martedì 14 settembre 2010

Vostok, parte dodicesima


Olga


Scendiamo dal Vostok, il treno che collega Mosca a Pechino, a Ulan Ude, la capitale della Repubblica dei Buriati. Stiamo percorrendo a ritroso quella che, fino all’apertura del canale di Suez nel 1869, era la più importante via del tè dalla Cina all’Europa: a quei tempi Ulan Ude era la “Porta Orientale della Russia”.
La nostra nuova padrona di casa ci aspetta alla finestra e quando ci vede si sbraccia e grida in francese. È la lingua che insegna al locale Politecnico. Ci accoglie in un appartamento curato ed elegante che, come sempre, contrasta con il deprimente vano scale. Nei primi cinque minuti di conversazione fa in tempo a dirci che Gorbačëv è stato un riformatore solo a parole, mentre Yeltsin e Putin sono come i comunisti, anzi peggio, perché hanno censurato la stampa e gli stipendi dei professori universitari sono bassi. Mi torna in mente la conversazione avuta a Ekaterinburg con Elena, un’altra donna russa amante della lingua francese. Ci stava raccontando che bisogna fare attenzione alle donne al volante perché spesso si sono comprate la patente da un funzionario di polizia, ovviamente senza aver prima imparato a guidare. «Il nostro presidente Putin, però, - aveva concluso – sta combattendo la corruzione!»
La camera in cui dormirò è lo studio di Olga e così posso curiosare fra le sue foto degli anni Settanta, che la ritraggono esemplarmente nei panni della giovane intellettuale, e sfogliare i suoi libri. Ci sono Balzac e Molière, La pensée européenne au XVIIIème siècle di Paul Hazard, Traditions and Culture of the Buryats. I Buriati sono uno dei popoli nomadi di origine mongola che si stabilirono in questa regione dopo gli Unni, i Kuricani e gli Uiguri. Portarono con sé lo sciamanismo e non lo abbandonarono del tutto neanche dopo l’introduzione del buddhismo lamaista, anzi, le due pratiche religiose hanno trovato un compromesso e dato vita a una originale sintesi. Il primo monastero buddhista venne costruito nel 1741, anno in cui la zarina Elisabetta, prima fra i capi di Stato europei, riconobbe ufficialmente la religione. Un ruolo importante nella promozione del buddhismo in Buriazia lo svolse, a cavallo fra XIX e XX secolo, Agvan Dorzhiev, consigliere del tredicesimo Dalai Lama. Lo stesso Dorzhiev fu rappresentante del governo tibetano presso la corte dello zar a San Pietroburgo, dove venne costruito il più grande tempio buddhista d’Europa e dove un altro buriato, Peter Badmaev, praticava la medicina tibetana. Un allievo di Badmaev, Gombozhab Tsibikov, sfidò il divieto di ingresso, e la relativa pena di morte, imposto dalle autorità tibetane agli stranieri. Raccontò poi il suo viaggio in A Buddhist Pilgrim in Holy Tibet, libro che, però, non raggiunse la fama del contemporaneo Viaggio di una parigina a Lhasa di Alexandra David-Néel.
Da Ulan Ude: History and Modern Day apprendo, invece, la storia della colonizzazione russa in questa regione. La città fu fondata nel 1666 dai cosacchi come ostrog, campo invernale, alla confluenza dei fiumi Selenga e Ude. La zona era attraente per le possibilità di commercio fluviale con la Cina e per l’abbondanza di animali da pelliccia. Gli agricoltori vi giunsero soltanto perché forzati a farlo o esiliati dal governo zarista, che doveva provvedere alle esigenze di sostentamento di cosacchi, commercianti e cacciatori. Anche in questa città, quando ancora si chiamava Verkhneudinsk, giunse l’effetto benefico dei decabristi deportati. Qui la rivoluzione dei Soviet impiegò sei mesi per trionfare e dovette capitolare nell’agosto 1918 di fronte alla Legione Céca, un gruppo di ex-prigionieri che aveva dato vita a una repubblica separatista in Siberia, assumendo il controllo della metà occidentale della ferrovia transiberiana. Nel novembre 1917 erano 92.000 i céchi prigionieri di guerra in Russia. Il loro leader, Tomáš Masaryk, li voleva organizzare in formazioni militari che avrebbero combattuto a fianco della Russia contro gli imperi centrali e contribuito, in tal modo, alla nascita della Cecoslovacchia indipendente. I bolscevichi, però, posero fine alla guerra e i céchi dovettero affrontare un viaggio verso est di 8.000 chilometri lungo la Transiberiana per raggiungere Vladivostok, l’unico porto dal quale, in quella situazione, avrebbero potuto imbarcarsi per l’Europa. Gli scontri con i bolscevichi ebbero inizio nel maggio 1918, raggiunte le estreme regioni orientali della Russia, e culminarono, alla fine di giugno, con la presa di Vladivostok. A luglio la città fu dichiarata protettorato alleato in quanto occupata dalle truppe céche e fu così che iniziarono ad affluirvi i contingenti giapponesi e francesi che si sarebbero in seguito scontrati con l’Armata Rossa. Nel frattempo, la Legione Céca, procedendo a ritroso, si impadronì di Irkutsk e si spinse fino a Ekaterinburg e Kazan.
L’Armata Rossa riconquistò soltanto nel 1920 Verkhneudinsk, il cui nome fu mutato in Ulan Ude nel 1934 dal Comitato Centrale Esecutivo di tutte le Russie. Gli anni Trenta e, ancor di più, quelli della Grande Guerra Patriottica furono gli anni dell’industrializzazione, quando, come è scritto in questo testo del 2001, «il popolo lavorava sacrificando sé stesso, ignorando il tempo, la fatica e il riposo. Lo sforzo di molte imprese collettive fu riconosciuto dai leader del Partito, e premiato con le insegne rosse del Comitato di Difesa Nazionale. Gli intellettuali della città diedero un notevole contributo alla vittoria sulla Germania fascista. Sampilov, per esempio, dipinse numerosi quadri patriottici, fra i quali I cavalli del kolkhoz per il fronte».
La colazione è il momento della giornata in cui Olga ci dipinge la società russa contemporanea. Le tinte sono fosche: i poveri sono lasciati a sé stessi mentre i nuovi ricchi hanno tanti soldi quanta poca cultura. Nel quartiere in cui alloggiamo, tradizionalmente abitato da persone istruite, ora cominciano a comparire intrusi quali la proprietaria di una fabbrica di vodka che si sposta con la scorta armata. I nuovi ricchi mandano i figli in scuole private, li portano e li vanno prendere in auto, non li lasciano giocare in cortile e instillano in loro il virus del classismo. Tutto il contrario accadeva quando Olga era giovane, quando la gioventù faceva vita comunitaria fra i Pionieri del comunismo.
Un marinaio russo conosciuto alla stazione degli autobus di Vilnius, appassionato di battaglie navali, mi aveva raccontato che la scuola in Russia è sempre più costosa e che lui era sempre in giro per il mondo a lavorare per assicurare un buon tenore di vita alla moglie, pagare gli studi al fratello e, in futuro, ai figli. La sua teoria sulla rivoluzione del 1917: morti o fuggiti gli elementi più istruiti, il potere era caduto nelle mani di una generazione di deficienti e solo ora la situazione stava lentamente migliorando.

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