giovedì 13 agosto 2020

Tracce della Resistenza nella Langa Astigiana, e di Augusto Monti a Monastero Bormida

 


I boschi, i rittani e le cascine isolate della Langa Astigiana offrirono protezione ai primi gruppi di partigiani fin dall'autunno del 1943. Cresciuto nell'estate del 1944 il movimento resistenziale, a partire da settembre l'esercito tedesco sferrò una serie di offensive, con l'obiettivo di prendere il controllo delle vie di comunicazione fra Torino, Savona e Genova. L'inverno 1944-'45 fu anche in questa zona il periodo più duro per i partigiani e per la popolazione contadina che li sosteneva; dei tragici eventi di quei mesi si trovano ancora delle tracce nelle piazze dei paesi.

A Cassinasco, la parte bassa del paese è raccolta intorno a piazza Caracco, dedicata al partigiano Mario Bercilli "Caracco".

A Sessame (raggiungibile a piedi da Cassinasco con il sentiero "Boschi e coltivi", 14,4 km), un monumento ricorda, fra i caduti di varie guerre, sei "caduti per la libertà", fra i quali i fratelli Carlo e Egidio Carena, di 26 e 22 anni; partigiani della 78' Brigata "Devic", facevano parte della IX Divisione Garibaldi e furono fucilati a Bistagno il 29 gennaio 1945.

Sullo stesso sentiero si può proseguire per pochi chilometri e raggiungere nella stessa giornata Monastero Bormida.

Monastero Bormida è il paese natale di Augusto Monti, che viene degnamente ricordato con una targa visibile sulla facciata del castello.

La migliore descrizione dell'attività di insegnante di Monti è stata data da uno dei suoi allievi, Massimo Mila, nell'appendice scritta per un'edizione del libro I Sanssôssi: ritratto perfetto di un professore che utilizzava i classici della letteratura per ciò che esattamente sono, strumenti per formare il carattere dei futuri cittadini. 

Da Monastero Bormida, si può camminare per due giorni sul ben segnalato sentiero "delle cinque torri".

A Olmo Gentile, oltre alla torre (la terza, dopo quelle di Monastero Bormida e di San Giorgio Scarampi), è interessante osservare una lapide, purtroppo non accompagnata da informazioni che ne spieghino il significato storico.


Si tratta di una delle lapidi fatte apporre in numerosi Comuni d'Italia dal governo fascista dopo che, il 18 novembre 1935, la Società delle Nazioni aveva votato (per la prima volta nei confronti di un Paese membro) l'adozione di sanzioni economiche per farla desistere dall'invasione dell'Etiopia (il Paese membro aggredito). L'attacco italiano era iniziato il 3 ottobre e costituiva una violazione dell'articolo XVI dello Statuto della Società delle Nazioni. Le lapidi fecero parte di una campagna di propaganda del governo fascista, che, nel presentarli agli italiani, capovolse i fatti: l'Italia, che aveva appena violato il diritto internazionale con una guerra di aggressione, veniva definita un Paese "civile" vittima di un "assedio" e di una "ingiustizia". Si nota che ai lati della lapide, sono stati scalpellati via i due fasci littori.

Il "giro delle cinque torri" si può interrompere per il pernottamento a Roccaverano. Il giorno seguente, tornando verso Monastero Bormida, si può deviare verso Mombaldone percorrendo un sentiero che permette di camminare lungo meravigliosi calanchi.

Un'ora di cammino circa prima di Monastero Bormida, si passa dalla chiesetta di Santa Libera, accanto alla quale è visibile la lapide che ricorda una vittima dei nazifascisti.

 Tornati a Monastero Bormida, il giorno seguente si può riprendere il sentiero "Boschi e coltivi" e poi spostarsi su quello chiamato "Il fiume e le rocche" per raggiungere Vesime.

Nel centro storico, è visibile un altro rudere, oltre a quello del castello:

Anche in questo caso, come a Olmo Gentile, sarebbe utile un pannello informativo che spieghi cosa furono il PNF e i segretari del fascio. 

A Vesime, nell'autunno del 1944, i partigiani realizzarono una pista di atterraggio per gli aerei alleati, ideata dal maggiore Neville Darewski Temple. Questi era un ufficiale dei servizi segreti inglesi, paracadutato in zona nel precedente agosto per coordinare l'azione dei partigiani. La pista di Vesime è passata alla storia come "l'aeroporto partigiano"; le sue vicende si possono leggere sul sito della Casa della Memoria di Vinchio e in Rete è disponibile un documentario di Andrea Icardi.

