venerdì 11 maggio 2018

Sacco e Vanzetti 90/40 - Aldino Felicani

Nel 2017 si è ricordato un duplice anniversario:
novanta anni fa, il 23 agosto del 1927, il calzolaio pugliese Nicola Sacco e il pescivendolo piemontese Bartolomeo Vanzetti, furono ingiustamente messi a morte sulla sedia elettrica per un crimine che non avevano commesso;

quaranta anni fa, nel 1977, Michael Dukakis, all’epoca governatore del Massachusetts, riconobbe ufficialmente l’errore giudiziario e riabilitò la memoria dei due italiani.


Il testo seguente è la traduzione di materiali presentati ad una conferenza sul caso Sacco-Vanzetti tenutasi alla Public Library di Boston nell'ottobre 1979. Li mise a disposizione dello scrivente il professor Marcello Garino, rappresentante negli anni '70 del Comitato Provinciale Sacco e Vanzetti di Cuneo, che nel 1977 aveva accompagnato negli Stati Uniti la sorella di Bartolomeo Vanzetti, Vincenzina, e che partecipò alla conferenza del 1979. Le relazioni vennero pubblicate nel 1982 in Sacco-Vanzetti: Developments and Reconsiderations - 1979. Conference Proceedings, Boston, Trustees of the Public Library of the City of Boston - 1982; la pubblicazione è consultabile gratuitamente sul sito https://archive.org 


Aldino Felicani nacque a Vicchio, in provincia di Firenze, nel 1891. All’età di dodici anni si trasferì con la famiglia a Bologna, dove iniziò a lavorare come apprendista tipografo. Qui conobbe due attivisti libertari, Zavattero e Maria Rigier. Quest’ultima, incarcerata con la consueta accusa di oltraggio alla stampa, propose ad Aldino di continuare la pubblicazione del foglio antimilitarista Rompete le file, cosa che lo espose al rischio di fare la stessa fine della donna. Continuamente braccato dalla polizia, egli giunse negli Stati Uniti nel 1914 e si stabilì a Cleveland, dove cominciò a pubblicare il periodico La questione sociale. Più tardi si trasferì a New York, dove lavorò inizialmente come lavapiatti e poi come tipografo. Nel 1918 arrivò a Boston, dove trovò lavoro come linotipista presso il quotidiano La notizia; in seguito comprò una piccola tipografia, “The Excelsior Press”, dove avrebbe lavorato con i due figli, Anteo e Arthur, per tutta la vita.
Grazie a lui fu formato il Comitato di difesa Sacco e Vanzetti, di cui egli fu il tesoriere. Successivamente, iniziò a pubblicare L’agitazione che, tradotta in varie lingue, divenne conosciuta in molte parti del mondo. Questo giornale fu seguito da Controcurrent e poi da Lantern, scritto in parte in inglese e in parte in italiano, e, ancora più tardi, da Controcorrente, che durò fino alla caduta del regime fascista in Italia.
Felicani conservò le lettere, i manoscritti e tutto il materiale pubblicato riguardanti il caso Sacco-Vanzetti. Nel 1958 Norman Thomas Di Giovanni, un giovane giornalista e scrittore che si stava occupando del caso, entrò in contatto con Felicani. I due divennero amici e Di Giovanni iniziò a lavorare con passione alla classificazione dell’enorme mole di documenti raccolta da Felicani. Nel 1979 questo archivio fu donato alla Boston Public Library da Anteo e Arthur, i figli di Aldino, scomparso nel 1967.
Oreste Fabrizi, amico e collaboratore di Felicani, lo descrive così: “Aldino è conosciuto in tutto il mondo per la sua dedizione alla causa di Sacco e Vanzetti. Incrollabile antifascista, egli fu un implacabile nemico di qualsiasi forma di regime dittatoriale. A partire dalla sua adolescenza e fino al suo ultimo respiro partecipò attivamente ovunque fosse necessario lavorare per difendere gli oppressi in nome dei diritti umani. Uomo di carattere encomiabile, diventava metodico, saldo e tenace ogni volta che voleva raggiungere un obiettivo. Durante le nostre innumerevoli conversazioni ricordava spesso le lotte del passato, il lavoro compiuto e quello da compiere nel futuro, il tutto sempre con ottimismo, fiducia, umiltà e modestia. Si batté per tutte le cause nobili e giuste, e così lo ricordano tutti quello che l’hanno conosciuto. Per lui era sempre meglio fare poco piuttosto che niente, con lo stesso stile dell’indimenticabile Salvemini, che, quando voleva lavorare a pieno regime, ci ripeteva spesso che se uno dispone solo di mille mattoni non può costruire un palazzo per cui ne servono decine di migliaia.
Convinto difensore del suo ideale di riscatto dell’umanità, questo anarchico idealista della Romagna lavorò sempre gratuitamente, senza pretese né arroganza o insolenza. Ogni volta che il termometro di Controcorrente segnava febbre alta, mi chiedeva di ricordare ai compagni e agli abbonati le nostre difficoltà finanziarie. Molti conti rimanevano da pagare, perché la sua gentilezza e la sua comprensione erano tali che egli non aveva la forza di pretendere ciò che gli era dovuto. Egli giunse a dirmi: “Oreste, quando si ricorderanno e avranno i soldi, verranno da me.” La porta dell’ufficio di Controcorrente, che era la stessa porta della tipografia, era aperta a tutti. Aldino non chiedeva mai a nessuno l’appartenenza politica. Grazie alla sua sensibilità per i problemi sociali, economici e politici, egli era stimato da molti importanti liberali americani, che lavorarono con lui in varie occasioni. La sua presenza ispirava fiducia, e per questo motivo si moltiplicarono sia gli amici sia la stima nei suoi confronti.
Controcorrente era uno strumento di demolizione, l’arena dove egli, con misurata precisione, combatté energicamente e con passione tutti i nemici della libertà, contro la violenza e l’ingiustizia sociale, e specialmente contro il fascismo, che aveva in lui uno dei più ostinati avversari. Egli era un intimo amico e un grande ammiratore di Gaetano Salvemini, il quale, dalle pagine di Controcorrente, documentò e denunciò i misfatti dei fascisti e del Duce.
Controcorrente non era il giornale esclusivamente personale di Aldino Felicani. Le sue pagine erano aperte a tutti. Egli desiderava che chiunque avesse qualcosa di serio da dire lo usasse. Nicola Tucci, Angelica Balabanoff, Massimo Salvadori, Giorgio Di Santillana, Davide Jona, Enzo Tagliacozzo, Gaetano Salvemini1, e molti altri, collaborarono e scrissero liberamente, contestando i pensieri e le azioni di altri senza limiti di censura. Aldino trascorse la maggior parte del tempo occupandosi della “Piccola Posta”, che egli riteneva il mezzo più efficace per tenere un dialogo diretto con i compagni, per far conoscere e capire il suo pensiero, per rendere note le sue opinioni e le sue idee libertarie.”
Enzo Tagliacozzo giunse in America nel 1941, dopo un anno trascorso in Inghilterra. Per tre anni lavorò ad Harvard come assistente di Salvemini. Entrò in contatto con gli antifascisti italiani, frequentò il Circolo Operaio di Somerville, formato da socialisti e libertari, e conobbe Felicani, il quale, ovviamente, lo invitò a collaborare a Controcorrente. “La figura imponente e la vigorosa stretta di mano di quel gigante buono - dice Tagliacozzo - nascondevano uno spirito molto sensibile che reagiva prontamente e istintivamente contro ogni ingiustizia. Libertario e anarchico, Felicani non rinunciò mai alla sua profonda convinzione che il migliore dei mondi possibili fosse quello caratterizzato da giustizia e libertà per tutti. Di fronte agli eventi che accaddero fra le due guerre mondiali, però, cominciò ad ammorbidire le sue posizioni di partenza. Iniziò a mitigare il suo intransigente pacifismo quando prese in considerazione la necessità di prevenire una vittoria nazista in Europa e nel mondo. Sebbene non coltivasse alcuna illusione sul regime interno della Russia sovietica, il sacrificio di vite umane patito dalla Russia nella guerra contro le dittature di destra fu innegabile e doveva essere sostenuto. Ciò non gli impedì di ricordare che l’Internazionale Comunista era diventata la longa manus dello Stato sovietico russo e di denunciare ciò che i comunisti avevano fatto in Spagna, sotto ordine di Stalin, per distruggere il POUM trozkista e l’opposizione anarchica, la morte di Camillo Berneri2, e i molti episodi che rafforzarono la sua profonda avversione di libertario nei confronti della Russia comunista.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Felicani aveva imparato a distinguere fra l’America di Harding e Hoover e quella di Roosevelt, fra le quali esisteva, dal punto di vista culturale e politico, un abisso. Egli riconosceva le differenze esistenti fra la legislazione sociale e il sostegno ai lavoratori che caratterizzarono il New Deal e il cieco conservatorismo dei Repubblicani. La politica economica di Roosevelt aveva contribuito ad uscire dalla morsa della crisi mondiale, mentre quella estera, dopo le esitazioni dei primi anni, aveva fatto dell’America l’arsenale della democrazia e, con l’intervento nella Seconda Guerra Mondiale, aveva contribuito in modo decisivo alla sconfitta dei Nazifascisti. La stessa resistenza russa, che fu uno dei fattori determinanti per la vittoria degli Alleati, non sarebbe stata possibile senza l’equipaggiamento militare fornito da Roosevelt. Felicani si rendeva perfettamente conto di tutto ciò ed aveva una grande ammirazione per le capacità di Roosevelt.
Venendo al lato italiano, bisogna dire che Felicani nutriva un’enorme stima per Salvemini, in cui vedeva un vero idolo. La prodigiosa attività di questo leader antifascista durante il suo soggiorno in America lasciava Felicani stupefatto. Inoltre, egli amava il carattere appassionato di Salvemini, la sua assoluta intransigenza morale e il suo sdegnoso rifiuto di qualsiasi compromesso con gli uomini e le forze contrari ai suoi ideali. Felicani non solo apprezzò tutto ciò, ma lo condivise pienamente.”
Dopo la caduta di Mussolini, Salvemini si rimise in contatto con Ernesto Rossi3 e con tutti i numerosi amici ed ammiratori che aveva in Italia. Il fedele Felicani pubblicò, allora, gli articoli che Salvemini scrisse per Il Ponte di Calamandrei, per Critica Sociale di Mondolfo, e per altre riviste. Negli anni 1944-45 Salvemini e i suoi amici erano molto impegnati con il quindicinale L’Italia Libera. Questa rivista e Controcorrente si sostennero a vicenda, per esempio in occasione del dibattito che divise la Mazzini Society (fondata anni prima da Salvemini e altri esuli italiani); Felicani e Controcorrente, infatti, appoggiarono Salvemini nella feroce critica della politica verso l’Italia di Churchill, accusato di voler salvare la monarchia, e della politica di Roosevelt, che - secondo Salvemini - avrebbe permesso a Churchill di fare ciò che voleva in Italia. Egli criticò anche il gruppo di Sforza Tarchiani e Ascoli che non voleva attaccare apertamente i potenti leader di Gran Bretagna e Stati Uniti.
Va sottolineata anche la pubblicazione da parte di Controcorrente di una serie di pamphlet di Salvemini, fra cui sono particolarmente importanti “Sulle relazioni fra Stato e Chiesa” e “Per una concentrazione di Repubblicani e Socialisti in Italia.” E’ quasi superfluo dire che Felicani sostenne energicamente la campagna di Salvemini per l’abolizione del Concordato con la Chiesa Cattolica stipulato da Mussolini.

