amica, Elena, e la casa in cui siamo stati accolti è un edificio del 1840, uno dei pochi che sopravvivono al boom edilizio. Con la democrazia è ritornata la proprietà privata e quasi tutti quelli che si sono visti restituire gli immobili nazionalizzati dal regime comunista li cedono ai costruttori in cambio di un paio di piani del grattacielo che prenderà il posto della loro vecchia proprietà.
Questa non è una casa qualunque: era la dimora del console dell’Impero Austro-ungarico, carica che i Tedeschini hanno ricoperto e tramandato di padre in figlio, dopo essere stati, per secoli e sempre per via ereditaria, consoli della Repubblica di Venezia. La Prima Guerra Mondiale ha spazzato via l’Impero, e con esso, l’attività di famiglia; oggi Giuseppe è un agronomo che si occupa di lotta biologica e integrata, ma l’attaccamento alla storia degli antenati è grande: il ritratto della principessa Sissi che troneggia nella sala da pranzo l’ha tenuto nascosto sotto il materasso per decenni, nel periodo in cui si finiva in carcere se sorpresi ad ascoltare Celentano o i Beatles.
Ben in evidenza, nella stessa camera, troviamo un catalogo fotografico dei possedimenti absburgici, stampato nel 1896 in occasione dei cinquant’anni di regno di Francesco Giuseppe; mi appassiono a sfogliarlo perché ritrovo le città che, prima di arrivare in Albania, ho visitato in Repubblica Céca, Slovacchia, Ungheria, Croazia e Slovenia. Il volume reca sulla prima pagina il timbro del console Tedeschini.
Alla sera, Alma ci raduna intorno a una carta geografica dell’Albania e si discute delle località da visitare il giorno seguente. Una volta scelta la meta, saccheggiamo la biblioteca di famiglia per avere informazioni storiche, archeologiche, etnografiche.
A Berat, per esempio, città fondata dai Bizantini e appartenuta poi ai Turchi, lo sviluppo novecentesco non ha intaccato la coerenza architettonica dei quartieri più antichi: Gorice, Mangalem e la Cittadella. La fitta trama dei loro edifici imbiancati a calce è intarsiata di chiese bizantine, moschee e dimore signorili dei Pasha, in una delle quali è allestito un pregevole Museo Etnografico. Le fotografie delle pubblicazioni turistiche li ritraggono dal basso, evidenziandone le numerose finestre, ma dai bastioni del castello, scrutandone i tetti e la pianta, se ne può apprezzare anche l’omogeneità.
Nella Cittadella, la chiesa bizantina di San Nicola è in avanzata fase di restauro; ci soffermiamo a osservare l’affresco di una parete interna, un santo il cui occhio sinistro è stato cancellato. In quel punto il dipinto presenta un incavo profondo un paio di centimetri. Si tratta di un fatto frequente nei paesi che furono soggetti all’Impero Ottomano, spesso riportato nei resoconti dei viaggiatori occidentali fin dal diciannovesimo secolo. In ogni caso il colpevole veniva individuato fra i Turchi o gli Albanesi musulmani, a dimostrazione della loro barbarie. Negli anni Ottanta dello scorso secolo il fenomeno fu sfruttato dalla propaganda serba contro gli albanesi del Kosovo, a cui venne attribuito, fra l’altro, l’accecamento dell’affresco della principessa bizantina Simonida nel monastero di Gračanica, nei pressi di Pristina.
Della questione si è recentemente occupato Božidar Jezernik, antropologo dell’Università di Lubiana, nel suo libro Wild Europe, The Balkans in the Gaze of Western Travellers. Jezernik dimostra che erano gli stessi fedeli ortodossi a incidere gli affreschi per asportarne la polvere che si credeva avesse il miracoloso potere di guarire i disturbi della vista. Il tutto con il beneplacito del clero, che per tollerare questa pratica intascava sostanziose offerte. Perché nessun viaggiatore occidentale aveva messo in dubbio la versione sfavorevole ai musulmani e indagato personalmente? Jezernik suggerisce che essi fossero preparati a vedere soltanto ciò che avevano già deciso che avrebbero visto in quelle remote e sconosciute regioni dell’Europa. Un po’ come accade, oggi, ai turisti occidentali che vedono nel resto del mondo soltanto poveri da compatire o luoghi pittoreschi davanti a cui sospirare, in modo da potersi sentire, contemporaneamente, buoni e superiori.
La denigrazione di un Paese prepara sempre la sua “civilizzazione”, ovvero la sua colonizzazione. Bismarck, ci racconta Giuseppe, sosteneva che in Albania ci fossero uomini con la coda; non era il solo, tant’è che Jezernik dedica all’argomento uno dei più gustosi capitoli del suo libro.
Non solo la vista, ma anche l’udito può ingannare: è forse perché il cognome Tedeschini suona italiano che una giovane londinese, dopo aver soggiornato nel B&B fra i cimeli absburgici, se ne è andata convinta che l’edificio fosse l’ex-consolato italiano.