Il ritorno a Cassinasco può avvenire, con un'altra giornata di cammino, attraversando il bosco della Luja e il paese di Loazzolo, nei pressi del quale gli scontri fra partigiani e tedeschi risalgono al 27 dicembre 1943 (quando venne coinvolta una delle primissime bande, quella di Piero Balbo Poli) e al 6 gennaio 1944 (scontro di cui furono protagonisti gli uomini di Giovanni Rocca Primo).

Poco prima di Cassinasco si passa al santuario di Caffi, dove si trova un memoriale dedicato ai partigiani garibaldini e autonomi caduti nella zona.



domenica 26 luglio 2020

Il sacrario di Piancastagna e altri luoghi della Resistenza in provincia di Alessandria





A Piancastagna, frazione di Ponzone (AL), si trova il sacrario dedicato ai partigiani e ai civili uccisi dai nazisti durante il rastrellamento del 7-10 ottobre 1944.



L'operazione nazifascista si svolse in questo modo:
«Bandita di Cassinelle fu oggetto il 7 ottobre di un’azione tedesca che si inquadrava nel più vasto movimento che aveva come obiettivo di garantire le comunicazioni nazifasciste tra il savonese e l’acquese. Alle cinque del mattino giunsero da Ovada gli attaccanti con 8 camion e due autoblinde. I partigiani dell’VIII Divisione GL non si attendevano l’attacco e furono colti completamente di sorpresa. Sorpreso il posto di blocco partigiano della Madonnina, i tedeschi marciarono rapidamente sul paese; la prima brigata GL si sbandò e non contrastò l’avanzata dei tedeschi, che giunsero in paese, assassinarono quattro contadini incontrati per strada e subito dopo sei partigiani catturati, incendiarono circa quaranta case e ritornarono ad Ovada con venti civili in ostaggio (liberati alcuni giorni dopo). 


La Madonnina



Le altre due brigate GL non si mossero. La dura sconfitta (pagata ad alto prezzo dalle popolazioni) mise in luce le deficienze del movimento partigiano dovute ad eccessivo concentramento di uomini non adeguatamente addestrati (molti disertori dall’esercito della RSI), con un’organizzazione sommaria ed armamento deficitario. Questi limiti furono confermati dalla riunione che si tenne il giorno seguente a Toleto tra i vari comandanti della divisione, la quale si concluse con la scelta di lasciare liberi i vari reparti di comportarsi secondo le proprie valutazioni: uno praticamente si sciolse, gli altri due risultarono indeboliti dallo sbandamento di molti effettivi.

I tedeschi, rinforzati da reparti della Brigata nera e della San Marco, sferrarono un attacco concentrico lungo quattro direzioni: da Ovada verso Molare, San Luca e Olbicella (da nord), da Acqui verso Visone, Grognardo e Morbello (in direzione sud-est), dal Sassello verso Croce del Grino e Piancastagna (in direzione nord-est) e ancora da Acqui verso Ponzone, Cimaferle e Piancastagna (direzione sud). Le formazioni partigiane della Divisione GL "Ligure-Alessandrina" si attendevano l’attacco ma, per una decisione incomprensibile del comandante Vito Doria “Carlo” si attestarono attorno a Olbicella, sede del comando, con l’intenzione di sostenere una difesa statica (che era in netto contrasto con la tattica della guerriglia partigiana). Il comando della divisione era dunque attestato ad Olbicella: la colonna tedesca proveniente da Ovada superò facilmente un punto minato (le cui mine non erano state innescate a causa del tradimento di un infiltrato fascista) e, uccisi sei partigiani che inaspettatamente si erano imbattuti nelle forze avanzanti, venne fermata per un’ora da una squadra con mitragliatrice al bivio di Binelle. 



La lapide che commemora i sei partigiani uccisi

Il partigiano Giovanni Villa “Pancho” corse in paese per avvertire il comando dell’imminente arrivo del nemico: ma il suo sforzo fu vano, perché il commissario si attardò incredibilmente per nascondere il materiale intrasportabile: i partigiani vennero sorpresi, alcuni caddero in combattimento, alcuni fuggirono e sette vennero catturati: uno, studente sedicenne, dopo una feroce bastonatura ebbe risparmiata la vita: gli altri sei vennero impiccati agli alberi della piazza, alla presenza della popolazione, come “nemici dell’Italia e della Germania”. Gli uomini della Brigata nera si divertirono a dilaniare i corpi penzolanti con le baionette; a Pancho che gli sputava in volto un miliziano fascista sfracellava la mascella con il calcio del fucile. Il paese fu saccheggiato e poi bruciato, insieme a molte cascine dei dintorni.