(Oreste Fabrizi - Enzo Tagliacozzo)


Ecco la descrizione del funerale di Sacco e Vanzetti data da Aldino Felicani: “Nel frattempo avevo ordinato migliaia di fasce rosse da mettere al braccio, con la scritta in nero “La Giustizia Crocifissa - 22-23 agosto 1927.” Poi quella domenica mattina giunse. Era una giornata molto buia, stava quasi per piovere. Cominciai a vedere persone che conoscevo. Vidi gente di Chicago, di Detroit, di Paterson, New Jersey, di New York. C’era un imponente afflusso di gente da tutte le parti. Era una cosa incredibile. Era difficile camminare in Hanover Street. Le vie laterali erano piene di gente. Era una massa di esseri umani. Noi eravamo al quartier generale a distribuire le fasce. Joe Moro e tutti gli altri erano in giro. Decidemmo di far partire il corteo dal North End Park. Sparsi la voce di infilare le fasce tre o quattro isolati dopo il North End Park. Io ero nella macchina con Rosa Sacco e Luigia Vanzetti. Si trattava della macchina delle famiglie che seguiva il carro funebre. Partimmo all’incirca all’una, nel primo pomeriggio. Vorrei aver avuto la capacità di descrivere la massa di persone radunate in quella parte della città.
Il North End Park. era un vasto parco ed era pieno di gente come Hanover Street. Ce n’era sui tetti e alle finestre. Mi chiedevo come facessero quelle case a non cadere. Quando le fasce furono indossate, la polizia a cavallo entrò in azione. C’era così tanta gente che i cavalli non riuscivano a muoversi. Omaggi floreali erano giunti da ogni parte. C’erano macchine e macchine e macchine cariche di fiori. Fiori molto belli. Anche il quartier generale era pieno di fiori.
Quando arrivammo a Scollay Square, c’era un banchetto che distribuiva The Nation. The Nation aveva in prima pagina un disegno di Boardman Robinson che si intitolava “Justice Crucified.” Lì cominciò la distribuzione del giornale. Fu quando la polizia attaccò, travolgendo la gente con i cavalli e rompendo la fila del funerale.
Quando raggiungemmo Tremont Street la fila era spezzata. Cominciò a piovere piuttosto forte. La gente camminava senza impermeabili nè cappelli. Era impossibile andare giù in Beacon Street. Era impossibile usare altre strade. Ma alla fine riuscimmo a raggiungere il luogo della cremazione.
La violenza della polizia a Forest Hill fu qualcosa di indescrivibile. La gente fu presa a manganellate e quasi uccisa. I corpi di Sacco e Vanzetti furono cremati a Forest Hill. C’era un assembramento di gente da Beacon a Forest Hill. I giornali della sera parlarono di milioni di persone che che avevano assistito al funerale sotto una pioggia che veniva giù a secchiate. Arrivammo a Forest Hill e Jackson aveva scritto il discorso d’addio. Decidemmo che doveva essere Mary Donovan a leggerlo. Volevano che lo facessi io. Io non me la sentivo di fare niente del genere. Mary Donovan fu molto lieta di farlo e lo fece bene. La sala nel cimitero era molto piccola; una normale sala di un crematorio. Fu una faccenda molto commovente. Quando fu tutto finito, la gente se ne tornò semplicemente in città. Io accompagnai la signora Sacco e la signora Vanzetti dove vivevano. Passai un po’ di tempo con loro e poi andai a casa. Questo è tutto.”

(Alexander Cella)


Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti 90/40 è il titolo di una campagna di Amnesty International per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo.


1G. Salvemini (1873-1957) divenne alla fine del secolo scorso uno dei maggiori storici italiani. Aderì al Partito socialista e si batté per il suffragio universale e per la soluzione della questione meridionale. Combatté con i suoi scritti il malcostume politico dell’epoca giolittiana. Si allontanò poi da Turati e dal marxismo e nel 1911 lasciò il Partito socialista. Eletto deputato nel 1919, si schierò contrò Mussolini e contro gli aventiniani, dirigendo la rivista Non mollare! Arrestato, riuscì nel 1925 ad espatriare prima in Francia, poi a Londra e, infine, negli Stati Uniti, dove fu Professore all’Università di Harvard. Fu tra i fondatori di Giustizia e Libertà, da cui si distaccò quando l’organizzazione cominciò a collaborare con i comunisti.
2C. Berneri (1897-1937) espatriò in Francia nel 1926 a causa del suo antifascismo. Combatté nella legione internazionale durante la guerra civile spagnola. A Barcellona fondò e diresse il giornale Guerra di classe. Fu ucciso dai comunisti catalani.
3E. Rossi (1897-1967) fu uno dei fondatori di Non mollare! e diresse l’organizzazione segreta di Giustizia e Libertà. Confinato dai fascisti a Ventotene, fondò con Altiero Spinelli il Movimento federalista europeo. Membro del Partito d’Azione, nel dopoguerra fu sottosegretario nel governo Parri. Nel 1955 fu tra i fondatori del Partito Radicale.

lunedì 16 aprile 2018

Sacco e Vanzetti 90/40 - La comunità italoamericana e l'élite del New England

Nel 2017 si è ricordato un duplice anniversario:
novanta anni fa, il 23 agosto del 1927, il calzolaio pugliese Nicola Sacco e il pescivendolo piemontese Bartolomeo Vanzetti, furono ingiustamente messi a morte sulla sedia elettrica per un crimine che non avevano commesso;

quaranta anni fa, nel 1977, Michael Dukakis, all’epoca governatore del Massachusetts, riconobbe ufficialmente l’errore giudiziario e riabilitò la memoria dei due italiani.


Il testo seguente è la traduzione di materiali presentati ad una conferenza sul caso Sacco-Vanzetti tenutasi alla Public Library di Boston nell'ottobre 1979. Li mise a disposizione dello scrivente il professor Marcello Garino, rappresentante negli anni '70 del Comitato Provinciale Sacco e Vanzetti di Cuneo, che nel 1977 aveva accompagnato negli Stati Uniti la sorella di Bartolomeo Vanzetti, Vincenzina, e che partecipò alla conferenza del 1979. Le relazioni vennero pubblicate nel 1982 in Sacco-Vanzetti: Developments and Reconsiderations - 1979. Conference Proceedings, Boston, Trustees of the Public Library of the City of Boston - 1982; la pubblicazione è consultabile gratuitamente sul sito https://archive.org 



Alla maggioranza degli italoamericani sembrava evidente che Sacco e Vanzetti fossero perseguitati semplicemente perché erano due immigrati italiani. Per questo motivo il processo fece nascere una certa unità fra gli immigrati italiani con idee politiche diverse.

All’interno della comunità, tuttavia, le opinioni e gli interessi differivano e l’esame delle reazioni al caso dei due anarchici può servire a chiarirli.
I cosiddetti prominenti, che rappresentavano il settore più potente, erano fortemente preoccupati da due aspetti del caso: l’impatto sul futuro dell’immigrazione dall’Italia e le idee politiche di Sacco e Vanzetti. Le imminenti restrizioni all’immigrazione erano percepite come una seria minaccia sia dai prominenti che dal Governo italiano. La prima legge in materia, il Quota Act, fu promulgata nel 1921 e la seconda nel 1924; entrambe ridussero il numero di italiani ammessi negli Stati Uniti. Ai prominenti era chiaro che le gesta degli anarchici e i loro effetti sull’opinione pubblica americana avrebbero potuto giustificare ulteriori restrizioni e si affrettarono a prendere le distanze. Un esempio di tale atteggiamento è il telegramma che i Figli d’Italia del Massachusetts inviarono al Governatore Fuller dopo che questi rifiutò la grazia a Sacco e Vanzetti:

“Riaffermiamo la nostra sincera fiducia nell’integrità e imparzialità che avete dimostrato verso tutti gli abitanti dello Stato, e vi assicuriamo la nostra amicizia e devozione.”1

L’atteggiamento verso la questione dell’immigrazione, comunque, non era del tutto omogeneo all’interno della comunità. Per esempio, Angelo Faggi, un anarchico espulso durante i “Red raids”, scrisse in un articolo pubblicato nel 1920 dal settimanale anarchico milanese Lotta di Classe: “Dobbiamo far sapere ai nostri lavoratori tutte queste verità, perché non emigrino negli Stati Uniti, dove troverebbero soltanto delusione, umiliazioni e persecuzioni.”
La maggior parte delle lettere e dei resoconti dagli Stati Uniti pubblicati in quegli anni dalla stampa anarchica italiana esprimeva la stessa amarezza. Gli italiani espulsi o perseguitati che tornavano in Italia denunciavano immancabilmente l’immagine dell’America presentata dai giornali e dalle agenzie ufficiali. Non solo non c’era richiesta di manodopera, accusavano, ma tutto ciò che l’America offriva erano disoccupazione, desolazione, violenza e povertà.
Ovviamente, anche le idee politiche di Sacco e Vanzetti divisero la comunità. La stampa italoamericana legata ai settori più integrati e cooptati della comunità, infatti, sviluppò un’analisi a dir poco originale del radicalismo. L’idea era che chi non accettava i valori e lo stile di vita americani non fosse sano di mente. Il Carroccio, una rivista italiana pubblicata a New York, pubblicò nel febbraio 1920 un articolo intitolato “Il radicalismo e gli immigrati stranieri” in cui si poteva leggere: “Gli immigrati stranieri che vogliono sovvertire le istituzione americane devono essere trattati come paranoici e megalomani.” Un altro esempio si trova ne La Gazzetta del Massachusetts del febbraio 1919, che metteva in guardia i suoi lettori dai “maniaci politici bolscevichi o dell’IWW.”
I prominenti, in conclusione, mascherarono la loro decisione di non difendere Sacco e Vanzetti sotto un’apparente difesa degli immigrati italiani, proprio mentre le autorità americane utilizzavano lo status di immigrati dei due imputati per screditare i loro ideali e, più in generale, il dissenso dei radicali e dei lavoratori.