domenica 5 settembre 2010

Vostok, parte diciassettesima


La casa dell’umorismo


Gabrovo è una città della Bulgaria centrale, i cui abitanti sono famosi per il loro attaccamento al denaro e la loro intraprendenza commerciale. Per tale motivo sono diventati i protagonisti delle barzellette bulgare sugli avari. Allo scopo di dimostrare la fondatezza di tali dicerie e, naturalmente, trarne profitto, il primo di aprile del 1972 essi hanno fondato la Casa dell’umorismo, deputata a raccogliere e tramandare le barzellette che li riguardano. Apprendo in questo modo che, in occasione della festa cittadina, gli abitanti di Gabrovo danzano in silenzio e con le scarpe foderate di feltro per attutire il rumore e sfruttare l’accompagnamento musicale dell’orchestra che sta suonando nella città più vicina. I boccali sono dotati di una protezione che permette di non bagnarsi i baffi con la schiuma della birra, evitando così di consumare un tovagliolo per asciugarli. Riproduzioni dei boccali e di altri oggetti caratteristici sono, ovviamente, in vendita nel negozio di souvenir della Casa.
Con il passare degli anni la Casa, il cui motto è «Il mondo dura perché ride», ha indetto una serie di competizioni internazionali di umorismo e satira, con sezioni per la pittura, la grafica, la scultura, la fotografia e le vignette, tutti campi nei quali oggi possiede una collezione strepitosa. Nel 1983 ha iniziato a pubblicare la rivista «A propos», il cui direttore, Todor Dinov, così descrive la Bulgaria nella prefazione al primo numero: «È un piccolo Paese dei Balcani, situato all’incrocio fra l’Europa e l’Asia. Da più di 1300 anni questo Stato porta lo stesso nome e non si è mai mosso dal suo posto. Ha resistito alle vicissitudini della storia, non per la forza della sua popolazione né per quella dei suoi eserciti, bensì per quella del suo sorriso». Fra le pagine della rivista, poi, ritrovo alcune conoscenze dei giorni precedenti: i diavoli che popolano gli affreschi del monastero di Rila e Otto Reisinger, il vignettista di origine slovena le cui tavole sono esposte alla Galleria Nazionale d’Arte di Sofia.
Meriterebbe uno spazio anche l’uomo che fa funzionare l’ostello in cui mi sono stabilito a Sofia: è un signore panciuto di circa cinquant’anni mal portati, con barba irsuta e capelli bianchi e arruffati, che non parla inglese ma conosce qualche parola di parecchie altre lingue, è strabico e molto gentile. Il suo numero più spassoso consiste nel mimare i turisti americani che gli hanno scassato la macchina per il caffè, le maniglie delle porte e la lavatrice. Nel farlo si aggira per l’ostello, ripete i gesti degli sciagurati ospiti, scuote la testa con faccia schifata e incredula e borbotta con il massimo disappunto «Amerikanski, amerikanski».
Deliziosi sono anche i miei ospiti a Madara, una località della Bulgaria nord-orientale. Il mio obiettivo è la visita della Goljamata peštera, la grande grotta in cui si praticava il culto di Dioniso e Cibele, e mi fermo in una casa per turisti che sorge accanto all’area archeologica. È una costruzione degli anni Sessanta, mai rinnovata e gestita da una coppia piuttosto avanti negli anni. La proprietaria mi parla cercando di infilare un po’ di inglese nel suo tedesco, mi mostra la stanza ohne bathroom e termina ogni frase con un accenno di inchino.
Il parco archeologico è celebre per il bassorilievo risalente all’VIII secolo che è riprodotto sulle monete bulgare: il khan uccide un leone, accompagnato dal cane che rappresenta il popolo fedele. Lo si raggiunge attraverso una scalinata che si apre in mezzo a un bosco, sulla cui cima mi appare, preannunciato dal suono di un flauto, un uomo in costume folcloristico che ha tutta l’aria di essere lì da quando Dioniso lo nominò guardiano dell’area sacra dedicata ai suoi culti. Ora finge di essere un venditore di strumenti musicali a fiato; compro un fischietto, che l’uomo sceglie premurosamente e mi porge accompagnato da una lunga serie di raccomandazioni per il bambino a cui regalerò l’oggetto.
Purtroppo le caverne non si possono visitare e, pertanto, me ne torno a casa. La sala bar è arredata da tre tavolini con poltroncine in metallo rivestite di pelle finta e consumata e la prima che ho provato ha ceduto perché aveva una gamba rotta. Sopra ogni tavolino ci sono tovaglie con stampi floreali e vasetti con piantine che crescono nell’acqua. Sul davanzale interno di un’ampia vetrata semicircolare sono schierati fiori in vaso e piante grasse, accanto a un televisore che trasmette la telenovela seguita dalla proprietaria. Le chiedo come si possa raggiungere Varna e la signora mi spiega che l’unica possibilità consiste nel prendere il treno del mattino per Šumen, dove potrò trovare la coincidenza per Varna. Considerato che dovrò percorrere alcuni chilometri a piedi per raggiungere la stazione, calcolo che uscirò di casa verso le 6,30 e, perciò, saldo il conto e saluto; sono l’unico cliente e non voglio costringere la signora ad alzarsi presto. Il mattino seguente, però, quando scendo dalla mia camera trovo la proprietaria che mi sta preparando il caffè.