La lapide dedicata ai caduti di Olbicella

La difesa ad ovest era affidata a un reparto di sessanta uomini (tra cui molti disertori della San Marco) comandato dal capitano degli alpini Domenico Lanza “Mingo” (medaglia d’oro al valor militare), vice-comandante della divisione: alle sette del mattino del 10 ottobre le due colonne provenienti da Acqui e dal Sassello si incontrarono e marciarono verso Piancastagna, dove furono fermate dalle quattro mitragliatrici di Mingo disposte sulla cresta che domina la strada tra Abasse e Piancastagna. I partigiani resistettero sino a mezzogiorno poi, esaurite le munizioni, si sganciarono mentre Mingo restava a coprire la ritirata, e cadde colpito al volto e al petto mentre, a colpi di bombe a mano, tentava di fermare i camion nemici. Altri sette partigiani vennero uccisi nell’inseguimento: uno di essi, un tenente della San Marco che aveva disertato per unirsi ai partigiani, si uccise per non cadere prigioniero. Gli stessi tedeschi rispettarono il valore del capitano Lanza e ne fecero ricomporre la salma convenientemente».  (fonte: Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in Provincia di Alessandria "Carlo Gilardenghi")




Nel sacrario di Piancastagna sono state poste cinque opere d'arte dedicate a "Mingo" e a quattro aspetti fondamentali della Resistenza.




La partecipazione delle donne


L'aiuto delle popolazioni contadine


I deportati


L'aiuto dei religiosi


Dal sacrario si può compiere una camminata ad anello di circa sei ore che tocca alcuni luoghi significativi nella storia della Resistenza locale.
A poche decine di metri dal sacrario (720m.), in direzione S, si imbocca la stretta strada asfaltata per Cascina Tiole, sede di una Casa Forestale. Si prosegue in direzione NE su una sterrata che poi piega a SE e si arriva alla località Bricco (704 m.).




Si continua in discesa verso S fino a Batresca, dove nel corso dell’attacco del 10 ottobre 1944 furono radunati molti anziani rastrellati dai nazifascisti. Da Batresca si scende al ponte che guada il Rio di Roccabianca e si risale su una strada asfaltata che giunge a Pessina, dove cinque partigiani vennero catturati e le case della frazione bruciate.
Si prosegue in direzione O e poco prima della località Bottazzi si volta a sinistra e si imbocca il sentiero 535 (tacche e cartelli bianchi e rossi). Il cartello indicatore è poco visibile perché seminascosto dalla vegetazione.
Da questo punto si seguono per un tratto le indicazioni del sentiero regionale 535 "Anello dei Pianazzi".


Sul sentiero si incontrano i ruderi delle Case Sedovì, dove nel corso del rastrellamento decine di partigiani furono quasi sorpresi dai tedeschi mentre mangiavano una polenta offerta dai contadini della frazione, e si salvarono grazie a una fuga precipitosa.

«Al termine di una ripida salita si giunge in cima al Bric Alto delle Scarne. Il luogo, dall’impareggiabile panorama a 360°, venne utilizzato ripetutamente per lanci da parte degli alleati che sui retrostanti Pianazzi trovavano uno spazio pianeggiante ed ampio. Sui contrafforti di rimpetto al Bric si schiantò, durante una missione, un aereo inglese sul quale prestava servizio l’allora maggiore Jan Smith, che in seguito sarebbe diventato primo ministro (secessionista) della Rodhesia».  (fonte: Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in Provincia di Alessandria "Carlo Gilardenghi")

Il Bric Alto delle Scarne visto dal punto panoramico "Pianazzi"

Dal Bric Alto delle Scarne (737 m.) si continua sul sentiero 535 fino ai Pianazzi (776 m.) dove si prende la strada sterrata che prosegue verso O (indicata dal cartello "Ritorno a Moretti 1h). In questo modo si arriva alla frazione Moretti e quindi, su strada asfaltata, a Piancastagna.