   (Luisa Cetti, Università di Milano)


Barbara Miller Solomon, della Harvard University, prima di occuparsi del caso Sacco-Vanzetti, aveva compiuto uno studio sulla vecchia élite del New England, i “Bramini”, come essi stessi amavano definirsi, o i “Veri Bostoniani”, come altri li hanno chiamati. In Antenati e Immigrati ha tracciato lo sviluppo del movimento restrizionista contro l’immigrazione fra quei Bramini che sostennero il concetto della superiorità razziale degli Anglo-Sassoni per giustificare la fine della politica di libera immigrazione degli Stati Uniti. Ci fu una minoranza di Bramini che sostenne il più antico ideale Yankee di accettazione degli stranieri immigrati in quanto potenziali cittadini Americani. Tuttavia, i Bramini restrizionisti videro le loro richieste accolte nella legislazione anti-immigrazione del 1921 e del 1924. Le posizioni che i diversi componenti di questo gruppo sociale tennero nei confronti del caso Sacco-Vanzetti vanno indagate perchè influirono sul suo sviluppo e sulla sua successiva interpretazione.
I Bramini del New England formavano la “nobiltà” locale, basata sulla discendenza da antiche famiglie Yankee, sebbene alcuni “nuovi arrivati” erano entrati a farne parte attraverso matrimoni o grazie al proprio talento. Tutti si consideravano, ed erano percepiti, come appartenenti ad una casta privilegiata che aveva l’onere di fissare i modelli di comportamento per l’intera comunità. Essi vivevano a Boston, in Beacon e Marlborough Street, o nelle cittadine dei dintorni, e Boston era il centro dei loro interessi economici e culturali. All’inizio del ventesimo secolo essi erano consapevoli dei problemi derivanti dall’industrializzazione, dall’urbanizzazione e dall’immigrazione; ma le aspettative della società democratica erano cambiate e richiedevano un nuovo approccio alle questioni sociali. La filantropia non era più sufficiente per soddisfare la domanda di equità sociale, né per cancellare povertà e privilegi. Mentre la maggioranza dei Bramini si opponeva ai sindacati, la componente liberale ne ammetteva la necessità, arrivando, in alcuni casi, a sostenere alcuni scioperi. I Bramini si divisero in sostenitori e oppositori del suffragio femminile, facendo di Boston un punto di riferimento per entrambi gli schieramenti. Fra i Bostoniani della upper-class dell’epoca, quindi, si trovavano sia i conservatori sia i radicali; tuttavia, alle elezioni presidenziali del 1912 pochi di loro furono fra il milione di Americani che votò per il candidato socialista Eugene Debs. Un numero maggiore appoggiò l’etica riformista di Woodrow Wilson e di Theodore Roosevelt, ma la maggior parte di essi rimase legata al Partito Repubblicano, conservatore, di William Howard Taft.
La Prima Guerra Mondiale non fece che acuire le tensioni fra i Bramini di orientamenti diversi: una parte di essi, infatti, si schierò contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti e lavorò perchè si giungesse alla pace al più presto, e altre divergenze sorsero a proposito degli obiettori di coscienza, dei cittadini Americani di origine tedesca e degli altri dissidenti. La fine della guerra non portò l’armonia e Boston non fu immune all’ondata di xenofobia che attraversò la nazione. Le tensioni sociali che l’emergenza bellica aveva fatto rimanere in sospeso esplosero violentemente in tutti i centri urbani industrializzati. A Boston si ebbero degli scontri fra i radicali e la polizia in occasione del Primo Maggio. La paura degli agitatori bolscevichi condusse ai Palmer Red Raids, “spedizioni”, organizzate dal Ministro della Giustizia Palmer, che portarono all’espulsione di migliaia di stranieri negli anni 1919 e 1920. La scarsa tolleranza delle diversità serpeggiante fra le classi colte apparve evidente quando il Wellesley College licenziò Emily Greene Balch, una docente di economia, per la sua partecipazione alle proteste dei radicali contro la guerra. L’appartenenza al gruppo dei Bramini non le fu sufficiente per salvarsi.
Inoltre, nel 1919, in seguito al tramonto della prosperità economica di Boston dovuto alla crisi post-bellica, le aspettative dei lavoratori locali vennero frustrate dalla disoccupazione e dall’inflazione. Una serie di scioperi venne indetta dai dipendenti della compagnia telefonica, delle ferrovie e delle industrie tessili. Nell’autunno del 1919 la situazione degenerò in seguito all’entrata in sciopero dei poliziotti, efficienti ma mal retribuiti; la città fu travolta da un’ondata di violenza finché non intervenne la Guardia Nazionale. I poliziotti che avevano aderito allo sciopero non furono più assunti, ma i cittadini non seppero che, in precedenza, il Commissario di Polizia Curtis aveva deliberatamente ignorato un piano elaborato dal Sindaco Peters e da una commissione presieduta dal Bramino liberale Storrow, piano che avrebbe portato ad un compromesso ed evitato lo sciopero.
Mentre i conservatori conclusero che i poliziotti erano diventati dei “matti bolscevichi”, il ristretto gruppo dei Bramini liberali vide in questo sciopero il segnale della crisi di comunicazione fra le diverse componenti della comunità. Per porre rimedio a questa situazione, John Codman, Elizabeth Glendower Evans e Margaret Shurtleff guidarono la League for Democratic Action, un forum pubblico e indipendente dove tutte le parti del mondo del lavoro potevano esporre i propri punti di vista. Le stesse persone, insieme ad altri Bostoniani, attivarono il Sindacato per le Libertà Civili del New England e, nel 1920, la loro Chiesa Comunitaria non settaria.
Ben presto, però, un nuovo e complesso caso attirò l’attenzione di questi elementi liberali. Il 5 maggio 1920 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, immigrati italiani, anarchici, uno operaio in un calzaturificio e l’altro venditore ambulante di pesce, vennero arrestati a bordo di un tram. I due uomini pensarono di essere vittime di una delle spedizioni di Palmer contro i “rossi”. Chiesero aiuto agli amici anarchici e, prontamente, Aldino Felicani attivò il Comitato di Difesa Sacco-Vanzetti. Un mese più tardi i due vennero formalmente accusati di omicidio.
Alcuni Bramini inziarono a seguire il caso e quando, da maggio a luglio del 1921, il processo richiamò una folla di osservatori, fra di essi spiccò la figura di Elizabeth Glendower Evans. Nei sette anni successivi ella divenne il tramite fra gli anarchici del Comitato di Difesa Sacco-Vanzetti e i simpatizzanti liberali di Boston, e aiutò generosamente il Comitato, sebbene non ne condividesse sempre le strategie. Uno sguardo alle sue precedenti attività può spiegare la sua dedizione a questa causa.
Nel 1920 Elizabeth Glendower Evans era ormai un’esperta sostenitrice di numerose riforme progressiste. Le radici del suo coinvolgimento risiedevano nell’insolita e informale educazione ricevuta. Nata nel 1856 in una famiglia conservatrice, i Gardiner, frequentò la congregazione del liberale Phillips Brooks e meditò di diventare una missionaria prima di conoscere Glendower Evans, suo futuro marito. Questi era un ricco outsider proveniente dalla Pennsylvania, considerato un ribelle dalla propria famiglia per aver frequentato lo Harvard College. Dopo il loro matrimonio, nel 1882, Elizabeth assorbì le idee del marito in materia di religione e società, idee che in seguito sostenne come membro del consiglio di amministrazione delle Scuole Riformate del Massachussets e come innovatrice nella riforma carceraria. William James e Louis Brandeis, intimi amici del marito, scomparso quattro anni dopo il matrimonio, divennero i suoi mentori intellettuali e personali, e i saggi di Ralph Waldo Emerson le sue letture preferite.
La guerra ispano-americana del 1898 destò i primi sentimenti di opposizione di Evans alla politica estera americana. Come William James, era un’anti-imperialista. Un decennio più tardi si interessò alle questioni sociali e, spinta da Brandeis, andò in Inghilterra per studiare il movimento sindacale. Al suo ritorno entrò in contatto con i circoli che si battevano per il suffragio femminile e, dopo aver tenuto un comizio su questo argomento ai cancelli di una fabbrica, comprese l’importanza del suffragio femminile come mezzo per migliorare le condizioni dei lavoratori. Queste attività le fecero incontrare Robert LaFollettes, il quale viveva nel Wisconsin e la mise in contatto con gli attivisti sociali del Midwest.
In seguito concentrò la sua attenzione sui problemi dei lavoratori e condusse la crociata che portò, nel Massachussetts, alla legge sul salario minimo per le donne, la prima degli Stati Uniti. Partecipò ai picchetti della Lega dei Sindacati delle Donne durante uno sciopero a Roxbury nel 1910 e fu attiva a Lawrence nel 1912 e nel 1919, anche se possedeva delle azioni nelle aziende interessate dagli scioperi.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale sconvolse il suo ottimismo riformista, ma presto si unì ad uno straordinario gruppo di donne americane che parteciparono con Jane Addams alla Conferenza dell’Aja nel 1915 per decidere, insieme alle leader delle donne europee, cosa fare per giungere in fretta alla pace. Sebbene Evans ammirasse il Presidente Woodrow Wilson, si oppose alla leva obbligatoria e sostenne con grande riluttanza l’entrata in guerra degli StatiUniti. Dopo la guerra mantenne una relazione personale con Wilson e nel 1921 gli scrisse per esprimere la sua amarezza alla notizia che il Presidente aveva negato la grazia a Eugene Debs, imprigionato per la sua campagna contro la guerra.
Il caso Sacco-Vanzetti era legato a tutte le questioni di cui Elizabeth Glendower Evans si era occupata precedentemente: i diritti dei carcerati, dei lavoratori, degli immigrati, dei radicali, delle donne e degli obiettori di coscienza. Elizabeth Glendower Evans ebbe un ruolo cruciale nella sensibilizzazione dei Bostoniani, poichè si assicurò il sostegno di influenti Bramini e pubblicizzò il processo con la sua presenza e con i suoi scritti. Nei suoi numerosi articoli comparsi su La Follettes Magazine, Survey, Unity e altri periodici, analizzò il caso evidenziando i pregiudizi della corte.
Almeno tre generazioni di Bramini furono divise dal caso Sacco-Vanzetti, ed esso mise alla prova i valori dell’élite del New England, opponendo chi sosteneva il vecchio ordine e la legalità a chi cercava di trascendere le limitazioni per impedire un errore giudiziario.
Evans coinvolse molte donne, le quali, dopo aver seguito il processo, si convinsero che questo non era stato equo. Quelle che approfondirono la conoscenza di Sacco e Vanzetti duranti i sette anni di prigionia credettero, alla fine, nella loro innocenza. Si trattava di donne che guidavano organizzazioni femministe, associazioni di beneficenza e gruppi religiosi, impegnate per i diritti dei lavoratori, per la pace e per i diritti civili. Molte avevano circa quarant’anni, cioè venti o venticinque di meno della sessantacinquenne Elizabeth Glendower Evans e della sua coetanea Alice Stone Blackwell. Blackwell pubblicava il The Woman’s Journal, sosteneva gli Armeni residenti a Boston ed era una socialista ben più radicale della madre, Lucy Stone, abolizionista e pioniera dei diritti delle donne.
Molti dei Bramini espressero le proprie opinioni sul caso soltanto in privato. Fra coloro visibilmente attivi ci furono i membri della League for Democratic Action, come Margaret Shurtleff, madre di sei figli, campionessa di tennis, ex-studentessa del MIT, e Katharine Bowdich Codman, presidentessa dell’Associazione Distrettuale delle Infermiere e moglie di Ernest Codman, un eminente chirurgo che condivideva le idee della moglie e del cugino, John Codman. Seguirono il processo anche dei Bostoniani di adozione. Una di essi era un’amica dei Codman, la dottoressa Alice Hamilton, eminente tossicologa, pioniere della medicina industriale, unica donna alla Facoltà di Medicina di Harvard. Avendo lavorato per vent’anni a stretto contatto con gli Italiani a Hull House, conosceva le idee anarchiche diffuse fra gli immigrati disillusi dall’America. Vi era poi Jessica Henderson, un’ex-imprenditrice che era stata incarcerata per aver manifestato al Boston Common durante una parata in onore del Presidente Wilson. Era una pacifista e, al tempo del processo, era membro del femminista Partito della Donna e capo della Società Anti-Vivisezione. Anche Gertrude Winslow, segretaria della Chiesa Comunitaria era coinvolta, così come Cerise Carmen Jack, moglie di un docente di Harvard, e la sua amica Virginia MacMehan, che si occupavano di diritti civili.