venerdì 3 settembre 2010

Vostok, parte diciottesima


L’errore ontologico di Ceauşescu


Il treno notturno che da Varna mi porta a Bucarest ha come destinazione finale Mosca e appartiene alle ferrovie russe. I due provodniki del vagone sono già ubriachi prima della partenza e quello che mi controlla il biglietto non riesce a leggerlo nemmeno dopo aver inforcato gli occhiali e acceso la lampada del suo tavolino. Alla frontiera saranno strigliati dai poliziotti romeni perché non sapranno quanti sono i passeggeri del vagone, non riusciranno a contarci (siamo sette in tutto) e non troveranno neppure i propri documenti.
Radu, uno degli altri sei passeggeri, lavora a Bucarest per un parlamentare europeo romeno. Dalla stazione, raggiungiamo insieme il centro della città, dove Ceauşescu fece costruire la Casa del Popolo, un edificio smisurato e insignificante quanto Bulevardul Unirii, il viale che da esso si diparte. Nelle intenzioni del dittatore avrebbe dovuto oscurare la fama degli Champs Elysées e per realizzarlo fece radere al suolo uno dei quartieri più belli della Bucarest ottocentesca. Il boulevard è effettivamente più lungo di quello parigino di sei metri, ma l’essenza degli Champs Elysées non sta nelle dimensioni, nella forma di viale alberato fiancheggiato da edifici o nel nome paradisiaco. Sta nelle attività che le persone vi svolgono, le quali, a loro volta, attraggono altre persone e così via. Nulla di interessante, però, accade sul viale che porta alla Casa del Popolo.
Non è imponente neppure Piazza della Rivoluzione, sulla quale si affaccia il palazzo che fu sede del Comitato Centrale del Partito Comunista; qui Ceauşescu tenne il suo ultimo discorso, prima di ordinare di sparare sulla folla e tentare la fuga. Radu mi spiega che non è ancora stato allestito un museo che racconti i fatti del 1989 perché «è ancora troppo presto» e molti considerano la rivoluzione nient’altro che un colpo di stato organizzato da alcuni generali, in quanto non esisteva una vera e propria opposizione al regime. Con la fucilazione del dittatore, comunque, i romeni si scrollarono di dosso un governo che vessava i cittadini con politiche tanto opprimenti quanto prive di fondamento rispetto alle esigenze delle persone. La collettivizzazione agricola, per esempio, era necessaria all’economia quanto Bulevard Unirii lo era dal punto di vista urbanistico. L’etnografo e pittore Horia Bernea usa il termine «impostura» per definire il regime comunista; la parola sottolinea l’utilizzo di un apparato di falsità e menzogne, ed evoca, per consonanza, il ricorso a feroci imposizioni.
Ceauşescu giunse a definire «Epoca de Aur» gli anni che vanno dal 1965 al 1989, durante i quali, per pagare il debito estero, dirottò verso l’esportazione la produzione agricola e costrinse la popolazione alla denutrizione. Ad Alba Iulia una mostra racconta quel periodo in modo essenziale ma molto efficace, accostando propaganda e realtà: gli oggetti del “consumismo socialista”, per esempio, sono esposti a fianco dei rapporti della Securitate, la polizia politica che controllava gli insegnanti “calunniatori” e preparava “azioni” contro gli intellettuali dissidenti. La persecuzione di questi ultimi, tuttavia, non fu un’invenzione di Ceauşescu: Nicolae Baciu, alle cui opere oggi è dedicata una sala del castello di Bran, venne arrestato e torturato nel 1948, riuscì a evadere, attraversare a nuoto il Danubio e riparare in Jugoslavia. Arrestato anche lì, fuggì infine a Parigi, dove pubblicò le sue ricerche sul “tradimento” perpetrato alla conferenza di Yalta da Churchill e Roosevelt ai danni dei Paesi dell’Europa orientale.

giovedì 2 settembre 2010

Vostok, parte diciannovesima


Transilvania



Braşov, apparentemente, non è stata toccata dal secolo breve. Il suo centro è un’isola pedonale qualsiasi dell’Europa centrale, affollata nel tardo pomeriggio dai suoi abitanti. Un signore oltre i sessanta siede, solo, su una delle tante panchine di piazza Sfatului. Sopra una camicia rosa a maniche corte indossa un gilè grigio e una cravatta rossa, i pantaloni e le scarpe sono neri; l’abbigliamento denota cura ma non ricchezza. I capelli grigi sono imbrillantinati all’indietro e fuma una sigaretta con il bocchino. Una famiglia occupa una panchina di fronte alla sua, a circa cinque metri: padre, madre e bimba di due anni che piange a squarciagola. Il signore si alza, estrae una caramella e va verso la bambina. Attira la sua attenzione e le porge la caramella. La bimba smette di piangere. L’uomo si volta e torna alla propria panchina, con un ampio sorriso di soddisfazione sul volto.

Una coppia siede su un’altra panchina; sfogliano insieme un tabloid scandalistico. Leggono e commentano ad alta voce, con partecipazione, a tratti si accalorano. Lui ha almeno settant’anni, la pelle è scura e rugosa, la barba e i capelli bianchi, porta jeans scoloriti, un giubbotto di pelle nera e un berretto verde con visiera. Ai suoi piedi ha posato una borsa di cuoio chiaro. Lei sembra più anziana, ha un volto maschile, allungato, con gli stessi segni del tempo, e la bocca è sdentata. Un berretto di lana in testa, trattenuto da un foulard rosa legato sotto il mento. Indossa una camicia con uno stampato floreale sul bordeaux, un gilè grigio e ha una borsa nera a tracolla. Sotto la gonna spuntano spesse calze marroni, che un altro paio di calzini divide dalle scarpe di foggia maschile. Si direbbero entrambi vestiti con abiti recuperati da qualche ente di beneficenza.

La bambina che aveva ricevuto la caramella dal fumatore con il bocchino arriva di corsa di fronte alla coppia, si inciampa, cade e scoppia a piangere a squarciagola.

Nella Biserica din Deal, ovvero la chiesa sulla collina, di Sighişoara si fanno incontri inconsueti: un affresco in cui la Trinità è rappresentata da una testa con tre volti e lo Spirito Santo ha le sembianze di una fanciulla, un crocifisso ricavato da un albero i cui rami sono stati soltanto spuntati, un custode che vuole sapere cosa si conosce dei Daci in Italia. L’uomo ci tiene a sottolineare che la Transilvania è sempre stata una regione economicamente sviluppata grazie alla presenza di una consistente comunità di origine tedesca. A differenza dei principati di Moldavia e Valacchia, nel Medioevo la Transilvania apparteneva alla corona ungherese; dopo essere stata tributaria del sultano in seguito all’occupazione turca, nel 1687 entrò a far parte dell’impero austro-ungarico, al quale la Romania l’ha sottratta dopo la Prima Guerra Mondiale. La presenza delle popolazioni germaniche, però, è precedente al periodo absburgico; risale al XII secolo, quando il re ungherese Géza II fece arrivare nella regione un gruppo di coloni sassoni. Il primo documento relativo a Braşov è del 1235, quando la città si chiamava Kronstadt. Un secondo contingente di sassoni fu chiamato a difendere il fianco sud-orientale dei suoi possedimenti dal re Béla IV dopo le devastanti incursioni mongole del 1241. Da allora la composizione etnica della Transilvania è il risultato di tre elementi: ungherese, romeno e tedesco. La Riforma luterana vi fu introdotta nel 1542 da Johannes Honterus, un umanista che aveva studiato a Vienna e insegnato a Cracovia e Basilea. Geografo, cartografo, cosmografo e giurista, nel 1539 aveva avviato a Kronstadt la prima tipografia dell’Europa sud-orientale e nel 1547 allestito la più grande biblioteca dell’area. Un piccolo museo gli è stato dedicato all’interno della Biserica Neagră, la chiesa in stile gotico che deve il nome all’incendio che la annerì nel 1689. Il pavimento del suo spoglio interno è di legno chiaro, non lucidato, e le colonne e le pareti sono, rispettivamente, di color caffelatte e bianco avorio. Le pareti delle navate sono arredate con stalli di legno scuro, mentre le nervature del soffitto dell’abside sono di un verde pallido. L’armonia dei colori è perfezionata da 119 tappeti turchi, appesi ovunque, che sono prevalentemente ocra con un mihrab rosso mattone nella parte centrale. Vennero donati alla chiesa nel XVIII secolo dai commercianti locali di ritorno dall’impero ottomano.

Uno dei centri di diffusione dell’architettura gotica in Transilvania fu il monastero cistercense di Cârţa, fondato nel 1202 lungo il fiume Olt. Oggi esso è incluso nel circuito turistico che permette di visitare le oltre venti chiese fortificate della regione, elemento centrale dei villaggi sassoni. Come si può vedere bene a Moşna, la pianta dei villaggi ricorda la lisca di un pesce, in cui la chiesa è la testa da cui parte una strada ai lati della quale sorgono due file di case dalla forma stretta e allungata. Sulla via, ingentilito da un pergolato di vite, si affaccia il lato corto delle abitazioni e alle loro spalle si estende la striscia di terra che veniva assegnata a ogni famiglia secondo un criterio rigorosamente egualitario. I cittadini di origine tedesca costituivano all’inizio del XX secolo il dieci per cento della popolazione transilvana, ma molti di loro hanno abbandonato la Romania dopo il 1989 per trasferirsi in Germania. Vi è, comunque, un movimento in senso inverso: tedeschi sono i fondi che sostengono la manutenzione delle chiese fortificate, così come quelli che hanno permesso la ristrutturazione di un edificio che oggi è sede dell’ostello di Sighişoara.

Vista dai Balcani, la geopolitica europea della seconda metà dell’Ottocento ricorda una partita di risiko nella quale due giocatori, Francia e Russia, cercano di indebolire gli altri due, gli ottomani e gli Absburgo, che, all’inizio del gioco, hanno occupato i territori strategici. Nel tentativo di spolparli dei loro possedimenti si servono degli appetiti dei giocatori meno forti: Bulgaria, Romania, Serbia e Regno di Sardegna, poi d’Italia, le cui mosse sono spesso sorprendentemente simili e coordinate. Dopo la guerra di Crimea e con l’aiuto francese i principati di Moldavia e Valacchia diedero vita alla Romania, la cui indipendenza venne riconosciuta al Congresso di Berlino grazie al sostegno russo, così come avvenne per la Bulgaria.

Durante la Grande Guerra, poi, gli scambi di cortesie si fecero ancora più concreti. Nel novembre 1915, quando l’esercito serbo era in piena dissoluzione e cercava rifugio in Albania con la speranza di raggiungere la costa adriatica, l’Italia inviò un corpo di spedizione a occupare il porto di Durazzo per proteggere il fianco destro dell’esercito serbo in rotta.

Nel giugno 1918, fra i prigionieri di guerra concentrati nel campo di Avezzano vi erano anche dei romeni, i quali formarono una legione di volontari con il proposito di combattere a fianco degli italiani. Nel Museo Storico di Alba Iulia si può leggere una lettera in cui, nel novembre dello stesso anno, Sidney Sonnino scrive al Consiglio Nazionale dell’Unità Romena: «L’Italia non ha dimenticato con quale slancio patriottico e con quale nobiltà di sacrificio la Romania ha partecipato alla sanguinosa lotta, oggi vittoriosamente chiusa, per la liberazione dal giogo nemico e per il trionfo comune della libertà e della giustizia nel mondo. Al conseguimento dei più sicuri diritti politici e territoriali del popolo e della nazione romena il governo italiano darà tutto il suo appoggio». Analogo appoggio diede il governo francese e il primo dicembre 1918 si giunse alla proclamazione dell’unione della Transilvania alla Romania. Un altro boccone del defunto impero austro-ungarico venne assegnato dalle potenze vincitrici ai romeni nel 1920: la Crişana e parte del Banato (una fetta andò alla Serbia), regioni che erano diventate territori absburgici nel 1718 grazie alle vittorie militari di Eugenio di Savoia. Oggi, percorrendole, si fa fatica a pensare che siano mai appartenute ad altri, tanto evidente è l’impronta austro-ungarica nell’aspetto delle loro città.

I criteri di ammissione imposti dall’Unione Europea hanno spinto la Romania a ripristinare ufficialmente il bilinguismo, e talvolta il multilinguismo, di queste zone, come si vede dai tabelloni ferroviari in cui compaiono i nomi ungheresi delle città accanto a quelli romeni.

domenica 30 maggio 2010

Attraversare l'Italia “park-to-park”

Vi siete mai chiesti se sia possibile attraversare a piedi l'Italia settentrionale? E ora che ci state pensando, vi vengono in mente autostrade e strade statali che vi respingeranno come fiumi in piena? Oppure vi state deprimendo ad immaginare distese di grigi capannoni sormontati da gigantesche insegne multicolori? Mi sono posto le stesse domande un paio di anni fa, ma non mi sono perso d'animo e ho trovato una soluzione soddisfacente. Sì, l'Italia settentrionale si può attraversare a piedi e non è necessario inerpicarsi lungo i sentieri della Grande Traversata delle Alpi: basta passare da un Parco all'altro, ad un'altitudine che varia da zero a 2500 metri. Sappiate, infatti, che in Italia esistono 528 aree protette, fra Parchi e Riserve, Nazionali e Regionali (fonte: www.parks.it), e che molte di esse si trovano fra Ventimiglia e Trieste, quasi senza soluzione di continuità.


Ecco alcune indicazioni che potrebbero essere utili a chi volesse provare questo genere di viaggio:

Quanto camminare:

Non è indispensabile essere atleti per camminare nei Parchi; per allenarsi, le escursioni domenicali in montagna sono più che sufficienti. E' fondamentale, invece, conoscere il proprio organismo e tenere conto dei disturbi ai quali si è abitualmente soggetti. D'altra parte, uno degli aspetti positivi di questo tipo di viaggio è proprio la possibilità di mettersi alla prova e saggiare i propri limiti.
Io consiglio tratti giornalieri di cinque-otto ore, con un giorno di riposo settimanale, specialmente se il viaggio dura complessivamente più di due settimane. I giorni di cammino possono essere alternati a digressioni ferroviarie; per esempio, da Tirano, in provincia di Sondrio, si può raggiungere St. Moritz con il Trenino Rosso della Ferrovia Retica (www.rhb.ch).

Con chi partire:

La scelta è, ovviamente, libera, ma non disdegnate l'idea di partire da soli: sarete maggiormente predisposti a rivolgere la parola agli sconosciuti e altrettanto lo saranno gli sconosciuti nei vostri confronti. Lo scopo del viaggiatore è la propria trasformazione, e questa avviene grazie agli incontri più o meno casuali che si fanno.

Cosa portare:

Il peso del bagaglio non dovrebbe superare i 10 kg. Scegliete uno zaino più capiente del necessario perché durante il tragitto vi caricherete di innumerevoli oggetti. Indispensabili: tenda, pila frontale e cartine (buone le Tabacco, Kompass, IGC in scala 1:50.000).
Consigliato: un classico della narrativa di viaggio (Poe, Coleridge, Melville, Swift, Chatwin). Ci scoprirete un sapore che in poltrona non avevate mai percepito.

Quale itinerario scegliere:

Si viaggia meglio se si ha una meta. Non importa, invece, quale strada si prende per arrivarci. Due anni fa, per esempio, io partii dal Parco Naturale Adamello Brenta con l'obiettivo di arrivare a Torino; l'itinerario venne fuori di giorno in giorno, consigliato da svariate persone: guardiaparco, gestori di campeggi, ristoratori, baristi, pensionati, edicolanti, impiegati degli uffici turistici. Ottime risorse sono i Centri Visita dei Parchi e gli Ecomusei. L'anno scorso, invece, scelsi di seguire il fronte della Prima Guerra Mondiale fra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Slovenia, sempre facendo ricorso al metodo sopra esposto. Nei prossimi post descriverò gli itinerari completi.

Chi e cosa cercare:

In un viaggio tutti gli incontri hanno lo stesso valore e tutti sono indispensabili: persone comuni o celebri, uomini in carne e ossa o figure che sopravvivono nei ricordi, nei libri, sulle lapidi.

Dove camminare:

Oltre ai sentieri che si trovano all'interno dei Parchi, troverete ottimi itinerari in aree di interesse naturalistico e storico. Esempi imperdibili: il Sentiero Camillo Golgi, che collega Corteno e Aprica, in provincia di Brescia; il Sentiero del Viandante, lungo la sponda orientale del lago di Como; gli Itinerari Storici tra Carso e Isonzo.
Un'altra valida alternativa è costituita dalle piste ciclabili. Infine, quando sarete costretti, potrete passare da un Parco all'altro percorrendo strade sterrate o secondarie; inevitabile, in questo caso, chiedere informazioni sul posto.

Dove dormire:

Alcuni Parchi, per esempio quello delle Dolomiti Friulane, offrono eccellenti sistemazioni in foresterie o campeggi.


Ricordate che all'interno dei Parchi è vietato il campeggio libero; pertanto, qualora non vi fossero strutture per il pernottamento nel Parco che state attraversando, preventivate di raggiungere entro sera un centro abitato o un casale, dove chiedere il permesso di montare la tenda in un prato adiacente. Una volta ogni tanto, concedetevi una sosta in Bed&Breakfast: i proprietari più ospitali sono anche preziosi fornitori di informazioni e di letture serali. Un indirizzo sicuro: Casa della Rondine a Oro, sul lago di Como.

sabato 29 maggio 2010

Park-to-park: itinerario n. 1

Per l'organizzazione del viaggio vedi il post Attraversare l'Italia “park-to-park”

Primo giorno – Parco naturale Adamello Brenta

Campo Carlo Magno – Rifugio Malghette – Laghi del Malghetto di Mezzana – Malga di Sopra – Malga di Fazzon – Rifugio Val Piana – Ossana

Secondo giorno

Ossana – Volpaia – Stavel – Velòn – Malga del Pecé – Passo del Tonale

Terzo giorno – Parco Regionale dell'Adamello

Passo del Tonale – Ponte di Legno – Temù

Quarto giorno

Temù – C. Lissidini – Vezza d'Oglio – Fontanacce – Incudine al Vago – Mu – Edolo
(possibile escursione al Parco Nazionale Incisioni Rupestri di Naquane)

Quinto giorno

Edolo – Santicolo – Corteno Golgi – Le Fucine (possibile escursione alla Riserva Regionale delle Valli di S. Antonio) – Colonia – Aprica (possibile escursione al Parco Regionale Orobie Valtellinesi)

Sesto giorno – Riserva Naturale di Pian Gembro

Aprica – Pian Gembro – Mezzomonte – Musciano – Stazzona – Poietta – Bianzone – La Gatta – Cordini – Teglio

Settimo giorno – Strada del Vino

Teglio – S. Rocco – Mulini Rogna – Scranzi – Castionetto – Ponte – Tresivio – Poggiridenti – Montagna – Sondrio

Ottavo giorno – Sentiero Valtellina

Sondrio – Gherbiscione – S. Rocco di Fusine – C. Gerale – Selvetta – Sirta – S. Gregorio – Desco – Paniga – Parco della Besca – Isolabella – Traona – Mantello – Pusterla – Mezzomanico – Monastero – Dosso – La Colombara – Fabbrichetta

Nono giorno

Fabbrichetta – Trivio – Madonna di Val Pozzo – Curcio (Colico) – Chiaro – Rotondella – S. Rocco – Posallo – Sparese – Perdonasco – S. Rocco - Mondonico – Panico – Corenno Plinio – Dervio Villa – Chignolo – Oro

Decimo giorno

Oro – Vallatta di Bellano – Ombriaco – Biosio – Gittana – Varenna FFSS – Olivedo (imbarcadero) – Bellagio

Undicesimo giorno – La strada regia

Bellagio – Aureggio – Loppia – Guggiate – S. Giovanni – Crella – Ponte del Diavolo – Sassi Grosgalli – Cà Bianca – Casale – Cendraro – Morbia – Rozzo – Lezzeno – Bagnana – Ponisio – Calvasino -Sormazzana – Carvagnana – Valico di Cavagnola – Nesso – Quarazano – Pognana – Palanzo

Dodicesimo giorno – La strada regia

Palanzo – Lemma – Molina – Cappella di S. Rocco – Torno – Perlasca – Cazzanore – Meggianico – Mezzovico – Sorto – Sopravilla – Capovico – Brunate (stazione funicolare) – Como

Tredicesimo giorno

Grandate Breccia – S. Fermo – Cavallasca – Parè – Gironico – Olgiate Comasco – Beregazzo – Figliaro – Binago – Venegono Superiore – Castiglione Olona

Quattordicesimo giorno – Parco Sovracomunale Rile Tenore Olona

Castiglione Olona – Torba – Castelseprio – Carnago – Solbiate Arno – Albizzate – Quinzano – Crugnola – Cimbro – Vergiate – Sesto Calende – Golasecca

Quindicesimo giorno – Parco Lombardo della Valle del Ticino – Sentiero E1

Golasecca – Porto Torre – Canale Villoresi – Dogana Austroungarica – Tornavento – Ponte Castano – Cascina S. Maria – Ponte Ticino

Sedicesimo giorno - Parco Lombardo della Valle del Ticino – Sentiero E1

Ponte Ticino – Ponte di Cuggiono – La Fagiana – Cascina Prinetti – Casterno – Cascina Cornarasca – Colonia Enrichetta – Casscina Fontanone

Diciassettesimo giorno - Parco Lombardo della Valle del Ticino – Sentiero E1

Cascina Fontanone – Soria Vecchia – Vigevano – Parona – Mortara – Castello d'Agogna

Diciottesimo giorno – Parco del Po vercellese-alessandrino

Casale Monferrato – Ronzone – Vialarda – Pontestura – Camino – Castel S. Pietro Monferrato

Diciannovesimo giorno - Parco del Po vercellese-alessandrino e Parco fluviale del Po torinese

Castel S. Pietro Monferrato – Isolengo – Cantavenna – Zoalengo – Gabiano – Piagera – Ganoia – Camorano – Ronzo – Valentino – Tabbia – Brusasco – Cavagnolo – Mezzana – Luriano Po – Moriondo

Ventesimo giorno - Parco fluviale del Po torinese

Moriondo – Colombaro – Caserma – Saronsella – Serra – Castagneto Po – S. Raffaele Cimena – Gassino – Castiglione Torinese – S. Mauro Torinese - Torino

venerdì 28 maggio 2010

Park-to-Park: itinerario n. 2

Per l'organizzazione del viaggio vedi il post Attraversare l'Italia “park-to-park”

Primo giorno – Parco Naturale Dolomiti Friulane

Longarone Stazione FFSS – Ponte Campelli – Codissago – sentiero CAI 395a – Sant'Antonio – Casso – Trui dal Sciarbon – Erto

Secondo giorno – Parco Naturale Dolomiti Friulane

Cimolais (Camping Bresin) – Ponte Compol – sentiero CAI 374 – Casera Lodina – Forcella Lodina - Cimolais

Terzo giorno

Cimolais – S. Floriano – Pinedo – Claut – Lesis – Casera Casavento – Impronte del dinosauro - Claut

Quarto giorno – Riserva Naturale Forra del Cellina

Andreis – Osteria Molassa – Strada del Dint – Centro Visite Barcis – Sentiero del Dint – Vecchia Strada del Cellina – Osteria Molassa - Andreis


Quinto giorno

Andreis – Bosplans – Forcella di Pala Barzana – Pian d. Merie – Poffabro - Frisanco

Sesto giorno

Frisanco – Navarons – Romanis – Redona – Tramonti di Sotto

Settimo giorno

Tramonti di Sotto – Campone – Pradis di Sotto – Zuaniers – Clauzetto – Vito d'Asio

Ottavo giorno

Vito d'Asio – Pradis di Sopra – sentiero battaglia di Pradis – Forno – Pielungo – Castello Ceconi – Pielungo – strada Regina Margherita – Anduins – via Gleris – Vito d'Asio

Nono giorno

Cerdevol – Cuel di Forchia – Avasinis – Alesso – Lago dei Tre Comuni

Decimo giorno

Lago dei Tre Comuni – Interneppo – Bordano – Pioverno – Venzone - Gemona

Undicesimo giorno – Parco Naturale delle Prealpi Giulie

Resiutta - Povici – sentiero CAI 703 – S. Giorgio – Prato di Resia

Dodicesimo giorno – Parco Naturale delle Prealpi Giulie

Prato di Resia – sentiero CAI 638 – Raccolana – Sella Nevea

Tredicesimo giorno - Parco Naturale delle Prealpi Giulie e Triglavski Narodni Park (Slovenia)

Sella Nevea – Lago del Predil – Passo del Predil – Strmec – Log pod Mangartom – Kluže – Pot Miru (Sentiero della Pace) - Bovec

Quattordicesimo giorno

Bovec – Naklo – Čezsoča – Podnjivce – Žaga – Srpenica – Trnovo – Napoleonova Pot - Kobarid

Quindicesimo giorno

Kobarid – Ladra – Sv. Lovrenc – Kamno – Selišče – Volarje – Gabrjie – Dolje - Tolmin

Sedicesimo giorno – Pot Miru

Tolmin – Modrej – Most na Soci – Modrejce – Mengore – Volče - Tolmin



Diciassettesimo giorno – Riserva Naturale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa

Redipuglia – Dolina dei Bersaglieri – Doberdò – Centro Visite Gradina – Marcottini – Monte S. Michele – S. Martino del Carso – Devetachi – Visintini – Palchische – Micoli – Berne – Colle Nero - Centro Visite Gradina

Diciottesimo giorno – Riserva Naturale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa

Centro Visite Gradina – Castellazzo – Casa Cadorna – Doberdò – Lago di Pietrarossa – Centro Visite Konver – Monfalcone – Parco tematico della Grande Guerra

Diciannovesimo giorno – Riserva Naturale Regionale Foce dell'Isonzo

Monfalcone – Isola della Cona – Punta Spigolo – Isola della Cona


Laddove una tappa inizia in una località diversa da quella nella quale si era conclusa la precedente, si intende che è stato effettuato un trasferimento in autobus.

Ringrazio per il prezioso materiale fornitomi il Consorzio Culturale del Monfalconese (www.ccm.it).

domenica 9 maggio 2010

Costruire infrastrutture nell'interesse collettivo: una storia nepalese

Venti anni fa, Chhongba Lama Sherpa era uno dei giovani studenti che vivevano nel monastero buddhista di Taksindu. Questo gompa si trova a ridosso del Taksindu la, un passo, 3071 metri di altitudine, che costituisce un importante crocevia nella zona del Sagarmatha, parte della regione orientale del Nepal. Non esistono strade carrozzabili, ma da nord a sud si snoda un sentiero che collega Dudh Kunda a Salleri e prosegue verso Katari, mentre da ovest a est il sentiero che giunge da Jiri conduce a Namche Bazar e, poi, al Campo Base dell'Everest. Raggiungere o anche solo vedere la vetta di questa montagna, il cui nome ufficiale nepalese è Sagarmatha e che gli Sherpa chiamano Chomolungma, è l'obiettivo che si prefiggono gli alpinisti e i turisti che arrivano in quest'area. Tuttavia, solo una minima parte di essi transita per il passo di Taksindu; poiché la strada camionabile termina a Jiri, molti preferiscono evitare una settimana di cammino e proseguire in aereo fino a Lukla.

Chhongba è originario di Nunthala, una località che, a piedi, dista un paio d'ore dal monastero di Taksindu. Il suo cognome indica che appartiene all'etnia che si stabilì nella zona del Sagarmatha all'incirca tre secoli fa. Gli Sherpa giunsero attraverso i sentieri che permettevano le comunicazioni con le regioni himalayane più orientali: il loro appellativo è di origine tibetana e significa, appunto, “genti dell'Est”.
A partire dagli anni Cinquanta, alcune importanti figure dell'alpinismo francese hanno favorito l'arrivo in Europa degli Sherpa, introducendoli nell'ambiente dei rifugi di montagna. Le doti di resistenza all'alta quota permettono loro di lavorare per periodi di quattro o cinque mesi in strutture situate a più di 3000 metri di altitudine.
Compiuti i ventuno anni e ottenuto il passaporto, Chhongba intraprende questa strada. Trova lavoro dapprima nella regione francese dell'Alta Savoia e poi, otto anni fa, in Italia, presso il rifugio Vittorio Emanuele al Gran Paradiso. Negli anni successivi, lo raggiungono alcuni familiari, fra i quali la sorella Dolma, che attualmente lavora nel rifugio Quintino Sella al Monviso con il marito Lakpa Temba Sherpa.
Questi è un esperto alpinista ed è stato portatore e guida in spedizioni d'alta quota; per tre volte ha raggiunto la cima del Chomolungma. Come gli altri Sherpa che si dedicano a questa attività, ha messo da parte una discreta somma di denaro, ma ha deciso di smettere per due motivi: l'elevato rischio che il mestiere comporta e l'indignazione per il comportamento arrogante di molti alpinisti europei e americani nei confronti dei portatori, specialmente di quelli che li accompagnano solo fino ai campi base, più poveri e meno dotati fisicamente.

Durante le estati trascorse in Italia, Chhongba e Lakpa stringono legami con numerosi frequentatori dei rifugi; sono amicizie che nascono dalla stima reciproca, non dalla commiserazione o dall'adulazione: uniscono persone che evitano di incasellare il prossimo secondo gli stereotipi del “povero” o del “ricco”.
Lakpa e Chhongba diventano il punto di riferimento di quanti sono alla ricerca di informazioni per organizzare ascensioni o trekking in Nepal. Nel frattempo, i due nepalesi sviluppano un progetto: dotare i loro villaggi d'origine di infrastrutture al servizio della collettività, che costituiscano la base per il suo sviluppo economico e sociale. Ne parlano, in Italia, con alcuni amici, volontari del Soccorso Alpino Saluzzese, a cui propongono di contribuire, innanzitutto, alla costruzione di un presidio sanitario a Nunthala, in una zona densamente abitata, dove la struttura ospedaliera più vicina dista tre giorni di cammino.
Chhongba e Lakpa coinvolgono i rappresentanti delle comunità di Nunthala e dei villaggi circostanti nella messa a punto di un progetto che viene approvato dall'Autorità competente, la quale si impegna a garantire la presenza di due operatori sanitari. Il finanziamento viene assicurato dalla Delegazione Saluzzese del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, che, nel 2004, decide di celebrare così il suo mezzo secolo di attività. Per la realizzazione dell’opera vengono assunti artigiani del posto e utilizzati materiali ricavati in loco.
Nel 2006 il presidio diviene operativo sotto il controllo di un comitato di gestione, eletto dai rappresentanti dei villaggi interessati. La struttura, costituita da due ambulatori, un dispensario e due alloggi per il personale, pratica l’assistenza sanitaria di base ed utilizza farmaci il cui acquisto è finanziato dal Soccorso Alpino. Essa dispone, inoltre, di un concentratore d'ossigeno, apparecchio utile per il trattamento delle insufficienze respiratorie.

Intanto, forti dell'esperienza maturata nella fornitura di appoggi logistici agli alpinisti europei, nel 2006 Lakpa e Chhongba hanno fondato un'agenzia turistica, la Monviso Treks & Expedition, con sede a Kathmandu. Nell'attività hanno coinvolto molti familiari, fra i quali i quattro fratelli di Lakpa, tutti alpinisti che hanno già raggiunto la vetta del Chomolungma. Durante la stagione turistica nepalese, che si conclude nel mese di aprile, lavorano attualmente per la Monviso decine di persone, reclutate, soprattutto, nella zona di Phaplu, una località che dista un giorno di cammino da Nunthala ed è dotata di una pista di atterraggio per piccoli velivoli.

A partire dal 2007, i due nepalesi e gli amici italiani si dedicano alla seconda parte del progetto: la costruzione di un impianto idroelettrico che possa fornire energia al presidio sanitario, alla scuola frequentata da circa 300 bambini ed alle abitazioni di Nunthala e dei villaggi circostanti, Deku, Hewa, Chhulemu e Taksindu, per un totale di circa duecento famiglie. Alla popolazione verrà offerta una fonte energetica alternativa all’utilizzo della legna, attenuando, in tal modo, il processo di deforestazione che sta interessando la zona. La legna da ardere, infatti, è il combustibile utilizzato per cucinare, riscaldare le abitazioni e assicurare docce calde ai turisti. Essa viene attinta da foreste di abeti e rododendri piuttosto distanti dai villaggi, i quali sono circondati da estesi terrazzamenti coltivabili, ricavati meticolosamente dai fianchi dei monti. Pertanto, il trasporto, che avviene per mezzo di gerle che gli Sherpa caricano sulla schiena e sostengono, tramite una cinghia, con la fronte, è oltremodo faticoso.
La progettazione della centrale, capace di produrre 28 chilowatt, è affidata a una ditta nepalese, così come la fornitura e il trasporto dei materiali necessari. Ciascuna delle famiglie interessate offre dieci giornate di lavoro, gestite da un gruppo di diciotto persone elette dalle comunità dei cinque villaggi. Terminati i lavori, si insedierà un comitato di gestione formato da dieci persone, donne e uomini che si sono particolarmente prodigati per la realizzazione del progetto; essi si avvarranno del lavoro di due dipendenti a tempo parziale. Anche il monastero di Taksindu verrà allacciato alla rete elettrica, su richiesta degli abitanti, i quali ne apprezzano il compito di promozione sociale e culturale.

Il 5 aprile 2010 la centrale idroelettrica viene inaugurata alla presenza della popolazione dei villaggi raggiunti dal servizio, insieme con i volontari e gli amici del Soccorso Alpino di tutto il Piemonte. Chhongba e Lakpa ricevono il plauso di tutti: nel corso degli ultimi sei anni hanno generosamente messo le loro capacità di leadership a disposizione della popolazione, la quale, a sua volta, ha dimostrato di saper agire in vista dell'interesse collettivo, con uno spirito di cooperazione libero da particolarismi. I discorsi ufficiali, privi di retorica, sottolineano i legami di amicizia, affetto e reciproca riconoscenza che si sono stabiliti fra le persone che hanno collaborato alla realizzazione del progetto. Tuttavia, la sintesi più benaugurante sta, probabilmente, nelle parole pronunciate da un fabbro che vive e lavora in uno dei villaggi nei quali è arrivata l'elettricità: «D'ora in poi, la sera potrò finire il lavoro con calma e, dopo, leggere o aiutare i miei figli a fare i compiti e studiare.»