giovedì 16 settembre 2010

Vostok, parte undicesima



Edward Henry Harriman


Lasciamo Krasnoyarsk con il treno 340, il Mosca-Cita. Dividiamo lo scompartimento con Kan Hong Wei, uno dei molti cinesi che affollano il vagone nel quale sono concentrati gli stranieri. Dalla sua sacca di stoffa nera si spande l’odore delle spezie cinesi che, dieci anni fa, a Londra, adoperavo per marinare le costine di maiale, quando lavoravo nella cucina di un ristorante agli ordini di un cuoco di Hong Kong appassionato di opera lirica.
Kan, come i suoi connazionali, è diretto in Cina, a Harbin, e, per arrivarci, a Cita prenderà la Ferrovia Cinese Orientale, il ramo della Transiberiana costruito fra il 1897 e il 1901 per giungere a Vladivostok attraverso un corridoio che lo zar aveva ottenuto dall’impero cinese. I russi dovettero difenderlo dalla rivolta dei boxer nel 1899 e ne mantennero il controllo anche dopo la disfatta nella guerra contro il Giappone del 1905, al termine della quale la Russia aveva dovuto cedere ai giapponesi la Manciuria meridionale in cui si trova la ferrovia. La Ferrovia Manciuriana Meridionale, invece, che collega Pechino alla Ferrovia Cinese Orientale, cadde sotto il controllo giapponese.
Uno statunitense, Edward Henry Harriman, tentò di comprare entrambi i tratti, perseguendo il suo progetto di una ferrovia circumplanetaria. Aveva cominciato ad acquistare azioni di compagnie ferroviarie nel 1870, quando, ventiduenne, era un broker alla Borsa di Wall Street. Nel 1881 aveva assunto il completo controllo di una ferrovia nello Stato di New York, trentaquattro miglia in tutto. Negli anni Novanta sfruttò abilmente le crisi della Borsa e mise le mani sulla Union Pacific Railroad. Divenne celebre per averne ispezionato la linea, dal fiume Missouri all’Oceano Pacifico, nel 1898, controllando minuziosamente ogni miglio di binari, ogni scambio, ogni locomotiva, ogni carrozza. Alla fine, risolti tutti i problemi, era esausto, ma la ferrovia si ritrovò in ottima salute. Dopo un breve periodo di vacanza a cui l’aveva costretto il suo medico, il 31 maggio del 1899 lasciò il portò di Seattle a bordo del piroscafo George W. Elder: aveva organizzato una spedizione scientifica in Alaska, con l’intento di raccogliere dati per la costruzione di una ferrovia che la attraversasse. Il viaggio diede a Harriman la fama di intrepido esploratore, un fiordo e un ghiacciaio presero il suo nome, ma il progetto originale fu abbandonato, così come le trattative per l’acquisto della Ferrovia Cinese Orientale. I russi ne mantennero il controllo fino al 1935, quando la vendettero al Giappone, che tre anni prima aveva nuovamente invaso la Manciuria, ribattezzandola Manciukuo. Stalin la recuperò grazie agli accordi di Yalta, e la cedette alla Cina nel 1952 come gesto di fratellanza. Le relazioni tra l’URSS e la Cina, però, peggiorarono, fino agli scontri armati sul fiume Ussuri del 1969. La ferrovia, allora, venne chiusa e fu soltanto negli anni Ottanta che venne ricollegata alla Transiberiana.
Non importa dove arrivi, basta che sia in treno, ha detto Gianmaria, e se Harriman avesse realizzato il suo progetto potremmo arrivare a New York.
Il treno ci lascia alla stazione di Irkutsk alle 8 e 30 del mattino. In cima alla scala che dal sottopassaggio porta all’atrio sei tassisti offrono i loro servizi a un’ondata di pendolari. Ragazzini in tuta mimetica sono accampati con zaini e materassini in ogni sala d’aspetto, forse vanno in colonia. Una di loro al posto della mimetica indossa una felpa nera con la scritta «Fuck the system». Nell’atrio c’è anche un avventista del settimo giorno, camicia bianca, cravatta, pantaloni e scarpe neri, che parla americano al cellulare e ha il nome scritto in cirillico sulla targhetta appesa al taschino della camicia.
Come in ogni stazione della Transiberiana, gli orologi e i tabelloni di partenze e arrivi segnano l’ora di Mosca, distante cinque fusi orari, ma qui l’orario di apertura affisso sugli sportelli della biglietteria si basa sull’ora locale, incrinando così la compattezza del microcosmo della ferrovia, un tentacolo di Mosca lungo più di novemila chilometri.
Raggiungiamo il caseggiato all’undici di Proletarskaya Ulica dove dovrebbe trovarsi l’abitazione della signora Lena, presso cui abbiamo prenotato il pernottamento. Porte e portoni sono sbarrati e non ci sono citofoni. Stiamo per andarcene a cercare un telefono pubblico da cui contattare la padrona di casa quando arriva una ragazza e apre una delle pesanti porte di metallo, la raggiungo e le mostro il foglio con il nome e l’indirizzo della nostra ospite. Mi conferma che l’indirizzo è quello giusto ma scuote la testa leggendo il nome della signora Lena. Comunque, ci fa entrare e la seguiamo per le scale alla ricerca dell’interno numero 15, che scopriamo essere quello accanto all’appartamento della ragazza. Suono il campanello, la signora Lena apre la porta, ci accoglie calorosamente e non saluta la vicina.
La padrona di casa è una signora sulla cinquantina, piccola di statura e vivace, che ci fa accomodare in una stanza arredata con mobili massicci in legno scuro e letti coperti da stoffe leopardate. Conosce alcune parole di inglese e si prodiga a spiegare come si visita la città e come si ottiene la registrazione del visto ma facciamo fatica a capire ciò che ci vuole dire.
Irkutsk visse un periodo felice dopo la congiura dei decabristi del dicembre 1825. I ribelli erano aristocratici di idee illuministe, che avevano tentato di rovesciare il regime dello zar Nicola I. Il piano era fallito, cinque congiurati erano stati impiccati e gli altri confinati in Siberia. Le loro famiglie si stabilirono a Irkutsk, dove, grazie a energiche mogli e ingenti patrimoni, costruirono ospedali e scuole professionali per il popolo e avviarono studi naturalistici della regione sul modello dell’Encyclopédie. Oggi di quell’utopia rimangono le dimore dei decabristi, case in legno le cui finestre concentrano in sé tutta la decorazione dell’edificio: i contorni sono capolavori di scultura lignea e le persiane sono dipinte a riquadri concentrici, talora a rombi, con colori vivaci, verde, blu e bianco, o con raffinati accostamenti di grigi, beige, marroni, arancioni.
A Irkutsk c’è un ufficio informazioni per i turisti, fatto insolito in Siberia, dove prenotiamo tre posti sul minibus per l’isola di Olkhon sul lago Bajkal. Ci andiamo il giorno seguente e a Khuzir, l’unico villaggio dell’isola, troviamo sistemazione per la notte in una casa privata. Tutti gli edifici sono di legno e hanno persiane e cancelli dipinti, le porte non hanno serrature e le strade non sono asfaltate. Ci troviamo in un gruppo di case in cui ogni famiglia ospita qualche turista, tutti russi, e le donne si ritrovano a cucinare insieme per noi visitatori, che poi veniamo radunati per la cena in un refettorio comune che si affaccia sul cortile. L’attrazione di Olkhon è un promontorio roccioso che fu uno dei cinque luoghi sacri per gli sciamani della regione, ma c’è anche un porticciolo dove si possono fotografare navi arrugginite e costruzioni in legno con facciate la cui trama ricorda quella di uno scaffale stipato di libri in modo da non lasciare spazi vuoti.

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