L’inglese dei due prigionieri migliorò notevolmente, in particolare quello di Vanzetti, grazie alle lezioni impartite dalla signora Jack e dalla signora MacMehan. Sacco e Vanzetti ricevettero e lessero libri di storia, filosofia e letteratura americana. Vanzetti trovò e apprezzò un elemento anarchico negli scritti di Emerson. Non abbandonarono mai il loro ideale anarchico, ma avevano un eroe in comune con Evans e Blackwell: Eugene Debs. Chi conobbe i due prigionieri rimase colpito dal loro amore per i familiari e gli amici, e nessuno poté credere che si trattasse di due assassini dal sangue freddo.
Durante i sette terribili anni di detenzione queste donne aiutarono la famiglia di Sacco a sopravvivere e cercarono di confortare in qualche modo i prigionieri, isolati in celle separate per la maggior parte del tempo, portando loro frutti, fiori e libri. Jessica Henderson andò in Italia con la figlia nel 1923 per rassicurare le famiglie di Sacco e Vanzetti circa l’innocenza e l’imminente liberazione dei loro cari. Nel 1927 Gertrude Winslow compì lo stesso viaggio, ma non riuscì ad infondere ottimismo negli ansiosi parenti che incontrò. Nello stesso anno Jessica Henderson, sapendo quanto Vanzetti desiderasse rivedere la sorella Luigia prima di morire, la portò a Boston. Qui, senza avvertire nessuno, condusse l’addolorata signorina Vanzetti dal Cardinale O’Connell, che invitò le due donne per un tè e pregò con loro. Queste donne furono ingiustamente criticate per la loro opera. Ricorrendo ai peggiori stereotipi, vennero descritte come donne “anziane”, “con i capelli bianchi”, sentimentali, screditando, in questo modo, le loro opinioni sul controverso caso.
Non fu difficile per queste donne, che pure non erano esperti avvocati, riconoscere le strategie impregnate di pregiudizi del giudice Thayer e del Procuratore Distrettuale Katzmann. Il giudice era consapevole dell’importanza della presenza delle donne, ed un giorno mandò a chiamare Lois Rantoul, che rappresentava la Federazione delle Chiese di Boston. Quando egli le chiese cosa pensasse del processo, Rantoul rispose di non aver “udito prove sufficienti per convincerla che gli imputati fossero colpevoli”. Egli si mostrò sorpreso e infastidito, e le assicurò che sarebbe tornata da lui pensando il contrario dopo aver ascoltato gli interrogatori e le argomentazioni dell’accusa. Quando il giudice la convocò una seconda volta, però, lei sottolineò che la testimonianza del datore di lavoro di Sacco, chiamato dalla difesa, aveva dimostrato che Sacco godeva presso di lui di una buona reputazione. Il giudice ignorò l’osservazione, sostenendo che Kelley, il datore di lavoro, aveva detto in un’altra occasione che “Sacco era un anarchico e non sapeva che farsene di lui”. Nel rapporto che scrisse per la sua organizzazione, nonché in un affidavit redatto nel giugno 1926 e in una dichiarazione resa al Comitato Consultivo de Governatore, Rantoul affermò che aveva trovato l’osservazione del giudice “non vera”.
Il Foro di Boston sapeva che la correttezza del processo era messa in discussione da più parti, ma i suoi leader si mostrarono indifferenti od ostili e cercarono di tenersi alla larga dal caso. L’avvocato William Thompson si rifiutò nel 1921 di assumere la difesa degli imputati, ma due anni dopo, seppur con riluttanza, entrò nel caso e ne rimase totalmente assorbito. Il suo atteggiamento verso il caso e, alla fine, verso Sacco e Vanzetti, mutò radicalmente, come scrive John Farwell Moors, un Bramino liberale, membro della Corporazione di Harvard: “Egli era una strana persona da tirare dentro un tale caso. I due imputati, oltre ad essere anarchici, erano due fannulloni. Nessuno avrebbe potuto essere meno comprensivo di lui nei loro confronti. Egli ne parlava con disprezzo quando il caso divenne importante, e con uguale disprezzo definì “sdolcinatezze” le loro esternazioni e “sciocchi sentimentali” la loro eterogenea schiera di sostenitori. Ma una volta entrato nel caso, non si fermò. Ci teneva troppo alla legalità e nutriva un grande rispetto per le procedure legali. Sebbene all’inizio non fosse convinto dell’innocenza di Sacco e Vanzetti, riconobbe che essi non avevano ricevuto il processo equo a cui avevano diritto. “Era un dovere dello Stato del Massachussetts”, egli disse, provvedere a tale processo. Alla fine, poi, Thompson si convinse dell’innocenza dei due uomini, e, alla vigilia della loro esecuzione, si sedette nella cella di Vanzetti, e lo ascoltò come si ascolta un profeta o un santo.” Thompson pagò a caro prezzo la dedizione al caso. Era un brillante avvocato, laureatosi con lode a Harvard, sposato con una donna dell’élite di Boston, e, tuttavia, perse i suoi clienti e venne isolato dai colleghi.
Quando la Corte Suprema del Massachussetts esaminò l’ultimo appello, un numero crescente di persone si preoccupò del caso. Felix Frankfurter, un giovane professore liberale della Facoltà di Giurisprudenza di Harvard, che fino ad allora aveva evitato di farsi coinvolgere, scrisse un brillante articolo che apparve sull’Atlantic Monthly. Egli era da tempo al corrente dei fatti grazie ai Brandeis, e invitò la signora Evans a tenere una lezione sul caso. L’articolo di Frankfurter colpì e fece infuriare il Foro di Boston, e, inoltre, spinse all’azione i cittadini dotati di senso civico e buona volontà. John Farwell Moors ottenne l’appoggio del Vescovo William Lawrence, capo della Diocesi Episcopale del Massachussetts, il quale acconsentì a recarsi, in compagnia di altri rispettabili cittadini, a chiedere l’intercessione del Governatore dello Stato. Rispondendo alla protesta di questi cittadini, il Governatore Fuller ordinò un’inchiesta. Il comitato che nominò comprendeva il Rettore di Harvard Lowell, il Rettore del MIT Stratton e Robert Grant, giudice in pensione e letterato, nonché vecchio amico di Lowell. Benchè non ci fosse un presidente ufficiale, Lowell fu la figura dominante nel comitato. I Bramini di ogni tendenza furono soddisfatti per la nomina di Lowell.
Egli aveva molto in comune con la signora Evans; entrambi si identificavano con il patrimonio culturale del New England, sostenevano la libertà di coscienza e si sentivano in dovere, in quanto membri della classe privilegiata, di servire la comunità. Come Rettore di Harvard, Lowell si sentiva il leader di questa comunità. Non era un uomo in cerca di popolarità, ed era ritenuto un conservatore indipendente ed un difensore dei diritti civili. Sebbene avesse incoraggiato gli studenti di Harvard a servire come volontari durante lo sciopero dei poliziotti, aveva ignorato la richiesta degli ex-alunni di licenziare Harold Laski, un lettore che aveva sostenuto gli scioperanti. Si era, inoltre, rifiutato di agire contro il Professore di Giurisprudenza Zachariah Chafee per le sue interpretazione in senso liberale di alcuni casi collegati ai Red Raids. Nel momento dello scalpore suscitato dall’articolo di Frankfurter aveva messo a tacere i Sorveglianti di Harvard che si erano opposti alla pubblicazione dell’articolo mentre la Corte Suprema del Massachussetts stava esaminando l’appello per un nuovo processo. Ad essi Lowell rispose: “Volevate che Frankfurter aspettasse ad esporre il suo punto di vista dopo l’esecuzione dei due uomini?”
Nonostante questi esempi di apertura mentale, però, le posizioni di Lowell su altre questioni politiche erano ben lontane da quelle dei Bramini liberali. Nel 1916 si era opposto alla nomina di Brandeis alla Corte Suprema degli Stati Uniti, sostenendo che Brandeis non godeva della fiducia del Foro di Boston. Mentre ricopriva la carica di Rettore di Harvard era stato per anni vice-presidente della Lega per la Restrizione all’Immigrazione, con i cui fondatori condivideva l’idea che l’America fosse minacciata dall’influsso di immigranti dall’Europa sud-orientale appartenenti a “razze straniere”. Nei primi anni Venti fece turbò profondamente gli ex-alunni di tendenza liberale proponendo delle restrizioni all’iscrizione di studenti ebrei e provocò l’indignazione dei Bramini di tradizione abolizionista decidendo che i pochi studenti di colore non dovessero vivere con le altre matricole. Lowell non era una persona facilmente catalogabile; non accettava mai le opinioni altrui prima di essersi formato la propria. Tuttavia, gli avvocati della difesa rimasero sorpresi ed increduli di fronte alla mancanza di imparzialità ed accuratezza con cui Lowell condusse i lavori del Comitato. Il Comitato di Difesa di Sacco e Vanzetti fu particolarmente costernato dal fatto che i lavori non fossero aperti al pubblico e alla stampa; inoltre, solo il rapporto del Comitato, redatto da Lowell, venne reso pubblico.
Dichiaratamente, nel rapporto finale - e ancor di più in una precedente versione preparata da Lowell - il Comitato diede un peso notevole alle prove circostanziali contro Sacco e Vanzetti. Fu riconosciuto che le prove contro Vanzetti erano deboli. Durante le audizioni Lowell minimizzò o screditò gli alibi forniti da testimoni italiani. Più tardi egli commentò che gli italiani “trovano sempre degli alibi”.
Forse gli esami balistici compiuti da Goddard a giugno avevano indebitamente influenzato Lowell, tanto da impedirgli di condurre le audizioni con obiettività. Lowell, in ogni caso, si era convinto della colpevolezza di Sacco e Vanzetti, e non mise mai in dubbio il proprio giudizio. John Farwell Moors, che rimase un buon amico di Lowell, disse a Felix Frankfurter che “Lawrence Lowell era incapace di pensare che due italiani potessero aver ragione e la magistratura Yankee avere torto.”
In conclusione, il rapporto del Comitato Consultivo appoggiò il verdetto della corte del giudice Thayer e non vide alcun segno di pregiudizio nel comportamento del giudice o del procuratore distrettuale Katzmann. Alcune lettere private spedite a Lowell da Calvert Magruder, un giovane professore della Facoltà di Giurisprudenza di Harvard, dimostrarono in modo convincente che il rapporto aveva eccessivamente semplificato la presentazione del caso, e che “non aveva afferrato la reale forza delle asserzioni degli imputati.” La maggior parte dei Bostoniani e degli Americani accettò senza riserve le conclusioni di Lowell. Per i Bramini, che avevano creduto nella superiorità della loro leadership morale, il caso provò in modo tragico l’incapacità dei loro leader di ammettere i propri pregiudizi, consci o inconsci che fossero. I Bramini liberali, in particolare quelli della generazione diventata adulta appena prima della Prima Guerra Mondiale, rimasero sconvolti dalle conclusioni di Lowell. Alcuni, come Catharine Huntington, nota regista teatrale, scrissero a Lowell per esprimergli la loro sensazione di tradimento. Per quanto i rappresentanti della legge abbiano cercato di spegnere il ricordo di Sacco e Vanzetti, il caso rimase in vita e continuò a scuotere le coscienze dei Bostoniani. Ne sono una prova l’appello del 23 agosto 1947, firmato da intellettuali, scrittori, giornalisti, avvocati, professori universitari e sindacalisti, ed il proclama del Govenatore del Massachussetts, Michael Dukakis, emesso nel 1977 affinché “ogni stigma ed onta venga per sempre cancellata dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, dai nomi delle loro famiglie e dei loro discendenti.”

(Barbara Miller Solomon, Harvard University)


Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti 90/40 è il titolo di una campagna di Amnesty International per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo.

1Il testo del telegrammma si trova in Anna Maria Martellone, Una Little Italy nell’Atene d’America, Napoli, 1973, p. 438.

martedì 13 marzo 2018

Sacco e Vanzetti 90/40 - La Salute è in Voi

Nel 2017 si è ricordato un duplice anniversario:
novanta anni fa, il 23 agosto del 1927, il calzolaio pugliese Nicola Sacco e il pescivendolo piemontese Bartolomeo Vanzetti, furono ingiustamente messi a morte sulla sedia elettrica per un crimine che non avevano commesso;

quaranta anni fa, nel 1977, Michael Dukakis, all’epoca governatore del Massachusetts, riconobbe ufficialmente l’errore giudiziario e riabilitò la memoria dei due italiani.


Il testo seguente è la traduzione di materiali presentati ad una conferenza sul caso Sacco-Vanzetti tenutasi alla Public Library di Boston nell'ottobre 1979. Li mise a disposizione dello scrivente il professor Marcello Garino, rappresentante negli anni '70 del Comitato Provinciale Sacco e Vanzetti di Cuneo, che nel 1977 aveva accompagnato negli Stati Uniti la sorella di Bartolomeo Vanzetti, Vincenzina, e che partecipò alla conferenza del 1979. Le relazioni vennero pubblicate nel 1982 in Sacco-Vanzetti: Developments and Reconsiderations - 1979. Conference Proceedings, Boston, Trustees of the Public Library of the City of Boston - 1982; la pubblicazione è consultabile gratuitamente sul sito https://archive.org 

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, quando arrivarono in America a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 1908, non erano anarchici né avevano particolari idee politiche. Entrambi provenivano da famiglie più agiate di quelle della maggior parte degli emigranti, benché non si potesse dire che fossero famiglie ricche. Vanzetti proveniva da una famiglia cattolica e apolitica di Villafalletto, in Piemonte; Sacco da Torremaggiore, in Puglia, da una famiglia nominalmente cattolica, ma di tradizione mazziniana, repubblicana e anticlericale.
Nel 1913 entrambi erano diventati dei convinti anarchici, sostenitori de La Cronaca Sovversiva, il giornale diretto da Luigi Galleani. Il nome di Sacco appare per la prima volta sulla rivista il 6 agosto 1913, fra le note e le lettere della “Piccola Posta”. La nota di Sacco riguarda il denaro che lui e altri avevano raccolto per aiutare i lavoratori incarcerati durante il recente sciopero alla fabbrica Draper di Hopedale. Egli si firmò Ferdinando Sacco, nome che usò sempre nei rapporti col giornale, e che non cambiò in Nicola fino a qualche anno dopo. Negli anni seguenti il nome di Sacco appare sempre più frequentemente nella “Piccola Posta”: partecipa a picnic e conferenze, recita negli spettacoli teatrali, raccoglie denaro per aiutare i prigionieri politici e gli scioperanti incarcerati. Va a sentire gli oratori anarchici che fanno propaganda nelle fabbriche di Milford: Carlo Tresca, Elizabeth Gurley Flynn, Joe Ettor, Arturo Giovannitti, e, ovviamente, Luigi Galleani.
Nel 1914, per una coincidenza, i nomi di Sacco e Vanzetti appaiono per la prima volta insieme nella pagina dei sostenitori de La Cronaca Sovversiva, ma i due si incontreranno di persona solo alcuni anni dopo.
Nell’agosto 1916 gli anarchici di Milford volevano organizzare una serie di incontri per aiutare gli operai in sciopero degli stabilimenti siderurgici di Mesabi Range, in Minnesota. Volevano usare i locali del municipio, ma le autorità di Milford negarono il permesso, e gli incontri si tennero in un altro luogo. Il 3 dicembre dello stesso anno Cronaca Sovversiva riferiva che la polizia aveva arrestato tre anarchici per aver organizzato senza permesso un altro incontro per sostenere gli scioperanti di Mesabi; Sacco era uno dei tre. Fu condannato a tre mesi di reclusione a Milford, ma venne assolto in seconda istanza dalla Corte d’Assise di Worcester. Dicembre fu un brutto mese per Sacco. Poco dopo il suo arresto, morì la figlia Alba, nata da meno di un mese.
Nonostante questa tragedia, nel maggio 1917, poco dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, Ferdinando Sacco lasciò la moglie e il giovane figlio per andare in Messico con i compagni anarchici. Fu in questa occasione che incontrò per la prima volta Bartolomeo Vanzetti.
Dal suo arrivo negli USA, Vanzetti era passato di lavoro in lavoro, spostandosi da New York al Connecticut, prima di stabilirsi in Massachusetts. Da Worcester, dove lavorava alla costruzione di un bacino idrico, mandò il suo primo contributo di 25 cents a Cronaca Sovversiva, il 30 novembre 1912. Qualche mese più tardi si trasferì a Plymouth, dove trovò una sistemazione insieme ad un altro anarchico, Vincenzo Brini. A Plymouth, come la maggior parte degli immigrati, trovò lavoro alla Plymouth Cordage Plant, in quel momento la più grande fabbrica di cordame del mondo, che prosperava rifornendo l’Europa in guerra.
Sulle colonne di Cronaca Sovversiva i proprietari di questa fabbrica erano sarcasticamente descritti come dei capitalisti ipocriti e paternalisti, che cercavano di accontentare gli operai dando loro tavoli da ping-pong invece di salari più alti. Nel gennaio 1916 essi rimasero spiacevolmente sorpresi da uno sciopero; i militanti di Cronaca Sovversiva erano in prima linea, e Galleani, esperto di questi conflitti, giunse a Plymouth per battersi alla testa dei lavoratori.
Sebbene all’epoca dello sciopero non lavorasse più alla Cordage, Vanzetti partecipò attivamente allo sciopero. Era il responsabile del denaro che si raccoglieva per aiutare gli scioperanti e, inoltre, scriveva per Cronaca Sovversiva dei resoconti sullo sciopero, firmandosi talvolta col suo nome e talvolta con lo pseudonimo di Nespola, per evitare le attenzioni della polizia. Molte energie furono dissipate in feroci dispute, in cui Vanzetti rimase coinvolto, fra anarchici e socialisti sulle strategie da adottare, e dopo un mese di sciopero durante un rigido inverno, gli operai rifiutarono la linea degli anarchici e accettarono un accordo con i proprietari.
Nel 1916 i militanti di Cronaca Sovversiva, fra cui Vanzetti, continuarono le loro attività per incitare i lavoratori alla lotta, attraverso comizi, volantinaggi e collette a favore degli scioperanti e dei prigionieri politici. Galleani abbandonò per alcuni mesi il giornale per sostenere lo sciopero dei minatori di Old Forge, in Pennsylvania, durante il quale fu accusato di “incitamento alla ribellione” e detenuto per alcune settimane prima che l’accusa fosse lasciata cadere.
Nello stesso periodo, un altro elemento venne a complicare la già problematica situazione della società americana. Il Presidente Woodrow Wilson, nonostante le precedenti promesse, iniziò a spingere gli Stati Uniti verso la guerra, facendo leva sui sentimenti “americanisti” e adducendo la motivazione della necessità della preparazione militare. Alla fine, il 6 aprile 1917, gli Stati Uniti entrarono nella Prima Guerra Mondiale.
Il 5 maggio dello stesso anno Vanzetti iniziò le pratiche per ottenere la cittadinanza americana. Non si conoscono le ragioni di questa decisione. Comunque, alla fine del mese Vanzetti, influenzato da un articolo di Galleani, lasciò il Massachusetts e andò in Messico con altri compagni anarchici, fra cui Sacco. Questo viaggio in Messico fu tirato in ballo durante il processo a Sacco e Vanzetti, non solo dall’accusa, ma anche dall’avvocato difensore, Fred H. Moore, per giustificare le bugie raccontate dai due alla polizia la notte dell’arresto. L’accusa sosteneva che i due avevano mentito perché colpevoli dei crimini di South Braintree; la difesa replicò che Sacco e Vanzetti avevano avuto paura di rivelare le loro attività ed essere espulsi per questo. Entrambi gli imputati dichiararono di essere andati in Messico per evitare la chiamata alle armi. Soltanto i cittadini americani, però, erano soggetti alla leva, come sicuramente sapeva il pubblico ministero, che, comunque, sfruttò l’ammissione per mettere in cattiva luce gli imputati. Le dichiarazioni di Sacco e Vanzetti sono state viste da molti studiosi del caso come un esempio della loro ingenuità e della loro scarsa conoscenza dell’America in cui vivevano. Al contrario, la questione del viaggio in Messico dimostra come la ricostruzione della vicenda, durante e dopo il processo, sia stata gravemente insufficiente.
Un libro intitolato Un trentennio di attività anarchica (1914-1945), pubblicato a Cesena nel 1953, fra i cui autori ci sono alcuni compagni di Sacco e Vanzetti, fornisce le vere ragioni del loro viaggio in Messico. Essi non avevano lasciato gli Stati Uniti per codardia. Al contrario, temevano che, rimanendovi, sarebbe stato loro proibito di partire per l’Europa, dove, pensavano, la rivoluzione scoppiata in Russia si sarebbe presto estesa a tutto il continente. In tribunale, di fronte ad una giuria che salutava la bandiera con ostentazione e in un periodo di “caccia ai comunisti”, Sacco e Vanzetti scelsero la versione che ritenevano meno pericolosa. Affermarono di essere riparati in Messico per sfuggire la leva obbligatoria (a cui, peraltro, solo Vanzetti era soggetto, avendo presentato richiesta di cittadinanza) e tacquero sul progetto di andare a combattere per la rivoluzione che credevano imminente in Europa.
Un’indicazione dello stato mentale di coloro che all’epoca gravitavano attorno a Cronaca Sovversiva è fornita da un pamphlet pubblicato in quel periodo dal Gruppo Autonomo di East Boston. Si intitolava La vigilia, ed era la traduzione in italiano di un’opera assai popolare di Leopold Kampf, che descriveva la situazione dei rivoluzionari russi alla vigila della rivoluzione del 1905. Essi avevano iniziato la loro attività chiedendo pacificamente migliori condizioni di vita, ma la persecuzione da parte del governo li aveva costretti a ricorrere alla violenza e a sacrificare la vita per la causa.
Il governo americano avevano tenuto Cronaca Sovversiva sotto sorveglianza fino alla sua soppressione ed era a conoscenza del viaggio in Messico degli anarchici. In un rapporto del Dipartimento della Giustizia del 6 gennaio 1922 si fa riferimento ad una lettera spedita dal Messico a Cronaca Sovversiva da Paco Carlucci, pseudonimo dell’ex editore del giornale Carlo Valdinoci. In questa lettera Valdinoci dice che Vanzetti non ha ancora deciso quando tornare negli USA, mentre Sacco è già partito per fare visita ad un cognato nell’Ohio. Essendo Sacco ritornato in Massachusetts alla fine di agosto del 1917, la lettera potrebbe essere stata scritta nell’estate di quell’anno.
In un libro intitolato Aliens and Dissenters (Stranieri e dissidenti) William Preston descrive un incontro segreto fra rappresentanti del Dipartimento della Giustizia e dell’Ufficio Immigrazione avvenuto il 26 luglio 1918. Le due agenzie erano preoccupate per l’andamento della lotta contro i radicali e decisero di applicare da subito le norme contenute in una legge sull’espulsione degli stranieri che doveva entrare in vigore solo tre mesi dopo. Nel memorandum che fu steso ci sono due paragrafi che riguardano specificamente il gruppo di Cronaca Sovversiva. Nei due paragrafi si afferma che nel caso di anarchici italiani, la prova del continuato abbonamento a Cronaca Sovversiva, l’aver scritto articoli per tale giornale, aver raccolto abbonamenti per esso, trasmesso materiale all’editore o distribuito il giornale, sarebbero stati considerati motivi sufficienti per decretare l’espulsione dagli Stati Uniti e il ritorno forzato in Italia.
Galleani stimava in cinquemila i sostenitori di Cronaca Sovversiva. Una lista di abbonati precedente al maggio 1917, anch’essa giunta in possesso del Dipartimento della Giustizia, conteneva circa 3200 nomi. Benché non fosse un movimento insignificante, Cronaca Sovversiva non aveva certamente le dimensioni e l’importanza di organizzazioni come l’IWW. Perché, allora, le autorità gli dedicavano tante attenzioni?
La risposta è La salute è in voi, uno dei pamphlet pubblicati da Cronaca Sovversiva. All’inizio, nel 1906, era elencato sull’ultima pagina del giornale in mezzo ai molti altri titoli della Biblioteca del Gruppo di Studi Sociali. In seguito venne evidenziato con questa descrizione:” un pamphlet indispensabile per i compagni che amano l’auto-istruzione.” La salute è in voi costava 25 cents, era il pamphlet più caro fra quelli pubblicati da Cronaca Sovversiva, ed era un manuale di quarantotto pagine per fabbricare bombe, scritto in un italiano facilmente comprensibile. Probabilmente si ispirava al manuale sugli esplosivi scritto da Ettore Molinari, fervente anarchico, famoso chimico (aveva studiato in Germania e Svizzera e insegnato al Politecnico di Milano) e amico di Luigi Galleani.
L’introduzione, scritta da Galleani, chiarisce lo scopo del libretto: confutare l’obiezione secondo cui i sovversivi che predicano agli oppressi la rivolta individuale e collettiva, non danno loro i mezzi e le armi per realizzarla. All’inizio del pamphlet c’è una poesia, sempre opera di Galleani, che dice:
Tu hai visto
la Passione, il Dolore, e l’orrendo massacro
del giusto indifeso.
Tu hai maledetto, tu hai pianto
mietendo
prigione, miseria e afflizione.
Maledire è sterile, piangere codardo,
Ascolta!
La Storia ti guida; la Scienza ti arma.
Da tombe non vendicate, uccisi dagli stenti e
dalle pistole
i tuoi padri
ti affidano la loro vendetta.
Sii audace!
La redenzione sgorga dall’audace rivolta.

Il 4 luglio 1914, a New York, un’esplosione in Lexington Avenue uccise tre anarchici che stavano fabbricando una bomba, Arthur Caron, Charles Berg e Carl Hanson. Poco tempo prima, a Ludlow, in Colorado, in una miniera di proprietà di Rockefeller, truppe federali che avevano il compito di prevenire incidenti avevano attaccato improvvisamente e inaspettatamente una tendopoli in cui i lavoratori in sciopero vivevano con le loro famiglie. Sparando con le mitragliatrici e dando fuoco alle tende, le truppe avevano ucciso undici persone, per lo più donne e bambini. Erano seguiti degli scontri che avevano causato decine di vittime; soltanto gli scioperanti erano stati processati e condannati; nessun soldato era stato incriminato. In seguito, Caron, Berg e Hanson avevano preso parte a dimostrazioni contro John D. Rockefeller a Tarrytown, nel New Jersey, dove egli viveva, e la polizia, così come gli anarchici, concluse che la bomba che stavano fabbricando avrebbe dovuto essere usata contro Rockefeller.
Questo evento portò alla creazione di una “squadra bombe” della Polizia di New York, comandata dall’ispettore Thomas Tunney. Nel periodo precedente alla Prima Guerra Mondiale, questa squadra divenne la più grande e la più attiva unità di questo tipo degli Stati Uniti. Fra gli altri gruppi, essa concentrò la sua attenzione su Cronaca Sovversiva. Come la maggior parte delle “squadre bombe” del mondo, la squadra di New York ebbe uno scarso successo, e questo la spinse ad adottare la tattica dell’agente provocatore. Due giovani e impressionabili italiani che frequentavano il Circolo Bresci furono indotti a tentare un attentato alla Cattedrale di San Patrizio e vennero arrestati mentre piazzavano l’esplosivo.
Alcuni giorni dopo, il 13 marzo 1915, Galleani pubblicò un articolo sulla prima pagina di Cronaca Sovversiva sul caso, divenuto noto come caso Abarno-Carbano dai nomi dei due arrestati, e sulla recente ondata di attentati che aveva colpito New York. C’erano state esplosioni in varie chiese il giorno dell’anniversario dell’esecuzione dell’educatore spagnolo Francisco Ferrer, e un’esplosione al Tribunale del Bronx il giorno dell’anniversario dell’esecuzione degli anarchici di Haymarket. Nell’articolo Galleani accusava la polizia, incapace di affrontare l’umiliante fallimento dei tentativi di scoprire gli autori di quegli attentati, di essersi ridotta a trarre vantaggio dall’indignazione dei giovani di fronte alla corruzione della società. Galleani, inoltre, espresse chiaramente la sua ammirazione per gli altri attentati, sottolineando l’inafferabilità dei loro autori.
Nel 1907-1908 Galleani aveva pubblicato una serie di articoli (poi raccolti in un libro dato alle stampe nel 1925) intitolati “La fine dell’anarchismo?”, in risposta a Francesco Saverio Merlino, che aveva affermato che l’anarchismo era ormai finito. In questi articoli, Galleani rimodella le idee fondamentali dei circoli anarchici dell’epoca: l’inevitabilità della rivoluzione sociale, il necessario rovesciamento della classe dominante per mezzo della forza, il ruolo insurrezionale dello sciopero generale, la natura spontanea delle rivolte popolari, i pericoli del sindacalismo e del parlamentarismo, il comunismo totale nella sfera economica. Il suo apporto originale è l’enfasi sull’efficacia della propaganda dell’atto di rivolta individuale. Egli vedeva in tale propaganda il necessario momento di intermediazione fra il concetto ideale di anarchia e l’insurrezione che avrebbe portato alla rivoluzione sociale.
Galleani attribuì un significato profondamente etico ad atti come l’assassinio del re d’Italia da parte di Gaetano Bresci, descrivendoli con toni mistici e situandoli in una dimensione estetica. Grazie ad essi, la sottomissione e l’indifferenza venivano seccamente rifiutate, e, attraverso la resistenza e la ribellione individuali, la storia era instradata verso l’insurrezione finale.
Nel 1914 il Gruppo Autonomo di East Boston pubblicò Faccia a faccia col nemico, un’altra raccolta di articoli apparsi su Cronaca Sovversiva. In questo libro Galleani, con lo pseudonimo di Mentana, descrive le circostanze storiche e sociali che portarono certi anarchici a commettere atti di espropriazione e di vendetta, contrapponendo alla sua interpretazione dei fatti gli atti ufficiali dei loro processi, pieni di menzogne e di giustificazioni dello stato.
Durante l’aprile 1915 Galleani diede un resoconto del processo Abarno-Carbone in tre lunghi e dettagliati articoli, accompagnati dalla fotografia dell’agente provocatore che aveva intrappolato i due giovani. Galleani avvertì i lettori di Cronaca Sovversiva che una copia de La salute è in voi era caduta nelle mani della polizia; essa era stata trovata nella camera di Carbone ed era stata presentata come prova durante il processo. Il Gruppo Autonomo di East Boston, tuttavia, continuò ad elencarla fra i titoli disponibili nella sua Biblioteca di Studi Sociali.
Nello stesso rapporto del Dipartimento della Giustizia che collegava Sacco e Vanzetti a Carlo Valdinoci, si ipotizzava che gli anarchici di Cronaca Sovversiva fossero andati in Messico per essere istruiti sull’uso degli esplosivi.
Le cose in Messico non andarono come previsto dagli anarchici. La guerra rendeva impossibile il ritorno in Italia, la rivoluzione non si era diffusa in Europa, e la vita in Messico si rivelò molto più difficile di quanto immaginato. La maggior parte dei fuorusciti ritornò clandestinamente negli Stati Uniti. Sacco fu tra i primi a rientrare in Massachusetts, nell’agosto 1917. Fino alla fine della guerra usò il falso nome Nicola Mosmacotelli, e poi decise di mantenere il nuovo nome Nicola.
Vanzetti ritornò negli Stati Uniti poco tempo dopo, fermandosi circa sei mesi a Youngstown, nell’Ohio. Prima della fine del 1918 era di nuovo in Massachusetts. Al suo arrivo a Plymouth smise di usare il suo falso nome, Bartolomeo Negrini, ma non si fece ricrescere la barba che aveva prima di partire per il Messico e che gli aveva guadagnato il soprannome di “Barbetta”.
E’ ragionevole ritenere che Sacco e Vanzetti abbiano preso delle precauzioni per non incorrere nelle attenzioni delle autorità al loro rientro negli USA, poiché, in quel periodo, gli uffici di Cronaca Sovversiva venivano spesso perquisiti, il materiale pubblicato confiscato e i collaboratori arrestati. In questo modo il Dipartimento della Giustizia entrò in possesso di documenti da cui Sacco e Vanzetti emergevano come qualcosa più di semplici abbonati alla rivista. Fra i documenti confiscati vi sono due lettere spedite da Vanzetti al giornale, una foto che lo ritrae con Galleani e una cartolina, datata 10 agosto 1916, in cui Sacco scrive: ”Per tutto ciò che riguarda Cronaca Sovversiva sono con voi. Vostro per la rivoluzione.”
Il 18 luglio 1918 Cronaca Sovversiva fu costretta dal governo a cessare le pubblicazioni (anche se nel 1919 apparvero due numeri clandestini) ed entro la fine dell’anno i suoi militanti erano stati arrestati, espulsi dagli Stati Uniti o costretti alla clandestinità. Tuttavia, Cronaca Sovversiva continuò ad attirare l’attenzione dell’America.
Nella settimana precedente il Primo Maggio 1919 oltre due dozzine di pacchi contenenti esplosivo furono spediti a pubblici ufficiali e privati cittadini noti per le loro attività anti-radicali, gente come il Ministro della Giustizia A. Mitchell Palmer, il Commissario di Polizia Anthony Camminetti e John D. Rockefeller. La maggior parte di essi era stata coinvolta in azioni dirette contro Cronaca Sovversiva. Per un caso, quasi tutti i pacchi furono intercettati; soltanto uno esplose, ferendo due persone.
Lo shock provocato da questi falliti attentati non era ancora stato superato quando, il 2 giugno 1919, una serie di bombe, piazzate in nove luoghi diversi, fu fatta esplodere quasi contemporaneamente, causando due morti e molti danni materiali. L’esplosione più sensazionale avvenne a Washington, alla residenza del Ministro della Giustizia Palmer. Nello scoppio, che danneggiò severamente la casa del Ministro, morì l’uomo che stava piazzando la bomba; nelle sue tasche fu trovato un volantino che diceva: “...è guerra, guerra di classe, e voi siete stati i primi a iniziarla con le potenti istituzioni che chiamate ordine, con l’oscurità delle vostre leggi, dietro le pistole dei vostri stupidi schiavi...Viva la rivoluzione sociale! Abbasso la tirannia! I combattenti anarchici.”
In tutto il Paese Cronaca Sovversiva e Luigi Galleani erano citati sulle prime pagine dei giornali come i probabili autori delle due ondate di attentati. Tuttavia, le autorità non ostacolarono l’espulsione dagli Stati Uniti di Galleani e di altri otto anarchici del gruppo di Cronaca Sovversiva, che ebbe luogo il 24 giugno 1919.
Alcuni indizi spinsero il Dipartimento della Giustizia a sospettare che l’uomo rimasto vittima dell’attentato alla casa di Palmer fosse Carlo Valdinoci, il collaboratore di Galleani che era stato in Messico con Sacco e Vanzetti. Le autorità non riuscirono mai a provare definitivamente l’identità dell’attentatore, ma, da allora, di Valdinoci non si ebbero più notizie.
Le indagini furono continuate dal nuovo ed ambizioso capo della Divisione Generale Informazioni del Dipartimento di Giustizia, J. Edgar Hoover. I suoi sforzi condussero all’arresto di due stampatori di un piccolo giornale anarchico, Domani, Roberto Elia e Andrea Salsedo, intimi amici di Galleani e collaboratori di Cronaca Sovversiva. I due, accusati di aver stampato il volantino “Parole chiare”, furono arrestati alla fine di febbraio del 1920 e interrogati duramente sugli attentati del 1 maggio e del 2 giugno.
Nel frattempo, e precisamente il 15 aprile, era avvenuta una rapina con omicidio a South Braintree, Massachusetts. I criminali erano fuggiti.
Il 25 aprile un gruppo di anarchici, fra cui Sacco, Vanzetti e Felicani, si riunì alla sede del Gruppo Autonomo di East Boston in Maverick Square per organizzare degli aiuti a Elia e Salsedo. Non disponendo di molte informazioni, mandarono Vanzetti a New York City perché scoprisse cosa stava succedendo. Vanzetti andò da Carlo Tresca, buon amico di Felicani ed editore del giornale anarchico Il Martello. Tresca non sapeva molto, perché Salsedo ed Elia erano tenuti in isolamento, ma consigliò a Vanzetti di avvertire i compagni del Massachusetts di disfarsi di tutto il materiale compromettente in loro possesso; si prevedevano nuovi raid ed era consigliabile essere molto cauti.
Al suo ritorno a Boston il 2 maggio Vanzetti riferì l’avvertimento di Tresca. Durante la riunione domenicale del Gruppo di East Boston si decise che Sacco, Vanzetti, Riccardo Orciani, un amico di Sacco di Milford, e Mike Boda, quest’ultimo proprietario di un’auto, avrebbero raccolto ed eliminato il materiale pericoloso all’inizio della settimana seguente. Probabilmente Vanzetti ricordò a tutti che la domenica seguente a Brockton si sarebbe tenuto un incontro per raccogliere fondi per Salsedo ed Elia: egli era l’oratore designato.
Nelle prime ore del mattino del 3 maggio Salsedo, detenuto illegalmente e senza accuse dagli uomini del Dipartimento di Giustizia, precipitò dal quattordicesimo piano su un marciapiede di Manhattan. I suoi compagni anarchici accusarono gli agenti federali di averlo scaraventato dalla finestra durante un brutale interrogatorio di terzo grado; gli agenti federali sostennero che egli si era suicidato dopo aver confessato di essere l’autore del volantino “Parole chiare”. Il Boston Herald del 4 maggio pubblicò in prima pagina un articolo in cui affermò che Salsedo ed Elia avevano aiutato il Governo ad organizzare una retata dei membri del “gruppo di bombaroli di Galleani” che “avevano messo su la mortale cospirazione del giugno 1919”. Gli anarchici di Cronaca Sovversiva non erano più, come Galleani aveva un tempo affermato, “impossibili da catturare, ineffabili, inesorabili, come l’aria e come il destino”; ora un pezzo di America era diventata una zona di caccia per loro mortale.
Il 5 maggio Sacco e Vanzetti caddero in una trappola che la polizia aveva architettato per i presunti assassini di South Braintree. Anche Riccardo Orciani venne arrestato il giorno seguente, ma fu rilasciato nel giro di una settimana perché il suo alibi era inattaccabile.
In realtà, nella trappola avrebbero dovuto cadere altri due anarchici sospettati del crimine, Ferruccio Coacci e Mike Boda.
All’epoca dei fatti di Braintree Coacci viveva a East Bridgewater. Nel 1918 era stato arrestato dalle autorità locali, sotto la direzione del Dipartimento di Giustizia, in quanto immigrato anarchico sostenitore di Cronaca Sovversiva. Egli era pubblicamente noto come anarchico anche per via della sua attività con la Filodrammatica di Quincy e per la piccola biblioteca anarchica che aveva messo in piedi. Il suo nome era apparso spesso in Cronaca Sovversiva in calce a lettere e brevi note.
Il capo della polizia di Bridgewater, Michael Stewart, che aveva arrestato Coacci nel 1918, ammetterà di averlo sospettato del crimine di Braintree per il semplice fatto che, in quanto anarchico, lo riteneva capace di una simile azione. Dopo pochi giorni, però, Stewart spostò i suoi sospetti sul padrone di casa di Coacci, Mike Boda.
Il vero nome di Boda era Mario Buda, ma egli, a differenza di Sacco e Vanzetti, con cui era stato in Messico, non cambiò più il suo pseudonimo al ritorno in Massachusetts. Era stato identificato come membro di Cronaca Sovversiva da circa dieci anni. Inoltre, aveva fatto parte del Circolo Educativo Mazziniano di Roxbury, che aveva aperto una scuola anarchica per bambini, e da lungo tempo era membro del Gruppo Autonomo di East Boston. Nel 1916 era stato arrestato durante le violente manifestazioni contro la guerra nel North End di Boston e, attraverso i giornali, divenne noto come anarchico in tutta Boston. Stewart decise di usare l’auto di Boda per la trappola agli autori del crimine di Braintree.
La polizia non intendeva catturare Sacco e Vanzetti e prima del loro arresto probabilmente non sapeva nulla delle loro attività anarchiche, ma Stewart, appena li interrogò, cominciò a sospettare che appartenessero a Cronaca Sovversiva. Addosso a Sacco venne trovato una copia scritta a mano del volantino che annunciava l’incontro del 9 maggio a Brockton; il linguaggio usato era sufficiente per identificare i due come anarchici:

Lavoratore, tu hai combattuto tutte le guerre; lavorato per tutti i padroni; errato per tutte le patrie. Hai tu raccolto i frutti del tuo lavoro? Il prezzo delle tue vittorie? Ti conforta il passato? Ti sorride il presente? Ti promette il futuro? Hai tu trovato un lembo di terra su cui poter vivere umanamente e umanamente morire? A queste domande, su questo argomento, parlerà sul tema la lotta per l’esistenza, Bartolomeo Vanzetti.

Durante la perquisizione della stanza di Vanzetti dopo il suo arresto, la polizia trovò due lettere non ancora aperte di Carlo Tresca, spedite da New York City il giorno dopo la morte di Salsedo. In queste lettere, che la polizia ovviamente aprì, Tresca diceva a Vanzetti di sapere poco sulla morte di Salsedo e, cosa che aumentò l’interesse della polizia, ripeteva per scritto l’avvertimento dato a Vanzetti a New York City: “distruggi la presente; non conservate mai carte.”
Simili lettere, per di più scritte da un personaggio noto come Carlo Tresca, spinsero la polizia a investigare su Sacco e Vanzetti non soltanto per la faccenda di Braintree. Gli interrogatori che seguirono, infatti, riguardarono le loro convinzioni, i loro amici e le loro attività. I prigionieri, temendo di fare la fine di Salsedo, cercarono di fornire alla polizia la minima quantità di informazioni e talvolta mentirono. Furono queste menzogne a mettere in moto la macchina legale che avrebbe portato alla loro esecuzione.
Sacco e Vanzetti furono formalmente incriminati per i fatti di Braintree soltanto l’11 settembre, più di quattro mesi dopo il loro arresto. Il 16 settembre avvenne un fatto che attirò l’attenzione di J. Edgar Hoover e del Dipartimento di Giustizia sul caso Sacco-Vanzetti. Ci fu un’esplosione davanti alla Morgan Bank di Wall Street, a Manhattan, e trentatré persone rimasero uccise. I giornali conclusero rapidamente che si trattava di una rappresaglia della “banda Galleani” per l’incriminazione di Sacco e Vanzetti. In realtà, non fu mai provato che l’esplosione fosse stata causata da una bomba; nessuno venne arrestato per il fatto, né fu mai provato il coinvolgimento della “banda Galleani”.
Tuttavia, un agente in incognito venne piazzato nella cella accanto a quella di Sacco nella speranza di ottenere informazioni sulla faccenda e Hoover intensificò la ricerca della copia de La Salute è in voi che avrebbe dovuto essere in possesso del Dipartimento. Nei mesi precedenti, infatti, Hoover aveva raccolto tutto il materiale disponibile riguardante Cronaca Sovversiva, ma non era riuscito a mettere le mani sul manualetto che nel 1915 l’ispettore Tunney aveva sequestrato durante le indagini sul caso Abarno-Carbone.
Stranamente, pare che Hoover non abbia mai contattato l’ispettore Tunney, nè che fosse a conoscenza del libro di memorie da questi pubblicato nel 1919, Throttled (“soffocato”), in cui, oltre ad un resoconto del caso Abarno-Carbone, apparivano le fotografie di alcune pagine de La Salute è in voi.
Le autorità del Massachusetts che avevano a che fare con il processo erano consapevoli del legame ipotizzato fra i due anarchici, La Salute è in voi e l’esplosione di Wall Street. Lo dimostra il fatto che l’aula del tribunale di Dedham destinata al caso fu dotata di porte e serrande d’acciaio a prova di bomba.
Ricapitolando, Galleani aveva predicato dalle pagine di Cronaca Sovversiva la necessità di rovesciare il sistema capitalistico con mezzi violenti; le autorità, perciò, ritenevano altamente pericoloso il gruppo che gravitava intorno al giornale e, dal 1914 al 1919, avevano incessantemente cercato di annientarlo, sia con i metodi legali che con quelli illegali; Sacco e Vanzetti facevano parte della “banda Galleani” e le autorità lo sapevano da tempo. L’obiettivo che queste volevano colpire non erano i due anarchici come individui, ma l’organizzazione di cui erano membri, che si voleva definitivamente eliminare.
Questa storia, però, non venne a galla durante il processo. L’accusa si guardò ben dal tirarla fuori perché voleva che Sacco e Vanzetti fossero visti dall’opinione pubblica come due criminali comuni, evitando la “politicizzazione” del caso; inoltre, non voleva rischiare l’accusa di collusione con le autorità federali.
L’accusa, infatti, aveva segretamente agito in accordo con il Dipartimento di Giustizia piazzando una spia nella cella accanto a quella di Sacco per ottenere informazioni sull’esplosione di Wall Street; Sacco e Vanzetti erano stati circondati dal più imponente sistema di sicurezza mai visto in Massachusetts e la paura di un attentato aveva portato a “corazzare” l’aula e perquisire tutti gli spettatori.
Il Dipartimento di Giustizia, da parte sua, non aveva pubblicamente chiarito il suo ruolo nel caso e, durante il processo, intercettò illegalmente la posta del Comitato di Difesa Sacco-Vanzetti, piazzò delle spie nello stesso Comitato, cercò di ottenere informazioni attraverso il Dipartimento di Stato e il Governo italiano sull’eventuale coinvolgimento di Sacco e Vanzetti in azioni terroristiche e, senza successo, cercò di ritrovare la copia perduta de La Salute è in voi.
Nemmeno la difesa menzionò i legami di Sacco e Vanzetti con il mondo anarchico, soprattutto con La Salute è in voi, per paura di pregiudicare la loro situazione in un periodo di cruda repressione contro gli immigrati radicali. Sacco e Vanzetti dichiararono in aula che l’auto di Boda serviva a trasportare in un posto sicuro della “radical literature”. Questa espressione era probabilmente un eufemismo, se è vero ciò che Fred Moore, avvocato della difesa, confidò allo scrittore Upton Sinclair alcuni mesi dopo l’esecuzione dei due uomini: Sacco e Vanzetti la notte dell’arresto nascondevano della dinamite. Questa spiegazione avrebbe permesso alla difesa di spiegare perché Sacco e Vanzetti mentirono durante gli interrogatori, ma avrebbe creato loro nuovi e gravi problemi.
Non è possibile stabilire con certezza se il Comitato Lowell e il Governatore Fuller, che si occuparono del caso dopo la sentenza del tribunale, conoscessero il contenuto de La Salute è in voi, ma va ricordato che il libro dell’ispettore Tunney che ne riproduceva alcune pagine era stato pubblicato a Boston nel 1919 e che una copia era disponibile alla Biblioteca Widener di Harvard dal gennaio 1920.

Infine, bisogna notare che il primo numero de La Protesta Umana, il giornale del Comitato di Difesa Sacco-Vanzetti, intitolava: ”Mentre s’approssima il giorno dell’esecuzione i reclusi ammoniscono: la salute è in voi.” La dichiarazione scritta da Vanzetti e firmata anche da Sacco intitolata “Il testamento di quelli che stanno per morire” si conclude con le parole: “La salute è in voi.”

                       (Robert D'Attilio)


Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti 90/40 è il titolo di una campagna di Amnesty International per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo.