lunedì 13 settembre 2010

Vostok, parte tredicesima


Rossiya


Lasciamo Ulan Ude con il Rossiya, il treno che collega Mosca a Vladivostok. Dal finestrino, una profusione di acque ferme in cui si specchiano il cielo e le foreste, ma molte delle conifere sono malate. Per settecento chilometri la ferrovia corre lungo il fiume Amur, che è il confine con la Cina. Questa regione fu occupata dai russi negli anni Quaranta del XIX secolo, quando scoprirono che i cinesi l’avevano lasciata sguarnita. Fino a qualche anno fa, gli scompartimenti con stranieri a bordo venivano oscurati e chiusi a chiave.
Attraversiamo anche la Regione Autonoma Ebraica, uno Stato ideato nel 1927 da Stalin per offrire un “focolare” agli ebrei russi. Vi si stabilirono in 43.000. L’antisemitismo degli anni Trenta, però, portò alla proibizione della lingua ebraica e alla chiusura della sinagoga. Nel 1991 c’erano ancora 22.000 ebrei, che sono scesi a 4.800 dopo la riapertura delle relazioni fra Russia e Israele e la conseguente emigrazione verso l’altro Stato ebraico.
Il treno entra puntualmente nella stazione di Vladivostok, al chilometro 9289 della Transiberiana. Usciti sul piazzale antistante, ci accorgiamo che qui tutte le auto hanno la guida a destra. Quello che a Mosca, e ancora a Ekaterinburg, era un fatto isolato è via via diventato più frequente, fino a essere la norma. La ragione è comprensibile: si tratta di auto giapponesi usate che giungono via nave a Vladivostok e qui vengono rivendute a prezzi convenienti. Non si spiega, invece, perché le autorità tollerino il fenomeno, visto l’alto numero di incidenti automobilistici che pare essere comune in Russia.
Affittiamo un’auto con guida a sinistra per andare a Gaivoron a incontrare Victor Yudin. È uno scienziato che, con la moglie, alleva animali in pericolo di estinzione per poi liberare nella foresta del Primorije i cuccioli che riesce a far nascere. A casa del dottor Yudin ci sono anche i bambini della locale scuola elementare. Dividono equamente la loro curiosità fra gli animali e i tre strani individui che parlano una lingua incomprensibile al posto del russo. Victor ci mostra due tigri dell’Amur con il loro cucciolo di circa un anno, una famiglia di orsi dal collare, una coppia di linci, volpi, gatti selvatici e procioni. Un orso e una lince hanno perso una zampa in una tagliola. Sono i bracconieri, infatti, il pericolo mortale per questi animali, soprattutto per le tigri, ricercate dai cinesi per confezionare prodotti della medicina tradizionale.
Gli animali e gli uomini russi sembrano avere in comune la paura dei cinesi. Le stime ufficiali del Cremlino parlano di trecentomila cinesi stabilitisi illegalmente nell’Estremo Oriente russo, a fronte di quattro milioni di abitanti russi. Fonti indipendenti, però, sostengono che i clandestini cinesi sarebbero già un milione e mezzo. Alexandra, la nostra guida e interprete in questa escursione, ci ha fatto constatare, a Vladivostok e a Ussurijsk, che nei mercati l’invasione cinese, sia di venditori che di merci, è totale. Carne, frutta e verdura sono importate dalla Cina e gli ampi spazi fra una città e l’altra non sono coltivati, né adibiti a pascolo. Un po’ perché costa meno importare prodotti cinesi e un po’, secondo Alexandra, perché i decenni sovietici hanno sradicato la voglia di lavorare. Il periodo sovietico non le piace per niente, anche se è nata nei primi anni Ottanta. Nei pressi di Ussurskj siamo passati accanto a un monumento che celebra la definitiva vittoria dell’Armata Rossa sui Bianchi nel 1922. Alexandra ha commentato che questa regione della Russia non aveva nessun bisogno del comunismo, in quanto era un’area sviluppata grazie ai forti investimenti stranieri. Giapponesi e americani sostennero i Bianchi, ma alla fine, conclude, «we lost».
Sulla strada del ritorno ammiro ancora una volta i cippi monumentali, in cemento e metallo, che segnano l’inizio delle città. Insieme agli stemmi costituiscono un campo in cui i sovietici eccelsero e di cui sono rimaste tracce pregevoli. Per il resto, in Siberia mi sembra che non sia rimasto quasi nulla dei settanta anni di storia dell’URSS, anche se ne sono passati soltanto quindici dalla sua dissoluzione. Ci sono ancora le statue di Lenin, i nomi di alcune vie e i palazzi popolari delle periferie, oltre alla nostalgia di poche persone come Olga. Per tutti gli altri russi e per tutti gli aspetti della vita quotidiana, il mondo sembra iniziato dieci anni fa. Alcuni oggetti, come il samovar, danno l’impressione di esistere da sempre, mentre tutto il resto è made in Japan o made in China negli anni 2000.

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