La zona tra Piancastagna e la frazione Abasse, dove "Mingo" dispose le mitragliatrici con cui contrastò l'avanzata nazista, può essere visitata percorrendo il sentiero regionale 533, "Anello dei Gorrei".


sabato 4 aprile 2020

In guerra non andare, neanche a parole





Aprile 2020. Viaggiare per il mondo è impossibile, e lo sarà per un tempo non breve. Ci resta il mondo delle parole: scritte, telefonate, videotrasmesse. In questo mondo ci possiamo muovere, osservarlo, esplorarlo e discutere di ciò che vediamo.
Nel linguaggio dei giornalisti e dei politici (non sono stato attento, non so dire chi abbia iniziato per primo), una delle reazioni alla pandemia è stata l'adozione di espressioni che fanno riferimento alla guerra. Immediatamente, ho provato disagio e preoccupazione. Provo qui a spiegare perché.
A ottobre dell'anno scorso, è stato pubblicato un mio racconto dal titolo In guerra non andare. Per chi non l'ha letto, ho ripreso le parole con cui mio nonno mi insegnava, quando ero un ragazzino e correvano gli anni Ottanta, a tenermi alla larga da qualunque propaganda bellicista. Lui aveva vissuto dodici anni della sua vita, quelli dai venti ai trentadue, in caserma, al fronte o nella Resistenza. Non era morto, ma ne era rimasto segnato e non voleva che a me capitasse nulla del genere. Scrivendo questo racconto, mi sono innanzitutto reso conto dell'inganno di cui mio nonno e i suoi coetanei furono vittime: le guerre venivano preparate in segreto e a loro veniva comunicata una minima e distorta parte della verità. Anche al fronte, ma soprattutto prima, quando il regime fascista magnificava i propri progetti coloniali e le presunte meraviglie della vita del combattente.
Grazie ai sofferti racconti di mio nonno e alle letture che mi hanno ispirato, con gli anni ho imparato qualcosa dell'atrocità delle guerre. Ho vissuto in una parte d'Europa e in un tempo non toccati direttamente da conflitti, perciò ho avuto la fortuna di imparare a rifiutare la guerra senza averla provata. Negli anni Novanta, poi, le guerre jugoslave mi hanno sbigottito. Era solo l'inizio, prima di arrivare alla Siria e allo Yemen, per non parlare degli altri conflitti di questo nostro secolo, che forse verrà in futuro ricordato come il Cinquecento, un secolo “di ferro” dopo qualche decina di anni di speranze umanistiche.
Con il mio racconto, ho cercato di far conoscere l'avvertimento di mio nonno, e la sua premessa implicita: bisogna capire cos'è la guerra, prima di parlarne bene o pensare di andare a combatterla. Ora sento politici e giornalisti di ogni livello dichiarare, rispetto alla pandemia, che “siamo in guerra” e ogni descrizione di avvenimenti è punteggiata di fronti, trincee e prime linee. La prima cosa che mi colpisce è che a parlare sono persone che, come me, la guerra non l'hanno combattuta. E si rivolgono a popolazioni, in Italia o in Francia per esempio, che in stragrande maggioranza – e ripeto, meno male – non l'hanno vissuta.
Per inciso, vorrei sapere cosa ne pensano di questo linguaggio gli italiani sopravvissuti alla ritirata di Russia, ai rastrellamenti nazifascisti, all'uranio impoverito nei Balcani, agli attentati in Afghanistan.
Allora mi chiedo: su cosa si vuole fare leva utilizzando il lessico militare? Mi auguro che pochissimi siano coloro che lo hanno adottato per preparare l'opinione pubblica a vere guerre. Penso poi che una parte di chi lo utilizza lo faccia perché è una moda. Ci saranno anche quelli che vogliono spaventare gli interlocutori, per dissuaderli da comportamenti rischiosi (o perché la docilità delle masse fa sempre comodo).
Restano gli altri, quelli su cui mi voglio concentrare, quelli che ritengono che sia utile per ottenere uno sforzo, una “mobilitazione” (nello Zingarelli che ho davanti agli occhi, «Modo, atto ed effetto del mobilitare»; per il verbo “mobilitare” il primo significato è: «Attuare i provvedimenti necessari per il passaggio di una o più unità o di tutte le forze armate, dalla condizione di pace a quella di guerra») al fine di bloccare la diffusione della pandemia. Di cosa parliamo allora quando parliamo di guerra, se non l'abbiamo vissuta? Del nostro immaginario, che può essersi formato su film, libri, reportage, lezioni scolastiche o racconti dei nonni. Soggettivo, quindi. Ma se così tante voci si levano all'unisono a proclamare che “siamo in guerra” forse è perché contano sul fatto che nell'immaginario collettivo la guerra sia in fondo qualcosa che “tira fuori il meglio degli uomini”, che li spinge all'abnegazione.
Questo linguaggio mi preoccupa, perché implica che la guerra sia ancora vista come qualcosa di eroico, una modalità superiore di vita. Mi preoccupa che in un momento tragico si vadano a prendere le parole nel mondo della guerra, un mondo dove non dovremmo viaggiare mai, neanche a parole.
Questo linguaggio mi mette a disagio, perché è falso. Non è la guerra che spinge alla generosità. Non è il linguaggio o l'immaginario bellicista che motiva i medici, gli infermieri, i volontari e tutte le altre splendide persone che in queste settimane danno il meglio di sé nello sforzo per limitare i danni causati dalla pandemia. Non è la guerra, è l'amore. È l'amore che ci muove verso gli altri.
Ci vogliono degli sforzi, certo, ma, diciamolo, perché siamo innamorati. Di noi stessi, di altre persone, dell'umanità intera, della vita, della pace. Ci dobbiamo impegnare oltre i limiti della normalità, sì, ma come in un corteggiamento. Non oltrepassiamo forse i nostri limiti quando corteggiamo una persona di cui siamo follemente innamorati? Se per incontrare una persona che amo sono disposto a viaggiare per migliaia di chilometri, non potrò allora rimanere chiuso in casa per amore della vita, mia e altrui?
Questo vorrei sentire dai presidenti e dai giornalisti (almeno da quelli europei): siamo innamorati, diamoci da fare.

lunedì 3 febbraio 2020

Ferrovie storiche da Pistoia e Prato




Dal binario 1 della stazione di Pistoia partono i treni per Porretta Terme. Viaggiano sulla “Porrettana”, linea inaugurata nel 1864, costruita per collegare Bologna a Pistoia ovvero unire la rete dell'Italia settentrionale con quella toscana attraverso l'Appennino tosco-emiliano. Distrutta dai tedeschi durante la ritirata dalla linea Gotica, venne rapidamente ricostruita e riaperta già nel 1947. Attualmente il collegamento è spezzato in due tratte e chi parte da Pistoia deve cambiare a Porretta Terme per raggiungere Bologna. La prima tratta richiede 50 minuti di viaggio e permette di godere dal treno del piacere, non frequentemente accessibile in Italia, di salire di quota in un ambiente montano e osservare paesaggi notevoli.

Lasciata Pistoia, il treno entra nella valle Ombrone e dopo pochi minuti le viste si fanno attraenti. Affacciarsi al finestrino per ammirare il panorama fu fatale, il 18 settembre 1923, a un viaggiatore inglese, William Pearson, che cadde per l'apertura accidentale della porta dello scompartimento. Soccorso da un gruppo di operai che lavoravano sulla ferrovia, venne portato alla vicina villa dei conti Corsini, nella frazione San Felice. Ricoverato all'ospedale di Pistoia, vi morì una settimana più tardi per le lesioni spinali subite. Pearson fu cremato e le ceneri vennero poste in una tomba nel cimitero comunale. La giornalista fiorentina Francesca Cecconi ha indagato su William Pearson: originario di Liverpool, si trasferì in India nel 1907; lavorò inizialmente come insegnante di scienze naturali, quindi conobbe il poeta Rabindranath Tagore, di cui divenne il segretario personale. Cecconi ha pubblicato nel numero 25 della rivista Erodoto108 i risultati della sua indagine, che l'ha condotta a scoprire anche che nel 1935 Tagore venne a Capostrada, in provincia di Pistoia, in visita ai coniugi che si erano presi cura di William Pearson dal 18 al 25 settembre 1923: Angelo, medico condotto, e Mary, inglese e infermiera. Si trattò di una visita privata, di cui non c'è traccia nei giornali dell'epoca; Cecconi ne ha trovato le tracce, una serie di fotografie, letteralmente in fondo a un baule dimenticato in una polverosa soffitta.

La “Porrettana” è ricca di soluzioni ingegneristiche di pregio: 35 sono i ponti e viadotti, e 47 gallerie fra cui le due a tornante fra Piteccio e Castagno, purtroppo invisibili durante il viaggio.

                                             Viadotto di Piteccio prima del 1900 (foto Alinari)

La terza fermata, dopo Pistoia Ovest e Corbezzi, è Castagno di Piteccio, dove si trova una stazione minuscola e circondata dal bosco. Un cartello avvisa i viaggiatori che si trovano già a 500 metri di altitudine rispetto ai 65 di Pistoia.


Dopo la stazione di San Mommè, una galleria permette al treno di passare dalla valle dell'Ombrone a quella del Reno. Si sbuca dal traforo a Pracchia, dove si raggiunge il punto più alto del percorso.


Fino al 1965, partiva da Pracchia un'altra linea ferroviaria, la Ferrovia Alto Pistoiese, diretta a San Marcello Pistoiese e Mommiano. La stazione e la sua ampia zona dei binari suscitano oggi una sensazione di abbandono e di nostalgia per un'epoca di intensi traffici passeggeri e merci. Iniziata la discesa, il treno entra in Emilia e costeggia per tratti abbastanza lunghi il Reno. La costruzione di una ferrovia provoca spesso la nascita di centri abitati: è il caso di Molino del Pallone e Ponte della Venturina.




Ultima stazione: Porretta Terme.

Nella piazza Santa Maria della Pietà di Prato, di fronte all’omonima chiesa, si può vedere il monumento che la città ha dedicato a Gaetano Magnolfi.

                                         (foto di Massimiliano Galardi)

Nato a Prato nel 1786, divenne intorno ai quarant'anni uno dei maggiori imprenditori pratesi del suo tempo. Nel 1830, ottenuta l'approvazione del granduca Leopoldo II, fondò la Cassa di risparmio cittadina e da quel momento si dedicò a numerose attività filantropiche: la direzione delle scuole di carità per ragazze di umile estrazione, la creazione del primo asilo femminile della Toscana (ispirato dal lavoro di Ferrante Aporti), la costruzione di un orfanotrofio. Quest'ultimo, inaugurato nel 1837 in locali annessi alla sua abitazione, venne trasferito l'anno successivo nell’ex convento della Pietà, già soppresso dal granduca Pietro Leopoldo nel 1786.
Leopoldo II sovvenzionò la ristrutturazione dell'edificio e dispose che dal patrimonio ecclesiastico della città si traesse ogni anno una somma per finanziare l'orfanotrofio, ma per alcuni anni i costi vennero per la maggior parte coperti da Magnolfi stesso. Una lapide posta nel corridoio d'ingresso dell'ex convento ricorda che nel 1841, una delegazione degli scienziati italiani riuniti a congresso a Firenze, si recò a Prato per esprimere stima e ammirazione a Magnolfi.
Nel 1845, Magnolfi e un gruppo di imprenditori chiesero a Leopoldo II l'autorizzazione a costruire una ferrovia che collegasse Firenze a Pistoia. Il filantropo fece inserire nell'atto costitutivo della società anonima della strada ferrata “Maria Antonia”, creata per concessione del granduca allo scopo di gestire la ferrovia, una clausola che obbligava la società a corrispondere annualmente all'orfanotrofio una rendita di trentamila lire. Inoltre, nei locali dell'ex convento si allestì un'officina per la fabbricazione e la manutenzione del materiale rotabile.
La tratta Firenze-Prato venne inaugurata il 2 febbraio 1848, alla presenza del granduca. Non altrettanto celere fu la società anonima nel versare le somme dovuto all'orfanotrofio, a cui il denaro giunse solo nel 1852. Magnolfi fu anche costretto ad accettare la chiusura dell'officina.
Dal 2003 l'ex orfanotrofio, attivo fino al 1978, è diventato un centro culturale che si occupa di formazione, produzione e ricerca teatrale e musicale; al suo interno è ospitato un ostello che mette a disposizione dei viaggiatori gli spazi un tempo adibiti a celle del convento.

martedì 7 maggio 2019

La Partecipanza di Trino e il bosco delle Sorti





In un sabato pomeriggio di inizio maggio, ammiro un albero monumentale, una quercia farnia, che vive da più di 150 anni, forse da 200. È alto 28 metri e il suo tronco ha una circonferenza superiore ai tre metri. Nulla di strano, se non fosse che mi trovo nella pianura padana, dove i boschi sono scomparsi da tempo. La posso ammirare, la farnia, perché a Trino, in provincia di Vercelli, è sopravvissuto un ultimo lembo di bosco planiziale. In epoca romana, scampò alla colonizzazione perché era una porzione di selva sacra ad Apollo. Come i boschi che circondano Kyoto e altre città giapponesi, dove l'urbanizzazione non è arrivata perché appartengono a templi shintoisti e buddhisti.
L'avvenimento decisivo per il bosco di Trino risale al 1275. Guglielmo VII degli Aleramici, marchese del Monferrato, decide di manifestare agli abitanti di Trino la sua riconoscenza per averlo appoggiato nelle sue guerre: dona il bosco alle famiglie trinesi, che da allora ne detengono la proprietà collettiva e possono sfruttarne la legna. Chissà se Dante Alighieri era a conoscenza di questo episodio quando lodò nel Convivio la liberalità del marchese.
Per un paio di secoli, la proprietà fu del Comune; dal XV secolo, i proprietari che “partecipano” del godimento del bosco costituiscono la Partecipanza: oggi sono 830, mi spiega Ivano Ferrarotti, che attualmente ricopre la carica di Primo Conservatore, cioè presidente dell'assemblea dei soci. Non tutti vivono a Trino, ma l'appartenenza all'associazione permette loro di vantarsi di discendere dalle famiglie che abitavano il Comune nel XIII secolo. Il titolo di “partecipante” non è riservato soltanto al primogenito, ma fino a quattro anni fa le donne non lo potevano ereditare se non in assenza di fratelli maschi. La Partecipanza è amministrata da un Consiglio formato da dodici membri, di cui sette eletti dai proprietari e cinque espressi dal Comune di Trino, che contribuisce alle spese di gestione. Gli eletti restano in carica per due anni. I dipendenti sono tre, due operai forestali e un amministrativo, mentre gli amministratori sono tutti volontari.


Per più di settecento anni, la comunanza di interessi e l'amministrazione collettiva hanno difeso il bosco dalla speculazione agricola. Anzi, da quando nel 1991 è diventato un Parco naturale regionale, il suo territorio si è ampliato di circa quaranta ettari e oggi ne copre circa seicento, da tutti i lati circondato da risaie. Al suo interno, c'è anche un rilievo, la Costa, che sfiora i duecento metri di altitudine. È sulla Costa che vive la farnia monumentale.


La fruizione delle risorse del bosco da parte dei partecipanti è ancora oggi regolata come in origine. Il settore nel quale ciascuno può andare a rifornirsi di legna viene ogni anno estratto a sorte e perciò la selva è conosciuta come il bosco delle Sorti. Il territorio è diviso in 22 zone, le “prese”, di cui 15 sono utilizzabili per il taglio della legna, una per anno a rotazione. Ciascuna di queste ultime è di forma rettangolare e la presa individuata di anno in anno è a sua volta divisa in piccoli rettangoli, ulteriormente classificati in colonne chiamate “senarie a sera” e “senarie a mattina”, a seconda dell'orientamento. Una coppia di rettangoli, uno a sera e uno a mattina, forma un “punto”. Ogni mezzo punto ha un lato più lungo di quaranta metri, mentre la lunghezza del lato corto varia di anno in anno a seconda del numero di partecipanti interessati al taglio della legna. Questi ultimi, per esercitare il loro diritto, si devono iscrivere, entro il mese di ottobre, nel “quinternetto” e hanno diritto ad un numero variabile di punti a testa, a seconda delle esigenze: fare legna per riscaldare un appartamento con una stufa oppure una intera cascina e così via. Le esigenze vengono autocertificate e devono essere limitate all'uso personale, in quanto è vietato il commercio della legna tagliata. L'ultima domenica di ottobre, i partecipanti si riuniscono nella sede della Partecipanza in corso Vercelli. L'edificio che la ospita è in stile liberty, assai appropriato per un ente che si occupa anche di tutelare la bellezza della natura.


Ad ogni punto è stato assegnato un numero, e si procede all'estrazione. I soci conoscono i punti migliori e quelli peggiori, e il signor Ivano mi racconta che, fino a qualche anno fa, dopo l'estrazione tutti si trasferivano in osteria e i partecipanti, animati dal vino, cominciavano a vantarsi e a prendersi in giro per i risultati dell'estrazione. Oggi la Partecipanza prevede un meccanismo di compensazione per coloro a cui la sorte riserva un punto che si stima garantirà una scarsa resa: lo sfortunato partecipante potrà fare legna anche nei “sortini”, zone appositamente individuate, per arrivare alla quantità minima garantita di 30 quintali. Negli ultimi anni, sono circa 80 le famiglie che si avvalgono del diritto di tagliare la legna in un punto. Dopo l'estrazione, gli abitanti di Trino hanno il permesso di andare nel bosco per tre giorni a raccogliere delle fascine, anche se la pratica è caduta in disuso da tempo. Quindi iniziano le operazioni di taglio e accatastamento, che devono essere concluse entro la fine di marzo e la legna deve essere portata via entro la fine di aprile. I trasgressori delle regole dello Statuto vengono sanzionati dal Consiglio: le pene possono arrivare fino a dieci anni di sospensione dei diritti di voto e di taglio. In ogni “mezzo punto”, i partecipanti trovano anche alberi che non possono essere abbattuti, per ragioni di incrementazione della fustaia o perché necessari al mantenimento della biodiversità. Carpini, ontani e robinie vengono normalmente utilizzati per ricavare legna. Altri abitanti sono le querce farnie, i ciliegi, i ciavardelli, oltre a meli e peri selvatici. L'albero più raro è il sorbo domestico. Nel bosco, i soci possono anche raccogliere i funghi e i mughetti. 
La visita al Parco a cui ho partecipato è stata organizzata dalla sezione piemontese dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia; fra gli animali, oggi noi abbiamo incontrato solo un saettone e alcuni anfibi (nel Parco vivono i rospi smeraldini, le raganelle e le rane di Lessona), ma ci sono anche le vipere, i cinghiali, i caprioli, i gufi, gli scoiattoli, novanta specie di uccelli, centinaia di insetti e una rarissima di testuggine palustre.

Bibliografia: FRANCO CROSIO – BRUNO FERRAROTTI, Due secoli di vita forestale nel Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino, 2 volumi, Trino 1999

martedì 15 gennaio 2019

From Djibouti to Addis Ababa by train




From January 2018, Djibouti City and Addis Abeba are connected by the new electrified railway built and operated by Chinese companies.


From Djibouti to Dire Dawa

Djibouti station is not in the city centre, but in Nagad, near the international airport. However, tickets can be purchased in the city centre, in a building which is located in Salines Ouest, about 10 minutes by walking from the central 27 Juin Square. Salines Ouest is the road leading southwestwards from the traffic light at the intersection between Sheikh Osman and Roosevelt avenues. Once reached the French Culture Institute, keep walking for some 50 meters, until the Al Rayan cafe'. Cross the road and enter in the courtyard of the Maison Medical building. The ticket office is on the first floor. Opening hours: 7-12 & 14-17 on odd-numbered dates; 8-12 & 14-17 on even-numbered dates. Tickets must be bought at least 17 hours before the train departure, but they are not sold more than 2 days in advance. The office issues white coupons that must be exchanged for the proper tickets at the station ticket office.

The train station can be reached by taxi, it takes about 15 minutes and the fare is 3500 FDJ. Passengers are required to be at the ticket office at 7 am, in order to exchange the white coupons, then go through security checks and immigration control. Policemen are strict about taking pictures, which must be taken of the building only and not of the policemen themselves.


The train leaves on time, at 8 am, and by 8.50 it reaches Ali Sabieh, the last Djiboutian city before the border. Luggage and passport controls by the Ethiopian custom officers are very quick. After that, passengers relax, sleeping or chatting and eating.


The train crosses a desertic area, although not without life: goats, camels and their herdsmen are a frequent sight. Sometimes, the house of a nomadic family can be seen. Not to mention the termite mounds.

As scheduled, at 12,50 the train stops at Dire Dawa station, which, again, is about ten kilometres away from the city centre. After the Ethiopian immigration control, outside the station a good number of bajaj drivers are waiting for the train passengers. Local prices are much lower than the Djiboutian ones: even for a foreigner, 100 birr are enough for the ride from the station to the city centre.




From Dire Dawa to Addis Abeba

In Dire Dawa too, tickets are sold in the city centre: the EDR (Ethio-Djibouti Railway) office is very conveniently located in the old railway station, in the Kezira area. Opening hours: 9,30-15.



The train leaves Dire Dawa station at 12,50. It passes by some villages and towns, with mountains in the background.



The tracks of the old railway can often be seen from the window.


Although more new stations have been built, for the time being the only stop before Addis Ababa is Adama. The Addis Ababa station is Furi-Lebu, from which the city centre can be reached in about 30 minutes by taxi (the fare is around 400 birr).

The EDR ticket sale point in Addis Ababa is located next to the ticket office of the Light Rail  Leghar station (under the railway bridge, Churchill avenue side). Opening hours: 9,30-11,30, Mondays to Saturdays.

mercoledì 9 gennaio 2019

Koboro, the most secluded railway station in Japan


Koboro station is a hikyoeki (station in a rarely visited area) located in southern Hokkaido, where it is known as "the most secluded railway station in Japan". There are no roads leading to it, only paths in the wood. The population of this remote area dwindled away in the 1970s, but the station is still open thanks to tourists and railway buffs. It can be reached either from Toya or from Oshamambe:


The station is located betweeen two couples of tunnels: